Serbia, dal crollo della pensilina alla vittoria: così il movimento degli studenti ha battuto Vucic
di Enrico FranceschiniLONDRA – È cominciato tutto da una pensilina, crollata il primo novembre 2024 nella stazione ferroviaria di Novi Sad, provocando la morte di sedici persone e una manifestazione di protesta studentesca che accusava le autorità di corruzione e malgoverno. Poco meno di due anni dopo, la protesta è diventata la marea nazionale che domenica ha travolto alle urne il partito nazionalista filorusso di Aleksandar Vucic, vincendo le elezioni e aprendo un nuovo scenario per la Serbia, potenzialmente di nuovo in cammino verso l’adesione all’Unione Europea, anziché alleata di Mosca.
Al centro di questo epocale terremoto politico c’è il movimento degli studenti, che ha guidato una rivolta risolutamente pacifica, selezionato nella società civile i candidati per il parlamento e fatto respirare un’aria nuova a Belgrado. Un movimento senza leader e con differenti posizioni nelle proprie file, ma simile alle scosse che agitano l’Europa almeno per un aspetto: sono i giovani a guidare lo scontento, a rifi…
LONDRA – È cominciato tutto da una pensilina, crollata il primo novembre 2024 nella stazione ferroviaria di Novi Sad, provocando la morte di sedici persone e una manifestazione di protesta studentesca che accusava le autorità di corruzione e malgoverno. Poco meno di due anni dopo, la protesta è diventata la marea nazionale che domenica ha travolto alle urne il partito nazionalista filorusso di Aleksandar Vucic, vincendo le elezioni e aprendo un nuovo scenario per la Serbia, potenzialmente di nuovo in cammino verso l’adesione all’Unione Europea, anziché alleata di Mosca.
Al centro di questo epocale terremoto politico c’è il movimento degli studenti, che ha guidato una rivolta risolutamente pacifica, selezionato nella società civile i candidati per il parlamento e fatto respirare un’aria nuova a Belgrado. Un movimento senza leader e con differenti posizioni nelle proprie file, ma simile alle scosse che agitano l’Europa almeno per un aspetto: sono i giovani a guidare lo scontento, a rifiutare il presente e a chiedere un futuro migliore. Ecco come la Serbia è arrivata a questo punto e in che modo un movimento studentesco è riuscito a fare cadere Vucic.
La scintilla della Prima guerra mondiale
Per secoli stato cuscinetto fra l’Europa centro-orientale e l’Impero Ottomano, quindi per trecentocinquanta anni sottomessa ai turchi, nel 1878 la Serbia ottiene l’indipendenza dal Congresso di Berlino, il vertice promosso dall’Austria-Ungheria e accettato dalle altre potenze europee per ridisegnare la regione dei Balcani dopo la guerra fra Russia e Turchia. All’epoca è un piccolo stato cristiano-ortodosso di due milioni di abitanti (oggi ne conta quasi sette milioni), esclusivamente agricolo, senza sbocchi al mare né ferrovie. Ma quattro decenni più tardi diventa la scintilla della Prima guerra mondiale, quando il 28 giugno 1914 un giovane nazionalista slavo assassina a Sarajevo l’arciduca Francesco Ferdinando, l’erede al trono dell’impero austro-ungarico, che reagisce dichiarando guerra alla Serbia. Francia, Gran Bretagna e Italia si schierano con Belgrado, scoppia la Prima guerra mondiale. Parte dell’esercito serbo e il suo intero stato maggiore si rifugiano temporaneamente a Brindisi. Dopo il conflitto, la Serbia si ingrandisce acquisendo nuovi territori e dal 1929 diventa parte del Regno di Jugoslavia.
Da Tito a Milosevic
Assoggettata dalla Germania di Hitler e collaborazionista del nazismo durante la Seconda guerra mondiale, la Serbia viene liberata dall’Armata Rossa sovietica e dai partigiani guidati da Josif Tito, il maresciallo a capo della resistenza comunista. A conclusione della guerra diventa una delle sei repubbliche della Jugoslavia insieme a Bosnia-Erzegovina, Croazia, Montenegro, Macedonia e Slovenia, con Tito come leader supremo e tre principi chiave: la fratellanza, l’autogestione economica dei lavoratori e l’appartenenza al movimento dei Paesi non allineati. Un Paese totalitario e comunista, ma non schierato né con la Nato né con il Patto di Varsavia, l’alleanza militare creata da Mosca con i suoi “satelliti”. Dopo la morte di Tito nel 1980, questa struttura va tuttavia in crisi fra declino economico e tensioni etniche, scatenando guerre civili, secessioni e la dissoluzione della Jugoslavia. Nel 1987 in Serbia sale al potere Slobodan Milosevic, comunista e accanito fautore del nazionalismo serbo, che dopo un decennio di brutali conflitti interetnici, in particolare contro le popolazioni musulmane in Bosnia e Kosovo, viene accusato di crimini contro l’umanità: arrestato e processato dal Tribunale Internazionale sull’ex-Jugoslavia, muore in carcere nel 2006 all’Aia.
L’era Vucic
Dal 2012, seguendo l’esempio di altre ex-repubbliche jugoslave, la Serbia è uno dei Paesi candidati a aderire all’Unione Europea. Ma nel 2014 diventa primo ministro il nazionalista Aleksandar Vucic, un ex-alleato di Milosevic. “Se voi uccidete un serbo, noi uccideremo cento musulmani”, aveva detto in un discorso nel 1995, dopo il massacro di Srebrenica in cui le forze serbo-bosniache uccisero 8 mila musulmani. Nel 2017 Vucic viene eletto presidente della repubblica ed effettua gradualmente una svolta autoritaria, riducendo l’indipendenza di media e magistratura, frenando il processo di integrazione europea e rafforzando i legami con Russia e Cina. Quest’anno, non potendo ricandidarsi nuovamente alla presidenza per i limiti posti dalla costituzione serba, si è candidato a premier, con l’intento di rimanere comunque al comando, una mossa identica a quella di Vladimir Putin in Russia nel 2008. Ma nel frattempo in Serbia cresce la protesta. L’ultima decisione di Vucic che provoca dissenso in patria e all’estero è la concessione dei funerali di stato al generale Ratko Mladic, il “macellaio di Srebrenica”, arrestato nel 2011, condannato all’ergastolo dal Tribunale Internazionale per l’ex-Jugoslavia e morto in carcere all’Aia nell’agosto scorso.
L’incidente alla stazione
Sotto la pensilina di cemento della stazione ferroviaria di Novi Sad, seconda maggiore città della Serbia, sgretolatasi all’improvviso il primo novembre 2024, muoiono sedici persone, tra cui un bambino. Ma quelle macerie finiranno per seppellire anche il governo e il presidente. La tragedia sembra emblematica della linea imposta da Vucic al Paese: la tettoia era stata costruita da una ditta cinese, dunque faceva parte degli stretti rapporti economici instaurati con Pechino, intorno all’appalto giravano voci di corruzione. L’intero sistema si ritrova sotto accusa. Quella che inizialmente è una marcia di protesta settimanale a Novi Sad si trasforma presto in una campagna nazionale, raccogliendo lo scontento per la svolta autoritaria e per gli standard economici come nessun partito di opposizione era riuscito a fare sino a quel momento. Nel marzo successivo centomila persone sfilano contro Vucic nelle strade di Belgrado. È l’inizio di una rivolta popolare che non si ferma più. E a guidarla ci sono i giovani. Gli studenti.
Il movimento studentesco
Nato nelle università, il movimento di protesta non ha leader né bandiere. La sua unica ideologia è “lo stato di diritto”. Inizialmente, Vucic cerca di tenersi buoni gli studenti, elogiando le loro “buone intenzioni”. Ma non ci vuole molto a fargli capire che non può sfuggire alla contestazione, sicché li accusa di volere “distruggere la Serbia” e di essere manovrati da non identificati “Paesi europei” e dal “deep state” americano, lo stato profondo, ovvero occulto. Intanto però quei giovani usciti dai campus portano nelle piazze molta altra gente: lavoratori, giudici, artisti. E il tam-tam delle proteste non si limita a occupare le strade: usa abilmente la piattaforma dei social media, aggirando così il bavaglio che il presidente ha messo ai media tradizionali. L’altra decisione cruciale presa dagli studenti in vista delle elezioni di questo mese è non pretendere di essere personalmente rappresentati: il loro “partito” si chiama Lista degli Studenti, ma è soltanto un’etichetta, nessuno studente si candida, sebbene siano gli studenti a cercare, selezionare e sostenere i candidati, scelti fra personalità della società civile, intellettuali, attori e docenti universitari. È una mossa calcolata: i giovani dimostranti capiscono che difficilmente l’elettorato avrebbe votato in massa per una lista di candidati con scarsa esperienza di vita, come sono loro stessi.
Cosa vogliono gli studenti
Il movimento studentesco serbo non ha un programma definito. Al suo interno c’è chi vuole accelerare l’ingresso nella Ue ristabilendo le libertà democratiche soppresse da Vucic e chi dà la precedenza al sostegno all’economia nazionale, chi si schiera con l’Occidente e contro la Russia, chi privilegia pacifismo e disarmo. Ma gli studenti sono uniti nella difesa di libertà e democrazia. E hanno stilato un piano in 11 punti, i cui principali obiettivi sono: sradicare la corruzione, creando una speciale unità di polizia per combatterla; fare una purga dei funzionari governativi, in particolare al ministero degli Interni, che hanno violato la legge reprimendo le proteste o per legami con il crimine organizzato; riformare i media, in primo luogo liberando la radiotelevisione di stato dal controllo politico; mettere fine alla nomina di fedelissimi del governo alla testa delle imprese pubbliche. Insomma, per prima cosa vogliono fare pulizia.
Il gesto delle tre dita
Fra i punti che dividono il movimento degli studenti c’è la questione nazionalista, specie per quello che riguarda il Kosovo, dove vive un’ampia minoranza serba. Una considerevole parte degli studenti la difende opponendosi all'indipendenza kosovara, mentre la corrente più di sinistra è per il dialogo. A suscitare apprensioni, in proposito, non è uno slogan, bensì un gesto, esibito con orgoglio da molti dei giovani manifestanti: il cosiddetto “gesto delle tre dita”, pollice, indice e medio, sbandierati come un simbolo, come un’identità, alla stregua del pugno chiuso comunista o del braccio teso fascista.
Le tre dita possono essere per alcuni soltanto un riferimento al fatto che la Lista degli Studenti era appunto la numero 3 nel cartello elettorale. Ma il gesto è più vecchio delle elezioni di questi giorni. Usato in Serbia come allusione alla trinità ortodossa, il saluto a tre dita si era diffuso negli anni Novanta anche fra i gruppi nazionalisti, i militari e i paramilitari serbi impegnati nelle guerre dell’ex-Jugoslavia, inclusi alcuni dei massacratori serbi in Bosnia. Oggi a sventolare le tre dita sono spesso gli sportivi serbi.
Il movimento studentesco lo ha fatto proprio perché il nazionalismo è presente anche al suo interno ed è tuttora una componente molto sentita della società. Ciononostante, il gesto delle tre dita è una di quelle divisioni con cui Vucic spera di indebolire i vincitori delle elezioni nel suo nuovo ruolo di leader dell’opposizione.
La Lista degli Studenti
Fra i 140 deputati eletti nella Lista degli Studenti, che ha ottenuto così la maggioranza assoluta in parlamento e il diritto di nominare il nuovo primo ministro, figurano persone dal retroterra e dalle idee diverse: c’è l’ex-campione di basket (lo sport nazionale serbo) Dejan Bodiroga (24esimo nome della lista), il noto attore Tihomir Stanic (ottavo nella lista), il cantante lirico Nikola Mikic (46esimo), l’ex-governatore della Banca centrale serba Dejan Soskic (27esimo). Il capolista è Ilija Srdanovic, docente di cardiologia all’università di Novi Sad, ma le previsioni sono che difficilmente sarà lui a sedersi sulla poltrona di premier: per il momento il favorito sembra piuttosto l’ex-banchiere centrale Soskic. Al di là delle tendenze politiche di ciascuno, dicono gli studenti, in parlamento volevano mandare “gente con senso di responsabilità, che non dimentichi perché ce li abbiamo mandati: dovranno continuare come deputati la lotta iniziata nelle strade”. La massiccia affluenza alle urne dimostra che un desiderio simile era condiviso dalla maggior parte della Serbia. In queste ore, i primi a celebrare la vittoria elettorale ballando nelle strade sono naturalmente loro: gli studenti, il movimento giovanile che ha travolto l’autoritarismo senza violenza. Non a caso uno dei primi a congratularsi è stato il nuovo primo ministro ungherese Peter Magyar, protagonista di una ribellione analoga: “Mi ricordate qualcosa”, ha scritto in un post. Belgrado come Budapest, Vucic come Orban: uno spiraglio di speranza che si accende in Europa, un esempio per tutti.