La gioia delle piazze degli studenti serbi dopo i risultati delle elezioni è racchiusa in una fotografia. In realtà sono tante ma molto simili tra loro: ventenni che si baciano e abbracciano, dietro una folla oceanica, i fumogeni, le bandiere rosse, bianche e blu. In uno di questi scatti, diventati il simbolo della nuova Serbia che cerca di riscrivere un’altra pagina della sua storia nell’era dopo Vucic ci sono Atina Stankovic e il suo fidanzato Ognjen Petrovic, due studenti di scienze politiche all’università di Belgrado.
La vostra fotografia è diventata il simbolo dei festeggiamenti seguiti alla vittoria elettorale della lista studentesca. Riportateci a quel momento.
«Da quasi due anni abbiamo vissuto così tanti momenti simili che si potrebbe riempire un intero album di fotografie. Naturalmente, quello che il nostro Paese ha vissuto il 25 ottobre è un evento storico. Quella fotografia cattura un'emozione autentica, è…
La gioia delle piazze degli studenti serbi dopo i risultati delle elezioni è racchiusa in una fotografia. In realtà sono tante ma molto simili tra loro: ventenni che si baciano e abbracciano, dietro una folla oceanica, i fumogeni, le bandiere rosse, bianche e blu. In uno di questi scatti, diventati il simbolo della nuova Serbia che cerca di riscrivere un’altra pagina della sua storia nell’era dopo Vucic ci sono Atina Stankovic e il suo fidanzato Ognjen Petrovic, due studenti di scienze politiche all’università di Belgrado.
La vostra fotografia è diventata il simbolo dei festeggiamenti seguiti alla vittoria elettorale della lista studentesca. Riportateci a quel momento.
«Da quasi due anni abbiamo vissuto così tanti momenti simili che si potrebbe riempire un intero album di fotografie. Naturalmente, quello che il nostro Paese ha vissuto il 25 ottobre è un evento storico. Quella fotografia cattura un'emozione autentica, è stato il giorno più bello della nostra vita, come riprendere fiato dopo una lunga apnea».
Solo pochi mesi fa, una vittoria del genere sarebbe sembrata impossibile. Che cosa è cambiato in Serbia? Quando avete cominciato a credere davvero che la vostra generazione potesse fare la differenza?
«A dire il vero, all'inizio non avevamo la sensazione che quell'ondata di proteste fosse l'inizio di qualcosa di grande. Tutto è nato dall'esasperazione per anni di corruzione e irresponsabilità da parte dell'élite al potere, che non ha mai dato risposte adeguate. Da quel momento, però, è cambiato qualcosa di fondamentale: ogni componente della società serba ha cominciato a mobilitarsi. È nata così una forte coscienza collettiva, insieme alla speranza di ottenere almeno un briciolo di giustizia. Si è innescata un'ondata di solidarietà così rapida e capillare da sorprendere persino noi. E quell'ondata, come si è poi visto, era inarrestabile. Ha risvegliato l'inat serbo, quello spirito ostinato e ribelle che attraversa la nostra storia, e ci siamo detti: adesso basta».
In che modo questi mesi di proteste hanno cambiato le vostre vite? A che cosa avete dovuto rinunciare e che cosa avete conquistato?
«Negli ultimi due anni è stato semplicemente impossibile restare fuori da ciò che stava accadendo. Questa mobilitazione ha cominciato a plasmare le nostre vite in modi che non avremmo mai potuto immaginare. Qualunque sacrificio abbiamo fatto, impallidisce di fronte a questa vittoria. Da studenti di Scienze politiche, siamo passati dallo studiare certi fenomeni sui libri e nelle aule universitarie al viverli in prima persona, nelle strade».
Per mesi, gli studenti serbi sono scesi in piazza chiedendo responsabilità, giustizia e democrazia. Qual è stato il momento più difficile di questa lotta?
«Le forze messe in campo dalla controparte per contrastare le nostre rivendicazioni erano del tutto sproporzionate rispetto alle nostre. Avevano dalla loro parte i media, la polizia e la magistratura inquirente. E non si sono fermati lì, hanno fatto ricorso alla manipolazione e ci hanno dipinti come nemici dello Stato, hanno usato arresti e violenze fisiche. Ma tutto questo, paradossalmente, è diventato per noi una fonte inesauribile di forza per non arrenderci. Tutti i mezzi usati contro di noi erano la dimostrazione che avevamo ragione».
La vostra generazione è cresciuta conoscendo soltanto Aleksandar Vučić come figura dominante della politica serba. Come immaginate un Paese senza di lui?
«Eravamo in prima elementare quando sono arrivati al potere, e oggi siamo all'ultimo anno di università. Per noi, in tutti questi anni, quel governo ha rappresentato tutto il male del mondo. Per quanto incerto possa essere il percorso che la nostra società ha intrapreso, su una cosa non abbiamo dubbi: non permetteremo a chiunque arriverà dopo di lui di imporre una nuova stagione di autoritarismo».
I vostri genitori erano dalla vostra parte?
«Ci hanno sostenuto senza riserve e sono stati il vento alle nostre spalle durante tutta questa battaglia».
Se ci incontrassimo di nuovo tra dieci anni, in quale Paese sperate di vivere?
«Negli ultimi due anni, piazza Slavija a Belgrado, quella della foto, è stata il luogo in cui ci siamo ritrovati, ancora e ancora. Il momento immortalato esprime felicità e sollievo insieme alla speranza che fosse l'ultima volta in cui avremmo dovuto ritrovarci lì tutti insieme per quel motivo».