Blitz dell’Idf a Hebron: 70 arresti, centinaia di famiglie sgomberate
dal nostro inviato Fabio Tonacci , - Foto di Fabio BucciarelliHEBRON – L’ordine impartito nei due quartieri sotto assedio di Hebron è sintetico e definitivo. «Non uscire di casa, non affacciarsi alla finestra, non andare sui balconi, tenete le luci spente». E non fare domande, aspettare. Trecento famiglie sono già state cacciate in meno di mezza giornata, le loro abitazioni sono ora marcate con una X nera. Evacuate. Altre duecento sono ancora dentro, a Deir Bahah e a Khallet el Magarbe, con l’angoscia dell’ignoto: non sanno se e quando l’esercito israeliano verrà a buttare giù la porta. Per tutti, e per tutto, un’unica spiegazione, ripetuta dall’altoparlante del blindato che fa la ronda nelle strade vuote. «Sarete voi a pagare il prezzo dell’azione dei due terroristi, sarete voi a pagare il prezzo dei due terroristi, sarete voi…».
A Hebron non sono abituati a operazioni militari così dure e vaste. La più grande città palestinese in Cisgiordania, quasi 250 mila abitanti, ha sempre cercato di tenersi ai margini del conflitto tra arabi e israeliani…
HEBRON – L’ordine impartito nei due quartieri sotto assedio di Hebron è sintetico e definitivo. «Non uscire di casa, non affacciarsi alla finestra, non andare sui balconi, tenete le luci spente». E non fare domande, aspettare. Trecento famiglie sono già state cacciate in meno di mezza giornata, le loro abitazioni sono ora marcate con una X nera. Evacuate. Altre duecento sono ancora dentro, a Deir Bahah e a Khallet el Magarbe, con l’angoscia dell’ignoto: non sanno se e quando l’esercito israeliano verrà a buttare giù la porta. Per tutti, e per tutto, un’unica spiegazione, ripetuta dall’altoparlante del blindato che fa la ronda nelle strade vuote. «Sarete voi a pagare il prezzo dell’azione dei due terroristi, sarete voi a pagare il prezzo dei due terroristi, sarete voi…».
A Hebron non sono abituati a operazioni militari così dure e vaste. La più grande città palestinese in Cisgiordania, quasi 250 mila abitanti, ha sempre cercato di tenersi ai margini del conflitto tra arabi e israeliani: è un centro di affari e di commercio, il business ha bisogno di calma. Non era ancora successo che un intero distretto, in questo caso i quartieri dove risiedevano i cugini attentatori, Ahmad Bassam al-Jaaba (23 anni) e Hamouda Wael Mohammad al-Jaaba (27 anni), che venerdì hanno ucciso i due sergenti al check-point sulla strada 35 (anche qui un grado di novità: di solito gli agguati all’Idf avvengono fuori dal perimetro urbano), venisse sigillato dalle forze armate. La disposizione è buttare tutti fuori. Più di 2.200 persone sono già state costrette ad andarsene, altrettante rischiano la stessa sorte. «Siamo in sedici, non so per quanto potremo restare».
Samer Skafi, 31 anni, agente di commercio, parla al telefono. Ci vediamo ma dalla lunga distanza: lui nella sua palazzina giù a Deir Bahah, noi sulla collina di Wadi al Karm, che domina il quartiere. «Sono bloccato dentro, i militari stanno perquisendo casa per casa. È una punizione collettiva, stanno applicando il modello Jenin». Cioè quel che l’esercito di Israele ha fatto nel campo profughi della cosiddetta “città della resistenza”: sfollamenti di massa, incursioni, distruzione.
Sarebbe una prima volta per Hebron, divisa nella zona H1, sotto amministrazione palestinese, e la H2 sotto controllo israeliano, dove vivono anche circa 800 coloni. L’accesso alla città è stato chiuso, si entra solo a piedi. Cinque edifici commerciali, tra cui parte del deposito di Ceramiche Al Quds che affaccia sull’incrocio dove è avvenuto l’attentato, sono stati già demoliti. Le ruspe hanno spianato anche un immobile residenziale, non ancora le case dei due attentatori. A Nablus, a Jenin, a Silwad, nei villaggi di Burin, Jalud e Kariut, sono in corso “operazioni anti-terrorismo”, 15 palestinesi sono stati arrestati.
Il governatore della provincia di Hebron, Khaled Adib Dudin spera in un secondo scenario, meno gravido di conseguenze. «Se tutto questo è una mossa pre-elettorale di Netanyahu, tra qualche giorno i soldati se ne vanno», spiega a Repubblica. «Ma se non è così, se lo scenario reale è davvero il modello Jenin, allora l’obiettivo è indebolire l’Autorità Palestinese, aggirando le sue forze di sicurezza per poi smantellarla, come ha promesso Ben-Gvir». Che vive nell’insediamento di Kyryat Arba, alle porte di Hebron.
Le grandi famiglie della città hanno messo a disposizione le sale dove fanno le riunioni e la municipalità ha aperto un centro di accoglienza. L’insegnante 34enne Abdelhamid Shada è stato ospitato da suo suocero. «I soldati si sono presentati alle 9 della mattina, hanno bussato col pugno e mi hanno ordinato di avvertire tutti gli altri del palazzo, 35 persone, ci hanno dato 5 minuti di tempo per lasciare gli appartamenti», racconta Shada. «Ho preso il telefonino e qualche vestito, poi ci hanno fatto uscire con le mani sopra la testa». Anche sua madre, anziana e malata, ha dovuto abbandonare la propria casa a piedi. «Ho chiesto a un soldato quando saremmo potuti tornare, mi ha dato una risposta che mi ha gelato il sangue. Ha detto: non tornerai prima di due anni».