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Israele, cosa succede adesso: ecco gli scenari

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Dopo il voto di ieri le prospettive sono un governo Netanyahu con l’appoggio di un partito dell’opposizione o un esecutivo di minoranza guidato da Eisenkot con il sostegno dei partiti arabi. Ma esiste anche l’ipotesi nuove elezioni
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GERUSALEMME – Si contano le schede si verificano i ricorsi. In attesa dei risultati finali una cosa è certa. Non c’è strada facile verso la formazione di un nuovo governo in Israele. Alla Commissione Elettorale Centrale potrebbero occorrere diversi giorni per formalizzare il conteggio finale dei voti. Per legge ha a disposizione sette giorni delle elezioni per comunicare i risultati ufficiali al Presidente Isaac Herzog.

Poi la palla passerà a lui: una volta completate queste operazioni e assegnata a ciascun partito la quota dei 120 seggi della Knesset, avvierà consultazioni con i rappresentanti dei partiti per stabilire a chi affidare l'incarico di formare un governo, sulla base delle indicazioni fornite dalle forze politiche. Herzog non ha l’obbligo di dare l’incarico al partito con il numero maggiore di voti, ma a chi ha più possibilità di fare il governo e dunque di arrivare (con i propri parlamentari o grazie all’appoggio esterno di liste “amiche”) a 61 seggi.

Queste le ipotesi:

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GERUSALEMME – Si contano le schede si verificano i ricorsi. In attesa dei risultati finali una cosa è certa. Non c’è strada facile verso la formazione di un nuovo governo in Israele. Alla Commissione Elettorale Centrale potrebbero occorrere diversi giorni per formalizzare il conteggio finale dei voti. Per legge ha a disposizione sette giorni delle elezioni per comunicare i risultati ufficiali al Presidente Isaac Herzog.

Poi la palla passerà a lui: una volta completate queste operazioni e assegnata a ciascun partito la quota dei 120 seggi della Knesset, avvierà consultazioni con i rappresentanti dei partiti per stabilire a chi affidare l'incarico di formare un governo, sulla base delle indicazioni fornite dalle forze politiche. Herzog non ha l’obbligo di dare l’incarico al partito con il numero maggiore di voti, ma a chi ha più possibilità di fare il governo e dunque di arrivare (con i propri parlamentari o grazie all’appoggio esterno di liste “amiche”) a 61 seggi.

Queste le ipotesi:

  • Un governo di minoranza guidato da Gadi Eisenkot e con l’appoggio dei partiti arabi. È un’opzione che sulla carta la maggior parte dei partiti sionisti del fronte del cambiamento ha detto in campagna elettorale di rifiutare: ma già ieri sera sia Eisenkot che Yair Golan (leader dei Democratici) si mostravano più flessibili. Se il blocco del cambiamento si fermerà attorno a 50 seggi, i 18 seggi al momento attribuiti alle due liste arabe saranno fondamentali e inizierà una trattativa che potrebbe durare settimane. Al centro del dibattito ci sarà in particolare Ra’am, il partito di Mansour Abbas e Yoav Segalovitz che ha già garantito l’appoggio esterno al governo Bennett-Lapid cinque anni fa.
  • Nuove elezioni. Se non ci sarà accordo e nessuno dei due fronti riuscirà ad assicurarsi una maggioranza, Israele tornerà alle urne nel giro di sei mesi circa. E’ già accaduto, con cinque elezioni fra il 2019 e il 2022: è un’ipotesi che spaventa il blocco del cambiamento perché resterebbe in carica l’attuale governo nella fase di transizione. “Netanyahu non osi utilizzare la sicurezza nazionale a suo vantaggio”, ha detto ieri Eisenkot, che sa che all’orizzonte potrebbe esserci un nuovo attacco all’Iran. L’ipotesi che al momento non piace neanche a Netanyahu, che pensa di poter aspirare a restare in carica.

  • Un nuovo governo Netanyahu: il Likud è sceso a 27 seggi (sempre dati provvisori), ne aveva 32. Ma resta il primo partito e la coalizione di cui è il perno pare anche lei destinata a restare quella prevalente. A Netanyahu mancherebbe qualche seggio (4-5, tutto dipenderà dai risultati finali) per arrivare a quota 61 parlamentari: il che vuol dire che deve convincere parte del blocco di Eisenkot a cambiare casacca. Difficile, visto in campagna elettorale tutti i leader del cambiamento hanno detto “mai con Netanyahu”: ma non impossibile, per un uomo che sta in sella da trent’anni e che fra i tanti soprannomi vanta quello di “re Bibi” e “Bibi il Mago”.
  • Un governo di larghe intese. Fuori i partiti arabi, l’ala di sinistra del blocco del cambiamento (I Democratici di Yair Golan), l’ala più estrema dell’attuale maggioranza (Otzma Yehudit di Itamar Ben Gvir ma non Bezalel Smotrich), resterebbero il blocco di Eisenkot e quello di Netanyahu. Magari con una premiership alternata. E’ l’ipotesi per cui spingono gli Stati Uniti secondo indiscrezioni di stampa: due le controindicazioni. Per mantenere l’immunità nei processi per corruzione (al momento) Netanyahu deve essere primo ministro, non solo ministro: Eisenkot non può accettare perché perderebbe il sostegno di chi lo ha votato. E perché sa che Benny Gantz accettò in passato, solo per essere travolto da Netanyahu. Ieri sera una vecchia volpe della politica israeliana come Avigdor Lieberman (che è nel campo di Eisenkot con il suo partito) ha lanciato un appello al Likud: “Abbandonate Bibi”, sottinteso “e poi venite con noi”: quasi impossibile che accada.
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