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Israele, storia di guerra e pace: perché il voto di oggi può segnare un bivio

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Dalla divisione della Palestina al conflitto in Iran, in tre quarti di secolo la vita dello Stato ebraico è stata segnata da numerosi episodi bellici e tentativi di diplomazia
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LONDRA – “Queste elezioni sono un referendum fra la guerra permanente e la diplomazia”, ha detto il direttore di Haaretz, celebre quotidiano dell’opposizione israeliana, intervistato da Repubblica. Guerra e pace, o almeno ricerca della pace, hanno segnato dall’inizio e per i successivi tre quarti di secolo la storia dello Stato ebraico. Ecco le tappe di un percorso carico di sangue e di speranze, che si ritrova oggi, ancora una volta, a un bivio cruciale.

La guerra del 1948

Colonia dell’Impero romano, dell’Impero Ottomano, infine dell’Impero britannico, nel 1948 la Palestina viene divisa in due da una risoluzione dell’Onu che ne assegna metà agli arabi e metà agli ebrei, i due popoli che la abitano e che se la contendono. Gli ebrei accettano e proclamano lo stato di Israele, gli arabi rifiutano e dichiarano guerra a Israele. Gli eserciti di Egitto, Giordania, Siria, Libano e Iraq attaccano il neonato Stato ebraico, ma nel giro di pochi mesi è Israele a vincere il conflitto, allargando…

LONDRA – “Queste elezioni sono un referendum fra la guerra permanente e la diplomazia”, ha detto il direttore di Haaretz, celebre quotidiano dell’opposizione israeliana, intervistato da Repubblica. Guerra e pace, o almeno ricerca della pace, hanno segnato dall’inizio e per i successivi tre quarti di secolo la storia dello Stato ebraico. Ecco le tappe di un percorso carico di sangue e di speranze, che si ritrova oggi, ancora una volta, a un bivio cruciale.

La guerra del 1948

Colonia dell’Impero romano, dell’Impero Ottomano, infine dell’Impero britannico, nel 1948 la Palestina viene divisa in due da una risoluzione dell’Onu che ne assegna metà agli arabi e metà agli ebrei, i due popoli che la abitano e che se la contendono. Gli ebrei accettano e proclamano lo stato di Israele, gli arabi rifiutano e dichiarano guerra a Israele. Gli eserciti di Egitto, Giordania, Siria, Libano e Iraq attaccano il neonato Stato ebraico, ma nel giro di pochi mesi è Israele a vincere il conflitto, allargando così i propri confini rispetto alla divisione più equa prevista dalle Nazioni Unite. Una parte della popolazione araba della Palestina si ritrova a vivere in Israele, prevalentemente nel nord del Paese, attorno a Nazareth (oggi quegli arabo-israeliani sono due milioni, più di un quinto della popolazione dello Stato ebraico). Una parte viene espulsa nel corso della guerra e finisce distribuita in campi profughi in vari Paesi arabi, dove tuttora vive. E una parte continua a vivere nell’ex-Palestina britannica: in Cisgiordania, che nel ’48 finisce sotto il controllo del regno di Giordania; e nella striscia di Gaza, sotto il controllo dell’Egitto.

La guerra del 1956

La nazionalizzazione egiziana del canale di Suez, fino a quel momento amministrato da Regno Unito e Francia, spinge Londra e Parigi ad allearsi con Israele per attaccare l’Egitto, con l’obiettivo di riprendere il canale e rovesciare il regime da poco insediato al Cairo del leader nazionalista Nasser. Ma dopo dodici giorni gli Stati Uniti fermano la guerra, minacciando di provocare una crisi della sterlina: l’Unione Sovietica appoggia l’Egitto e Washington teme che il conflitto mediorientale scateni la terza guerra mondiale, con armi nucleari per di più. Regno Unito e Francia richiamano indietro le proprie forze, Israele deve fare altrettanto.

La guerra del 1967

Passano una decina d’anni e i Paesi arabi progettano un nuovo attacco a Israele, che reagisce con un’offensiva preventiva, distruggendo a terra l’intera aviazione egiziana e sbaragliando rapidamente gli eserciti di Giordania, Libano e Siria. Spetta al generale Yitzhak Rabin, comandante in capo delle forze israeliane, dare un nome al conflitto: Rabin sceglie di chiamarlo “la guerra dei Sei Giorni”, il tempo che è durato, con un’allusione biblica al settimo giorno, in cui Dio, e il suo esercito, hanno potuto riposare. In meno di una settimana, Israele non solo stravince sul campo di battaglia ma ingrandisce di nuovo e in maniera ancora più ampia i suoi territori, conquistando l’intera penisola del Sinai fino al canale di Suez, la striscia di Gaza, la Cisgiordania e le alture del Golan in Siria.

La guerra del 1973

L’umiliazione subita nel ’67 spinge gli arabi a riprovarci: l’attacco nel giorno di Yom Kippur, la data più sacra del calendario religioso ebraico, prende di sorpresa Israele, le truppe di Egitto e Siria avanzano in territorio israeliano, per qualche giorno a Gerusalemme la premier Golda Meir teme che il Paese possa essere sopraffatto e qualcuno dei suoi collaboratori suggerisce perfino il ricorso all’opzione nucleare, perché da qualche anno Israele si è dotato dell’arma atomica. Poi l’esercito israeliano, trascinato da Ariel Sharon, un altro generale che, come Rabin, in futuro diventerà primo ministro, si riprende, costringe gli arabi a ripiegare e vince anche questa guerra, durata in tutto due settimane e cinque giorni, senza perdere un metro di terra.

La pace con l’Egitto nel 1979

La grande paura provata da Israele nel ’73 spinge tuttavia il governo di Gerusalemme a non puntare più soltanto sulla guerra per difendersi, bensì a fare ricorso anche alla diplomazia. Con la mediazione di un presidente americano, il democratico Jimmy Carter, nel 1979 il premier israeliano Menachem Begin e il presidente egiziano Anwar Sadat firmano una storica pace al termine dell’ultima maratona negoziale a Camp David, la residenza di campagna dei capi della Casa Bianca. L’Egitto riceve in cambio tutti i territori che aveva perso nella guerra del ’73, vale a dire la penisola del Sinai, ma non Gaza. Israele raggiunge per la prima volta la pace con un Paese arabo. E la pace contiene anche un impegno da parte israeliana ad affrontare il problema di un’autonomia per i milioni di palestinesi dei Territori Occupati in Cisgiordania e a Gaza. Begin e Sadat ottengono il premio Nobel per la pace. Due anni dopo, nel 1981, Sadat viene assassinato al Cairo da un estremista egiziano contrario alla pace con Israele.

La guerra del 1982

Intanto, a partire dalla guerra del ’67, si diffonde nei Territori Occupati e nei campi profughi l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, capeggiata da Yasser Arafat, che sceglie come propria base dapprima Amman, capitale della Giordania, da dove viene espulso dopo un breve conflitto contro l’esercito giordano, poi si sposta a Beirut. Ed è per rispondere alle incursioni sempre più frequenti da Beirut e agli attentati terroristici dei feddayn palestinesi che nel 1982 Israele invade il Libano, arrivando fino alla capitale. Arafat si salva con i suoi fidi fuggendo a Tunisi. Ma una falange cristiana libanese, alleata di Israele, compie un massacro nei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila, situati ai sobborghi di Beirut, facendo circa duemila morti e un numero ancora più alto di feriti. Il ministro della Difesa israeliano Sharon, lo stesso generale protagonista della guerra dello Yom Kippur nel ’73, viene accusato di connivenza e responsabilità politica per la strage. Finirà per dimettersi, ma la sua carriera politica in seguito riprende. Termina invece quella del premier Begin: deluso dalla guerra, imbarazzato dalle accuse per il massacro, depresso per la morte della moglie, nel 1983 si dimette, si chiude in casa e non ne esce più fino alla morte nel 1992. Le truppe israeliane si ritirano solo parzialmente, mantenendo fino al 2000 una “fascia di sicurezza” nel sud del Libano.

La stretta di mano del 1993

Come dopo la guerra del ’73, che sei anni più tardi ha portato alla pace con l’Egitto, anche la guerra del 1982 in Libano rimette in moto il negoziato per cercare di risolvere con la diplomazia il conflitto israeliano-palestinese. Vi contribuisce pure la prima Intifada palestinese, detta “la rivolta delle pietre”, che i giovani palestinesi tirano con le fionde contro i soldati israeliani, spingendo gradualmente Israele a capire che la questione non può essere risolta soltanto con la forza.

Un primo passo lo fa il presidente Bush padre, con la conferenza di Madrid nel 1991 che prepara il terreno a una trattativa. Il passo decisivo viene con il presidente successivo, Bill Clinton, nei panni di mediatore del dialogo iniziato in segreto fra plenipotenziari israeliani e palestinesi in Norvegia, perciò soprannominato “processo di pace di Oslo”. Nel 1993, sul prato della Casa Bianca, con Clinton nel mezzo a sospingerli l’uno verso l’altro, il premier israeliano Rabin e il leader dell’Olp Arafat si stringono la mano, dopo avere firmato un accordo che entro cinque anni prevede la creazione di uno stato palestinese in Cisgiordania e a Gaza. Rabin, il suo ministro degli Esteri Shimon Peres e Arafat, vincono il Nobel per la pace, come era capitato a Begin e Sadat dopo la pace del ’73. “La pace si fa con i nemici, non con gli amici”, commenta Rabin.

E la storia si ripete anche in tragedia: due anni dopo, nel ’95, Rabin viene assassinato a Tel Aviv, appena finito un comizio, da estremista ebraico contrario alla pace con i palestinesi. Laburista come Rabin, Peres viene dato favorito per prendere il suo posto alle elezioni che si tengono di lì a poco, ma una serie di attentati terroristici palestinesi spaventa Israele e a vincere le elezioni è il leader del Likud, Benjamin Netanyahu, che aveva attaccato duramente Rabin per la stretta di mano ad Arafat. È la sua prima elezione a premier. Ne seguiranno molte altre, fino a farlo diventare il leader più longevo nella storia israeliana.

La pace con la Giordania

Nel frattempo, nel ’94, un anno prima dell’assassinio di Rabin, Israele firma un trattato di pace con un secondo Paese arabo: la Giordania di re Hussein. Una pace che per molti aspetti diventa più autentica di quella con l’Egitto, quest’ultima ribattezzata “pace fredda”, come la guerra fredda rispetto alla guerra vera. La pace con la Giordania viene messa a repentaglio nel ’97 da un piano per assassinare ad Amman Khaled Mashal, uno dei leader di Hamas, il gruppo fondamentalista palestinese: due agenti del Mossad lo avvelenano, Mashal è in fin di vita, re Hussein minaccia di stracciare il trattato con Israele, il premier israeliano Netanyahu manda ad Amman il capo del Mossad con l’antidoto che salva Mashal. Per il rilascio dei due agenti israeliani, catturati dalla polizia giordana, Netanyahu libera dal carcere lo sceicco Yassin, leader spirituale di Hamas, che torna a Gaza accolto come un eroe, contribuendo al rafforzamento di Hamas nella Striscia.

La trattativa del 2000

Dopo la morte di Rabin, molti pensano che Israele non avrà mai più un ex-generale laburista che diventa primo ministro e cerca di convincere il proprio Paese a fare la pace con i palestinesi. Invece nel 1999 ne arriva un altro, Ehud Barak, che sconfigge Netanyahu alle elezioni e si impegna a raggiungere la pace promessa da Rabin. Barak è laburista, è un ex-generale, ed è il militare con più decorazioni al valore nella storia israeliana: ex-capo di Sayeret Metkal, le forze speciali dell’esercito, era uno dei commando travestiti da donna sbarcati a Beirut per assassinare uno dei palestinesi ritenuti responsabili della strage di atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco nel 1972. Come e più di Rabin, è determinato a mettere fine al conflitto con i palestinesi. Sempre con la mediazione di Clinton, giunto agli ultimi mesi della sua presidenza, di nuovo a Camp David come Begin e Sadat, il negoziato sembra promettente: Barak offre ad Arafat uno stato palestinese nel 98 per cento della Cisgiordania e in tutta Gaza, con Gerusalemme est come capitale e una gestione congiunta dei luoghi santi ebraici, islamici e cristiani della Città Vecchia. Ma il capo dell’Olp rifiuta, imputandosi sul diritto al ritorno in Israele dei profughi palestinesi.

“Accetti questa pace, Abu Ammar” gli dice l’ambasciatore saudita a Washington, chiamando Arafat con il suo nome di guerra, “o il suo popolo rimpiangerà per sempre di averla rifiutata”. Arafat rifiuta, nei Territori scoppia una nuova Intifada, stavolta non a base di pietre ma di kamikaze palestinesi che si fanno esplodere alle fermate del bus e all’ingresso delle discoteche di Tel Aviv, Barak perde le elezioni e al governo nel 2001 torna la destra con l’ex-generale Sharon, quello della guerra del ’73 e dei massacri di Sabra e Shatila. Da primo ministro prova anche lui a intavolare una trattativa di pace con i palestinesi, ma nel 2006 viene colpito da un ictus e il suo tentativo si blocca. Ci prova di nuovo il suo successore, Ehud Olmert, che riprende il piano di Barak e, avendo come interlocutore il pragmatico Abbas invece di Arafat, è convinto di poter raggiungere un accordo: ma viene fermato anche lui, non da una malattia, bensì da un processo per corruzione. A quel punto, nel 2009, diventa primo ministro, anzi torna a farlo, Netanyahu e la pace va in naftalina, sostituita dalle guerre.

Le guerre di Gaza

Nel 2006, Hamas aveva preso il controllo di Gaza, strappandolo all’Autorità Nazionale Palestinese di Mahmud Abbas, salito al vertice nel 2004 alla morte di Arafat. Israele risponde con un blocco totale della Striscia. Nel 2008, rispondendo agli attacchi di Hamas da Gaza, Israele la invade con un’operazione che causa più di mille morti fra i palestinesi. Una seconda “guerra di Gaza” scoppia nel 2012, facendo un centinaio di vittime. Nella terza guerra di Gaza, nel 2014, muoiono 2400 palestinesi e 73 soldati israeliani. Negli anni successivi continua un conflitto a bassa intensità, con attacchi e reazioni occasionali. Per Hamas è un modo di ostacolare ogni ipotesi di negoziato fra l’Autorità Palestinese e Israele. Per Netanyahu è il modo di dimostrare agli israeliani e al mondo che la pace con i palestinesi non è possibile.

Gli accordi di Abramo

Ma di pace in Medio Oriente si torna a parlare nel 2020, allo scadere della prima presidenza di Donald Trump, con gli accordi di Abramo, il reciproco riconoscimento diplomatico fra Israele e quattro Paesi arabi: dapprima Emirati Arabi Uniti e Bahrein, in un secondo tempo Marocco e Sudan. Un’intesa che ampia da due a sei il numero di nazioni arabe formalmente in pace con lo Stato ebraico. Una pace che, come quelle del passato con Egitto e Giordania, contiene l’impegno di Gerusalemme e dei suoi partner arabi a riavviare anche una trattativa sulla questione palestinese. L’obiettivo maggiore viene però rimandato al successore di Trump: è Joe Biden che prova ad allargare gli accordi di Abramo all’Arabia Saudita, il Paese più importante dell’Islam per la sua ricchezza e perché ospita la Mecca, la città santa dell’intero mondo musulmano. La pace con Riad aprirebbe a Israele la possibilità di un’intesa anche i Paesi islamici dell’Asia, come il Pakistan. Ma Mohammed bin Salman, principe della corona e leader de facto saudita, pone una condizione irrinunciabile: un negoziato per dare uno stato ai palestinesi. La trattativa va avanti, i mediatori americani fanno la spola fra le varie capitali, incontrando emissari israeliani e palestinesi. L’accordo sembra vicino. Poi, il 7 ottobre 2023, succede qualcosa che lo blocca.

La nuova guerra di Gaza

Quel giorno Hamas lancia l’attacco a sorpresa nel sud di Israele che uccide 1200 israeliani e ne prende 250 in ostaggio: il maggior numero di ebrei uccisi in un giorno sulla faccia della terra, dall’Olocausto in poi. Lo scopo di Hamas è impedire la pace fra Israele e Arabia Saudita, far saltare con la guerra un negoziato che può riportare avanti la pace. Netanyahu risponde per l’appunto con la guerra, nella quale in tre anni perdono la vita 75 mila palestinesi di Gaza, in gran parte civili, fra loro molte donne e bambini, oltre a distruggere o danneggiare tre quarti degli edifici della Striscia. Il premier israeliano afferma che andrà avanti fino alla totale distruzione di Hamas. Ma il movimento fondamentalista palestinese a tutt’oggi mantiene il potere a Gaza, sebbene tutti i leader responsabili dell’attacco del 7 ottobre siano stati eliminati da Israele e nonostante il fatto che le truppe israeliane controllino la maggior parte del territorio della Striscia. Accuse di crimini contro l’umanità e di genocidio vengono lanciate nei confronti di Israele da numerosi Paesi e organizzazioni internazionali, inclusa la Corte Penale Internazionale dell’Aia, che emette un mandato di cattura contro Netanyahu. Nell’ottobre 2025, con il sostegno della seconda amministrazione Trump, Israele annuncia un cessate il fuoco a Gaza e la Casa Bianca promuove un piano di pace per la ricostruzione della Striscia, affidato a un Board for Peace internazionale riconosciuto dall’Onu. Ma in quest’anno di tregua le azioni militari israeliane sono proseguite, altri mille palestinesi hanno perso la vita e nessuna ricostruzione è cominciata.

La guerra all’Iran

Nel frattempo, il 28 febbraio 2026 Israele e gli Stati Uniti attaccano l’Iran dando inizio a una guerra contro un nemico assai meglio armato di Hamas. L’obiettivo iniziale è privare Teheran del suo programma nucleare: Washington sostiene che il negoziato per limitarlo sta fallendo, Gerusalemme non ci ha mai creduto. Trump e Netanyahu parlano anche di cambio di regime, esortando la popolazione iraniana alla rivolta contro il regime degli ayatollah. Ma la rivolta non c’è, a dispetto dell’eliminazione di gran parte della leadership nazionale in bombardamenti mirati, compreso il leader supremo Ali Khamenei, e gli ayatollah rimangono al potere, affidandosi sempre di più ai falchi, le Guardie della Rivoluzione iraniana. Un cessate il fuoco concordato l’8 aprile ed esteso due settimane dopo viene ripetutamente violato, anche se raid e rappresaglie non riprendono più all’intensità iniziale. Ma il conflitto si allarga agli Houthi dello Yemen e a tutto il Golfo Persico, con lo stretto di Hormuz parzialmente bloccato e la navigazione commerciale a rischio, facendo salire i prezzi del carburante in tutto il mondo e scatenando una crisi economica con conseguenze politiche sulle elezioni di midterm in America e altrove. Alla vigilia delle elezioni israeliane di quest’oggi, 27 ottobre, le indiscrezioni dicono che Gerusalemme e Washington si preparano a rilanciare un’offensiva in grande stile contro l’Iran. Ma anche questo dipende dall’esito delle elezioni israeliane. Guerra e pace, guerra o pace: il dilemma che accompagna lo Stato ebraico dal giorno della sua fondazione, nel lontano 1948.

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