✕

Bolsonaro, fuga negli Stati Uniti: lo salva il passaporto italiano

(afp)
Il leader della destra brasiliana temeva i processi ed è scappato dopo la sconfitta elettorale. Gli è stato concesso il visto e chiederà asilo. Lula: “Vergogna. Ma gli Usa sono la loro patria”
3 minuti di lettura

SAN PAOLO – Flávio Bolsonaro è fuggito negli Stati Uniti, e probabilmente ci è riuscito usando il passaporto italiano, transitando nell’Argentina di Milei con Trump che gli concederà prima il visto e poi probabilmente l’asilo politico. Ha il divieto di espatrio e il passaporto brasiliano sospeso, ma da ieri è in Florida con la famiglia. È scomparso dal Brasile sull’alta via del sovranismo, poche ore dopo aver raccolto 60 milioni di voti di chi voleva eleggerlo presidente.

Lo braccavano i giudici, lo attendeva il macigno delle inchieste che lo avrebbe travolto a fine gennaio, quando decadrà l’immunità parlamentare. Ma poche ore dopo la sconfitta si è smaterializzato con l’aiuto degli americani e della cittadinanza italiana. Secondo Simón Levy, un imprenditore messicano vicino agli ambienti trumpiani, il viaggio lo avrebbe organizzato il segretario di Stato Usa Marco Rubio, con il cui entourage il clan Bolsonaro ha rapporti consolidati. Washington, al momento, non conferma.

Ci scriveran…

SAN PAOLO – Flávio Bolsonaro è fuggito negli Stati Uniti, e probabilmente ci è riuscito usando il passaporto italiano, transitando nell’Argentina di Milei con Trump che gli concederà prima il visto e poi probabilmente l’asilo politico. Ha il divieto di espatrio e il passaporto brasiliano sospeso, ma da ieri è in Florida con la famiglia. È scomparso dal Brasile sull’alta via del sovranismo, poche ore dopo aver raccolto 60 milioni di voti di chi voleva eleggerlo presidente.

Lo braccavano i giudici, lo attendeva il macigno delle inchieste che lo avrebbe travolto a fine gennaio, quando decadrà l’immunità parlamentare. Ma poche ore dopo la sconfitta si è smaterializzato con l’aiuto degli americani e della cittadinanza italiana. Secondo Simón Levy, un imprenditore messicano vicino agli ambienti trumpiani, il viaggio lo avrebbe organizzato il segretario di Stato Usa Marco Rubio, con il cui entourage il clan Bolsonaro ha rapporti consolidati. Washington, al momento, non conferma.

Ci scriveranno un film, su questa fuga di mezzanotte del senatore sconfitto, sparito con la moglie Fernanda e le figlie Luíza e Carolina tra i fulmini e le tenebre. Per tutto il giorno si rincorrono notizie senza conferme, mentre i giornalisti brasiliani e argentini danno la caccia alle molliche cadute lungo la via; la prima conferma arriva da Michelle, la terza moglie di Jair: lo ammette agli alleati, sconcertati da una fuga che indebolisce anche loro che le elezioni le avevano vinte conquistando il Congresso.

Le tracce portavano in Argentina, a una pista dell’aeroporto di Puerto Iguazú a poca distanza dal confine brasiliano. Un Gulfstream 400 decollato da Buenos Aires era atterrato lunedì notte alle 23,45. Alle due di ieri mattina, le 6 in Italia, era previsto il decollo per Fort Lauderdale, in Florida, con quattro passeggeri e tre membri dell’equipaggio: secondo Infobae, il pilota brasiliano Mauro Mattosinho dice che l’addetto dell’aeroporto gli aveva comunicato la presenza del nome Flávio nell’elenco passeggeri, con il campo documenti in bianco. L’aereo non è decollato, ma Flávio è arrivato comunque in Florida «sano e salvo», assicura Levy. Secondo BandNews TV, è atterrato alle 17 a Fort Lauderdale.

«Non rinuncerò al mio Brasile», aveva ruggito nella notte elettorale dal quartier generale di Brasilia, nell’ultima occasione in cui si è fatto vedere in giro. Erano trascorse ore da quando la sconfitta si era materializzata. I supporter che avevano invaso la Esplanada dos Ministérios pensando di festeggisare erano tornati a casa abbacchiati, centinaia di telecamere lo aspettavano e alla fine eccolo: non riconosceva il risultato, prometteva battaglia. La mattina dopo, quando Repubblica torna al quartier generale non c’è rimasto nulla. Cancello aperto, tutto smontato. Dalla villa adiacente spunta un uomo: «Che fate in casa mia?».

Nel tardo pomeriggio incontra il governatore di San Paolo, Tarcísio de Freitas, con il coordinatore della campagna Rogério Marinho e altri uomini del team: decidono che avrebbe rinunciato alla richiesta di annullare il voto, e presentato un’azione giudiziaria contro Lula. Avrebbe guidato lui l’opposizione. In serata ricompare con un video davanti a un muro anonimo: racconta che gli agenti gli hanno notificato «l’ordine di consegnare i passaporti» e «vietato l’espatrio» per ordine del giudice Moraes. «Ma io non ho mai pensato di lasciare il Paese. Consegnerò i passaporti e mi difenderò. Nessuno mi metterà a tacere». E invece svanisce nel nulla. Alle 8 di ieri mattina, secondo Metrópoles invia un messaggio a Marinho: si sta «esfriando a cabeça», cerca di chiarirsi le idee, gli dice. «Ma sei in Brasile?». Nessuna risposta. Marinho non riesce più a contattarlo. Il giudice Moraes gli aveva concesso 24 ore per consegnare i passaporti. Flávio non consegna nulla, è già in fuga. Moraes blocca quello brasiliano, ma non può fare nulla per quello italiano ottenuto con il riconoscimento della cittadinanza nel 2023, sotto il governo Meloni.

La fuga è il vizietto del clan Bolsonaro. Papà Jair fuggì negli Usa tre giorni prima dell’insediamento di Lula, che lo aveva battuto alle presidenziali del 2022. Sappiamo come è finita: l’8 gennaio 2023 i suoi sostenitori assaltarono e devastarono il palazzo presidenziale, il Congresso e la Corte suprema di Brasilia. Il fratello Edoardo, detto 03, che ieri ha accolto Flávio negli Usa, è latitante dal 2025. Da deputato, era braccato dallo stesso giudice. Da allora fa il lobbista del clan nell’acquario dei trumpiani. Qualche settimana fa è stato condannato in via definitiva a 4 anni e due mesi, ieri ha abbracciato il fratello in Florida. «Andrà tutto bene», scrive Lula su X: «Non sarà facile. Ci saranno persecuzioni. Attaccheranno la nostra sovranità. Resisti, compagno: il popolo vincerà». Poi in serata aggiunge: «Poteva rimanere per provare la propria innocenza. Fuggire dal Brasile è una vergogna. Ma d’altronde la famiglia Bolsonaro è così. Il Brasile è la loro seconda patria. La prima sono gli Stati Uniti».

Leggi i commenti