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La sfida di Eisenkot per scalzare l’ultradestra: “È stato un no a Netanyahu”

L’opposizione guidata dal generale non ha i numeri per governare. Il nodo dell’appoggio esterno da parte dei partiti palestinesi
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TEL AVIV – Il primo numero ha fatto male. Sullo schermo del comitato elettorale di Yashar! è apparso subito il 25, i seggi che l’iniziale exit poll di Channel 11 ha attribuito al Likud di Benjamin Netanyahu. Quindi, ancora primo partito. Nonostante il 7 ottobre, nonostante tre guerre. Silenzio, disorientamento in sala. Qualche timido urlo e un po’ di applausi, un attimo dopo, ai 21 seggi del leader Gadi Eisenkot. Quando l’emittente israeliana ha mostrato la somma della coalizione di opposizione, nel capannone di Hadar Yosef, nord di Tel Aviv, è tornato l’entusiasmo. Cinquantadue seggi. Gli abbracci dei militanti. Le prime interviste con le tv. Entusiasmo contenuto, però. La strada è impervia. E infatti, nella notte, le rilevazioni più aggiornate danno la parità, 51 a 51. Paese spaccato in due.

Il blocco anti-Netanyahu non ha vinto. Se lo spoglio confermerà gli exit poll, da stamani il dilemma sarà quello che tutti i sondaggi avevano già individuato nelle scorse settimane: che atteggia…

TEL AVIV – Il primo numero ha fatto male. Sullo schermo del comitato elettorale di Yashar! è apparso subito il 25, i seggi che l’iniziale exit poll di Channel 11 ha attribuito al Likud di Benjamin Netanyahu. Quindi, ancora primo partito. Nonostante il 7 ottobre, nonostante tre guerre. Silenzio, disorientamento in sala. Qualche timido urlo e un po’ di applausi, un attimo dopo, ai 21 seggi del leader Gadi Eisenkot. Quando l’emittente israeliana ha mostrato la somma della coalizione di opposizione, nel capannone di Hadar Yosef, nord di Tel Aviv, è tornato l’entusiasmo. Cinquantadue seggi. Gli abbracci dei militanti. Le prime interviste con le tv. Entusiasmo contenuto, però. La strada è impervia. E infatti, nella notte, le rilevazioni più aggiornate danno la parità, 51 a 51. Paese spaccato in due.

Il blocco anti-Netanyahu non ha vinto. Se lo spoglio confermerà gli exit poll, da stamani il dilemma sarà quello che tutti i sondaggi avevano già individuato nelle scorse settimane: che atteggiamento tenere con le liste arabe, il cui sostegno è non richiesto, ma cruciale. Ancor di più se conquisteranno, come i primi dati suggeriscono, ben 17-18 posti nella Knesset. Tre di più delle previsioni, un esito storico.

«Bisogna aspettare, i risultati provvisori indicano una netta sfiducia in Netanyahu e nel governo del 7 ottobre da parte della maggioranza sionista e della maggioranza dei cittadini israeliani», commenta, a chiusura delle urne, il 66 enne ex Capo di Stato maggiore, nato a Tiberiade da genitori provenienti dal Marocco. Se diventasse premier, sarebbe il primo mizrahi, cioè ebreo originario dei Paesi arabi (i suoi genitori erano marocchini), a occupare la poltrona più ambita.

Prima di andare a votare nel seggio di Herzlia, Eisenkot si è recato a Ofakim e nel kibbutz di Nir Oz, tra «gli abbandonati del 7 ottobre». Sui fallimenti della sicurezza ha basato molto della campagna elettorale, proponendosi come l’uomo che - a differenza di Netanyahu - non permetterà un’altra strage come quella di tre anni fa. «Mi impegnerò immediatamente a formare al più presto un governo sionista che promuova l’arruolamento, con questa affluenza non ha senso tornare a votare», ha aggiunto, durante la notte. «Rappresenterò tutti gli israeliani».

Come il suo staff aveva spiegato a Repubblica qualche giorno fa, Eisenkot punterà a proporre al presidente Herzog un governo di minoranza, forte del fatto che la coalizione di Netanayhu, a queste condizioni e dati questi schieramenti, non potrà allargarsi oltre. «Hanno provato a chiedere di posticipare di un’ora la chiusura dei seggi perché si stanno preparando ad accusarci di brogli», dicevano nel pomeriggio nella sede elettorale di Yashar! quando l’attuale primo ministro ha proposto il cambio. Eisenkot si è più volte dichiarato contrario alla partecipazione delle liste arabe nel governo, ma sul possibile appoggio esterno è stato cauto, sostanzialmente non ponendo veti. Se lo aspettava di arrivare a questa situazione, i sondaggi, dentro e fuori le città maggiori di Israele, lo mettevano in guardia. Invece i suoi alleati di destra, Avigodor Lieberman e Naftali Bennett, sul punto sono stati più rigidi, coltivando molte perplessità all’idea di un governo di minoranza o sostenuto da chi non fa parte dell’attuale coalizione sionista.

Discussioni e confronti che dentro Yashar! si stanno facendo da settimane, seppur sottovoce. Un ragazzo di nome Josh, 24 anni, si aggira nel comitato elettorale, un po’ intristito dal consenso che Likud ancora raccoglie nella società israeliana. Ma su cosa debba fare Eisenkot, non ha dubbi. «So che l’appoggio esterno dei partiti arabi farebbe arrabbiare molte persone, ma i numeri sono quelli. Non possiamo ignorarli. Se si vuole arrivare a 61 seggi, servirà Mansour Abbas e la sua Ra’am, che ha detto di riconoscere lo Stato ebraico e ha già partecipato al precedente governo di Lapid e Bennett».

In sala l’inno del partito suona fino a notte fonda. La consapevolezza è poteva andare molto meglio. Ora starà a quanto Eisenkot riuscirà a rassicurare quest’eterogenea coalizione, senza lasciare in un angolo le liste che rappresentano la collettività degli arabi israeliani. Con questi numeri, non se lo può permettere.

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