Ungheria, 70 anni fa la rivolta: così Budapest si ribellò all’Urss
di Enrico FranceschiniTra la fine di ottobre e l’inizio di novembre di settant’anni fa, la rivolta d’Ungheria e l’invasione sovietica di Budapest aprono una sanguinosa crepa nel blocco comunista creato da Mosca in Europa orientale dopo la Seconda guerra mondiale. Quel breve conflitto, in cui muoiono migliaia di ungheresi e centinaia di militari russi, è passato alla storia come la prima, grave fiammata della Guerra Fredda: il segnale che c’erano dei buchi nella “cortina di ferro scesa attraverso l’Europa da Stettino a Trieste”, l’espressione coniata da Winston Churchill in un famoso discorso, ovvero c’erano degli spazi attraverso i quali i popoli ribelli dell’Est chiedevano libertà e democrazia, pronti a sacrificare la vita per ottenerle.
Sarebbero venute, a ogni decennio, altre scosse: la “primavera di Praga” nel 1968; le proteste dei lavoratori polacchi a fine anni Settanta, culminate nella fondazione del sindacato indipendente Solidarnosc; fino al crollo del muro di Berlino nel 1989 e a quello dell’Urss…
Tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre di settant’anni fa, la rivolta d’Ungheria e l’invasione sovietica di Budapest aprono una sanguinosa crepa nel blocco comunista creato da Mosca in Europa orientale dopo la Seconda guerra mondiale. Quel breve conflitto, in cui muoiono migliaia di ungheresi e centinaia di militari russi, è passato alla storia come la prima, grave fiammata della Guerra Fredda: il segnale che c’erano dei buchi nella “cortina di ferro scesa attraverso l’Europa da Stettino a Trieste”, l’espressione coniata da Winston Churchill in un famoso discorso, ovvero c’erano degli spazi attraverso i quali i popoli ribelli dell’Est chiedevano libertà e democrazia, pronti a sacrificare la vita per ottenerle.
Sarebbero venute, a ogni decennio, altre scosse: la “primavera di Praga” nel 1968; le proteste dei lavoratori polacchi a fine anni Settanta, culminate nella fondazione del sindacato indipendente Solidarnosc; fino al crollo del muro di Berlino nel 1989 e a quello dell’Urss due anni più tardi. Ma già la rivolta d’Ungheria ebbe drammatiche conseguenze per il movimento comunista internazionale, in particolare in Italia, dove la brutale repressione sovietica viene appoggiata dal Pci di Palmiro Togliatti, provocando l’uscita dal partito di numerosi esponenti, una spaccatura con la Cgil e la fine dell’alleanza con il Psi.
Oggi, mentre Budapest e il mondo commemorano il settantesimo anniversario di quegli avvenimenti, conclusi con i carri armati sovietici che sparano sui dimostranti lungo le rive del Danubio e l’impiccagione dei leader della rivolta, la storia si ripete: Mosca ha di nuovo invaso un Paese per impedirne l’associazione all’Occidente libero. Con la differenza che da quattro anni e mezzo l’Ucraina resiste, anche grazie all’appoggio che l’Europa democratica non diede all’Ungheria nelle tragiche giornate del 1956.
Il preludio
Nato dal collasso dell’impero-austroungarico dopo la Prima guerra mondiale, il Regno d’Ungheria era schierato con la Germania nazista e l’Italia fascista durante il secondo conflitto mondiale. Conquistata come altre nazioni dell’Europa dell’est dalle truppe dell’Armata Rossa sovietica nel corso dell’avanzata verso Berlino, l’Ungheria finisce nell’orbita sovietica nella cosiddetta “spartizione” del continente in aree di influenza, patteggiata nel 1945 dal presidente americano Roosevelt e dal leader comunista Stalin al summit di Jalta.
A Budapest le prime elezioni del dopoguerra sono in realtà pluraliste e il partito comunista ungherese ottiene solo il 17 per cento dei voti, ma ben presto Mosca stabilisce anche lì una dittatura a sé fedele. Senonché la morte di Stalin nel 1953 e la graduale destalinizzazione introdotta da Nikita Krusciov, suo successore alla guida del Cremlino, permettono lo sviluppo del “comunismo al gulash”, come vengono soprannominate, dal nome del piatto magiaro nazionale, le riforme introdotte dal primo ministro Imre Nagy: liberalizzazioni politiche, economiche e culturali, sostenute da ampi strati della popolazione e andate ben oltre le parziali aperture consentite da Krusciov in Unione Sovietica.
La rivolta
L’insurrezione comincia il 23 ottobre 1956 con la manifestazione pacifica di decine di migliaia di studenti nelle vie di Budapest in solidarietà con i loro coetanei violentemente repressi in Polonia nei giorni precedenti. Gli studenti si presentano alla sede della radio di stato chiedendo che venga letto un comunicato in cui chiedono ulteriori riforme. I leader della protesta vengono fatti entrare negli studi, lasciando credere che la richiesta sarà accolta, ma sono invece arrestati dai servizi di sicurezza ungheresi, legati a Mosca, che poi aprono il fuoco sulla folla.
Operai e soldati dell’esercito ungherese si uniscono agli studenti, dando il via a una guerra civile che divampa rapidamente nella capitale e in altre città. Il premier Nagy annuncia che l’Ungheria sarà uno stato democratico e neutrale, rompendo di fatto la dipendenza dal Cremlino. L’Urss risponde mobilitando le truppe sovietiche già stazionate in Ungheria, ma in un primo tempo hanno la meglio i rivoltosi, anche perché non sempre i soldati russi si sentono di sparare sui civili ungheresi.
L’invasione
L’ambasciatore sovietico a Budapest, Yurij Andropov, futuro capo del Kgb e futuro capo del Cremlino, invia allarmati rapporti a Mosca suggerendo di cercare un compromesso. Krusciov manda a Budapest il suo consigliere di fiducia, Anastas Mikojan, un antistalinista che predica il dialogo: ma il leader supremo sovietico, timoroso di apparire debole agli occhi dei nostalgici di Stalin e preoccupato da analoghe proteste in altri Paesi del Patto di Varsavia (l’alleanza militare creata dall’Urss in Europa dell’Est), finisce per approvare la linea dura. Anzi, durissima. Il 4 novembre l’Armata Rossa invade l’Ungheria con forze preponderanti: 200 mila uomini e 4 mila carri armati. Per evitare il rischio che i reparti d’invasione resistano all’idea di andare a reprimere un “popolo fratello”, gli alti comandi comunicano ai che l’America si prepara a mandare truppe in Ungheria per aiutare la “controrivoluzione”.
Molotov contro carri armati
A Budapest la battaglia si protrae per giorni, con sparatorie strada per strada. Asserragliati dietro improvvisate barricate e sui tetti delle case, uomini e donne ungheresi resistono armati di fucili e bottiglie Molotov. “Oggi all’alba le truppe sovietiche hanno aggredito il nostro Paese con l’intento di rovesciare il governo legale e democratico”, dichiara alla radio il premier Nagy. “Il nostro popolo è
impegnato a combattere. Il governo è al suo posto”. Ma facendo ricorso a intensi bombardamenti, con l’aviazione oltre che con i carri armati e l’artiglieria pesante, tra il 10 e l’11 novembre gli invasori prevalgono. Nagy si rifugia presso l’ambasciata della Jugoslavia, che gli offre asilo, senza sapere che Krusciov ha stretto un accordo segreto con Tito: il maresciallo jugoslavo ordina di consegnare il premier ai sovietici. Portato via, processato per tradimento, condannato a morte, Nagy viene impiccato nel 1958. In tutto, tra la rivolta e l’invasione perdono la vita 2700 ungheresi e 720 soldati sovietici. I feriti sono 13 mila fra gli ungheresi, circa 1500 fra i russi. Duecentocinquantamila persone (il 3 per cento della popolazione ungherese dell’epoca) fuggono in Occidente. Ventiseimila ungheresi vengono arrestati, processati, internati in campi di prigionia, 229 di essi sono giustiziati.
Le reazioni occidentali
Il presidente americano Eisenhower, pur parteggiando per gli insorti, decide di non intervenire: proprio alla fine di ottobre ha condannato e fermato l’intervento militare di Francia e Regno Unito in Egitto, in quella che verrà chiamata “la crisi di Suez”, non può ordinare alle sue truppe di intervenire negli stessi giorni da un’altra parte del mondo. I governi di Parigi e Londra sono distratti dalla loro avventura finita male in Medio Oriente. La Germania Ovest scoraggia i Paesi dell’Europa orientale dall’intraprendere “azioni che possono avere conseguenze disastrose”. A dispetto della fiera retorica anticomunista della Guerra Fredda, dunque, gli ungheresi vengono lasciati soli, abbandonati al proprio destino, alla mercé di Mosca. Pesa il timore, come per la crisi egiziana, che una contrapposizione diretta fra Washington e Mosca scateni la terza guerra mondiale: forse combattuta con armi nucleari, perché dal 1949 anche l’Urss ha iniziato gli esperimenti atomici. E rimane in vigore la cinica visione di Jalta: un’Europa divisa in due a tavolino, quella dell’Ovest democratica e capitalista, quella dell’Est totalitaria e comunista.
La reazione in Italia
La rivolta ungherese lascia però una profonda cicatrice nella sinistra italiana. Il Pci non solo condanna l’insurrezione, ma il suo leader Togliatti, come trapela in seguito, auspica l’invasione sovietica e più tardi vota a favore della condanna a morte dell’ex-premier Nagy. L’Unità, organo del partito, definisce gli insorti come “teppisti, spregevoli provocatori, fascisti”. Un corrispondente del giornale descrive così i “fatti d’Ungheria” nelle pagine del giornale: “Gruppi di facinorosi hanno attaccato la sede della radio, provocatori hanno lanciato slogan controrivoluzionari antisovietici, l’intervento sovietico è un dovere sacrosanto senza del quale l’Ungheria tornerebbe al terrore fascista. Le squadre dei rivoltosi sono composte da giovani rampolli dell’aristocrazia e della grossa borghesia”. Quando la notte dell’invasione Pietro Ingrao, direttore dell’Unità, esprime a Togliatti il proprio turbamento, riferendogli di non avere dormito per l’angoscia, il segretario del Pci replica: “Io invece ho bevuto un bicchiere di vino in più”. Già scosso dal rapporto di Krusciov sui crimini dello stalinismo, il leader italiano teme che la rivolta ungherese metta in crisi il movimento comunista internazionale ed è determinato ad evitarlo a ogni costo. “Si sta dalla propria parte anche quando sbaglia”, dice a una riunione del Comitato Centrale del partito.
Il prezzo pagato dal Pci
Il Pci, tuttavia, paga un prezzo per la sua fedeltà a Mosca. La Cgil, guidata da Giuseppe Di Vittorio, condanna in un primo tempo l’invasione sovietica: “Esprimiamo profondo cordoglio per i caduti, deploriamo l’intervento di truppe straniere”, afferma il segretario del sindacato comunista, giudicando quanto avvenuto in Ungheria “una svolta di portata storica” e riconoscendo che i proclami dei ribelli “chiedono libertà e indipendenza”. Non dura a lungo: Di Vittorio subisce una sorta di processo all’interno del Pci ed è costretto da Togliatti ad aderire alla linea ufficiale del partito. Non vi aderisce invece il Psi, che con le corrispondenze da Budapest del suo inviato Luigi Fossati realizza uno scoop mondiale, testimoniando l’eroica resistenza del popolo ungherese all’invasore sovietico, un reportage più tardi pubblicato in forma di libro da Einaudi. Pietro Nenni, segretario del Psi, rompe con il Pci: “Gli ungheresi chiedono democrazia e libertà. Il vecchio motto che non si sta seduti sulla punta delle baionette vale anche per i carri armati. Si può schiacciare una rivolta, ma quella d’Ungheria è una rivolta di popolo che, in svariate forme, cova in tutti i Paesi dell’Europa orientale”. È la fine del fronte popolare, l’unità delle sinistre costruita alle elezioni del 1948: Nenni fonda una corrente chiamata “autonomia socialista” e comincia a battersi per una coalizione con la Democrazia Cristiana e gli altri partiti di centro, quelli che negli anni Sessanta diventeranno i governi di centro-sinistra. E vari alti esponenti del Pci, così come numerosi intellettuali, lasciano il partito, fra cui Antonio Giolitti, Loris Fortuna, Antonio Ghirelli, Alberto Asor Rosa, Enzo Siciliano, Italo Calvino.
Il pentimento di Napolitano
Giorgio Napolitano, allora membro del Comitato Centrale del Pci, futuro presidente della Repubblica, condanna con fermezza la presa di posizione di Giolitti, qualificando gli insorti ungheresi come dei controrivoluzionari: “Il compagno Giolitti ha il diritto di esprimere le proprie opinioni”, afferma subito dopo la rivolta, “ma io ho il diritto di combattere aspramente le sue posizioni. L’intervento sovietico ha non
solo contribuito a impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, ma contribuisce alla pace nel mondo”. Cinquant’anni dopo, nell’autobiografia intitolata “Dal Pci al socialismo europeo”, Napolitano confessa un “grave tormento” per quelle parole, nate – spiega – dalla concezione del ruolo del Partito comunista italiano come “inseparabile dalle sorti del campo socialista guidato dall’Urss” e contrapposto al “fronte imperialista”. Nel 2006, cinquantesimo anniversario della rivolta ungherese, Giolitti riceve la visita di Napolitano, ancora al Quirinale, che riconosce: “Eri tu dalla parte della ragione”. Negli stessi giorni, il presidente Napolitano si reca in visita ufficiale a Budapest, dove rende omaggio al monumento ai caduti dell’ottobre-novembre ’56 e alla tomba di Imre Nagy. Nel film del 2023 “Il sol dell’avvenire”, il regista Nanni Moretti immagina che il segretario di una sezione romana del Pci riesca a convincere Togliatti a condannare l’invasione dell’Ungheria, facendo prendere un corso diverso alla storia, perlomeno a quella del comunismo italiano.