“L’età dell’oro in Israele non tornerà neanche con la sconfitta di Netanyahu. Serve cambio radicale”
di Sarai ShavitIl 27 ottobre potrebbe essere un giorno di festa per gli israeliani liberali. Si può immaginare lo scenario: nello stesso giorno vengono pubblicati i risultati degli exit poll, il blocco di destra resta senza una maggioranza, il blocco del cambiamento si unisce attorno a un governo alternativo e Benjamin Netanyahu se ne va. Il risultato: folle di persone scendono in strada per festeggiare il ribaltamento politico, l’inizio di una nuova era nello Stato di Israele. Eppure, i festeggiamenti per la fine dell’era precedente saranno intrisi di dolore. Da quel 7 ottobre è stato versato così tanto sangue, in Israele e a Gaza, in Libano e in Iran. Il Medio Oriente ha ancora bisogno di anni di ricostruzione sociale, economica e sanitaria. E, alla prova della realtà odierna, è davvero possibile dire al governo Netanyahu addio e non arrivederci?
Di recente, Yair Lapid, leader dell’opposizi…
Il 27 ottobre potrebbe essere un giorno di festa per gli israeliani liberali. Si può immaginare lo scenario: nello stesso giorno vengono pubblicati i risultati degli exit poll, il blocco di destra resta senza una maggioranza, il blocco del cambiamento si unisce attorno a un governo alternativo e Benjamin Netanyahu se ne va. Il risultato: folle di persone scendono in strada per festeggiare il ribaltamento politico, l’inizio di una nuova era nello Stato di Israele. Eppure, i festeggiamenti per la fine dell’era precedente saranno intrisi di dolore. Da quel 7 ottobre è stato versato così tanto sangue, in Israele e a Gaza, in Libano e in Iran. Il Medio Oriente ha ancora bisogno di anni di ricostruzione sociale, economica e sanitaria. E, alla prova della realtà odierna, è davvero possibile dire al governo Netanyahu addio e non arrivederci?
Di recente, Yair Lapid, leader dell’opposizione, ha pubblicato sul proprio profilo Facebook personale un post sull’isolamento internazionale in cui, a suo dire, il governo israeliano ha portato il Paese. «Non molto tempo fa», ha scritto, «eravamo una voce influente. Madonna veniva da noi e studiava la Kabbalah. Paul McCartney, i Rolling Stones, Lady Gaga, Elton John, i Radiohead e Bruno Mars: sono venuti tutti a esibirsi qui».
Lapid ricorda i giorni in cui Israele godeva di una posizione internazionale come Paese creativo e prospero. Serie televisive come «Shtisel» e «Homeland» hanno riscosso un successo internazionale, le aziende tecnologiche israeliane hanno attirato investimenti per miliardi e la cucina locale si è diffusa in tutta Europa. Tra i simboli del successo che cita c’è anche Iron Dome, il sistema di difesa aerea diventato un simbolo di innovazione e capacità militare.
Ma questo orgoglio solleva una domanda: è possibile essere orgogliosi dei risultati ottenuti da Israele sul piano della sicurezza senza discutere del modo in cui è stata impiegata la forza militare a Gaza, del costo umanitario della guerra e dell’entità dei danni inflitti ai civili? Lapid sa che un risultato tecnologico non può sostituire la responsabilità politica e morale di un governo per la propria politica militare. Se il leader dell’opposizione vuole vincere le elezioni nell’ambito del «blocco del cambiamento», di cui fa parte, e riportare Israele alla sua posizione internazionale, non basta rimpiangere il passato e chiedere ai cittadini di svegliarsi e andare a votare. Deve spiegare quale cambiamento profondo sia necessario nella politica israeliana e in che modo questo consentirà di ricostruire la fiducia del mondo.
L’attuale isolamento internazionale si manifesta nell’erosione della fiducia tra gli alleati europei di Israele, in particolare nel Regno Unito, e nel cambiamento dell’opinione pubblica nei suoi confronti. Al tempo stesso, le conseguenze della guerra alimentano il crescente antisemitismo in Europa. Questo antisemitismo è una realtà concreta e preoccupante, e anche in Italia bisogna combatterlo. Tuttavia, riconoscere l’antisemitismo non significa dover ignorare le critiche legittime alla politica del governo israeliano. Quando ogni critica viene presentata ai cittadini israeliani che si apprestano a votare come un’espressione di ostilità internazionale, la capacità di distinguere tra le due cose va progressivamente scomparendo.
È qui che emerge il paradosso politico di Netanyahu: l’isolamento internazionale, che dovrebbe far scattare un campanello d’allarme, può trasformarsi nelle sue mani in una risorsa politica. Più numerosi sono i Paesi che criticano Israele per la sua politica, più gli è facile presentare ai propri sostenitori un mondo ostile, incapace di accettare la potenza dello Stato ebraico. La critica non viene presentata come un’opportunità per esaminare la politica adottata e correggere gli errori, bensì come la prova che Israele è troppo forte per cedere alle pressioni. In questo modo, un fallimento diplomatico si trasforma in una storia di eroismo nazionale: tutti sono contro di noi, dunque abbiamo ragione.
In questi giorni cruciali, alla vigilia di elezioni decisive che influenzeranno l’intero Medio Oriente, emerge anche la responsabilità dell’opposizione. Nel corso degli anni di guerra, essa ha faticato a elaborare un’alternativa politica coerente, che andasse oltre la promessa di sostituire Netanyahu e il suo governo. Non basta promettere di ricostruire i rapporti con il mondo votando contro il governo. Serve un piano organico che affronti la catastrofe in Israele, la catastrofe umanitaria a Gaza e le ripercussioni della guerra sull’opinione pubblica mondiale, garantendo al contempo la sicurezza di Israele nel lungo periodo. La nostalgia per i concerti delle rockstar e per i successi dell’alta tecnologia non è un sostituto di una vera nuova era. Dal 7 ottobre, una visione del genere, ammesso che esista, non è stata presentata al pubblico in modo sufficientemente convincente, e non è dato sapere se riuscirà a produrre un cambiamento politico.
Ne consegue che, nell’Israele dell’ottobre 2026, la sfida dell’opposizione non consiste soltanto nel convincere gli israeliani che il Paese può essere governato diversamente, ma anche nel dimostrare che è possibile garantire il futuro di uno Stato che fino a pochi anni fa era considerato l’unica democrazia del Medio Oriente, senza trasformare la propria potenza militare in un’ideologia. La domanda alle prossime elezioni non è soltanto se Netanyahu cadrà, ma se emergerà una leadership alternativa capace di uscire da questo circolo vizioso. Mentre scrivo queste righe, mi concedo, in quanto scrittrice, di fare appello alle mie capacità creative e di immaginare il crollo di Netanyahu. Vedo con gli occhi della mente milioni di persone scendere in strada nel giro di poche settimane, colme di una speranza rinnovata che, dopo tante catastrofi, hanno ormai dimenticato essere ancora possibile: una prospettiva di nuove politiche e di risanamento dello Stato di Israele. È davvero possibile che questa realtà diventi storia, una dolce storia del futuro? Non lo so.
Tutto ciò che so è che, per preservare il proprio carattere liberale e il proprio posto nel mondo, Israele deve cambiare radicalmente la propria politica, comprendendo che il liberalismo israeliano non ha futuro se è separato dal rapporto del Paese con il mondo.