“Se l’indagine procede o scoppia una guerra Netanyahu rimarrà premier”
dal nostro inviato Fabio TonacciTEL AVIV – «Per come si sono messe le cose, penso che la possibilità che Benjamin Netanyahu sia di nuovo premier superi il 50 per cento. Anche perché l’eventuale ripresa della guerra con l’Iran potrebbe favorire la formazione di un governo di unità nazionale con Gadi Eisenkot dentro». La professoressa Tamar Hermann, una delle più note scienziate politiche israeliane e ricercatrice dell’Israel Democracy Institute, riflette, a scrutinio concluso, su cosa accadrà adesso, incrociando l’esito del voto, gli scenari bellici e il sospetto che il Qatar abbia inviato denaro per aumentare l’affluenza nei seggi arabi.
Quale effetto avrà l’inchiesta dello Shin Bet?
«La questione potrebbe assumere grande rilievo, perché includere o meno le liste arabe nel governo può determinare chi sarà il premier. L’effetto pratico probabile è ritardare la certificazione dei risultati, prevista per la prossima settimana».
Questo cosa comporta?
«Si allungano i tempi. E mi aspetto una ricaduta di tipo politico. In …
TEL AVIV – «Per come si sono messe le cose, penso che la possibilità che Benjamin Netanyahu sia di nuovo premier superi il 50 per cento. Anche perché l’eventuale ripresa della guerra con l’Iran potrebbe favorire la formazione di un governo di unità nazionale con Gadi Eisenkot dentro». La professoressa Tamar Hermann, una delle più note scienziate politiche israeliane e ricercatrice dell’Israel Democracy Institute, riflette, a scrutinio concluso, su cosa accadrà adesso, incrociando l’esito del voto, gli scenari bellici e il sospetto che il Qatar abbia inviato denaro per aumentare l’affluenza nei seggi arabi.
Quale effetto avrà l’inchiesta dello Shin Bet?
«La questione potrebbe assumere grande rilievo, perché includere o meno le liste arabe nel governo può determinare chi sarà il premier. L’effetto pratico probabile è ritardare la certificazione dei risultati, prevista per la prossima settimana».
Questo cosa comporta?
«Si allungano i tempi. E mi aspetto una ricaduta di tipo politico. In Israele moltissime persone dubitano della lealtà degli arabi israeliani. Prima delle elezioni abbiamo condotto dei sondaggi, chiedendo: “Quanto vi preoccupa che attori esterni interferiscano coi risultati?”. Il 70 per cento ha risposto “molto”. Serve un’indagine approfondita, che tolga i dubbi».
Si può inceppare l’intero processo post-elettorale?
«Lo Shin Bet non impiegherà certo degli anni, dipende da quanto sono trasparenti questi canali di trasferimento del denaro. Comunque non è che lo Stato sia senza guida, abbiamo un governo di transizione che opera con poteri previsti in questa fare, compreso quello di avviare una guerra».
Se riprende il conflitto con Teheran vedremo un esecutivo Eisenkot-Netanyahu?
«Potrebbe succedere. Il conflitto offrirebbe al Blocco del Cambiamento la giustificazione di fare un governo di unità nazionale col suo avversario. Eisenkot potrebbe invocare l’emergenza davanti ai suoi elettori. È già successo all’inizio della guerra a Gaza, quando Benny Gantz, Gideon Sa’ar e altri si unirono al gabinetto di Netanyahu. Del resto, nessuno dei due schieramenti ha la maggioranza».
Un governo di unità nazionale ha un termine fissato?
«No, può durare per l’intera legislatura. Oppure fino a quando una delle parti decide di uscirne».
Si aspettava questo risultato elettorale?
«Onestamente sì, perché non sono una sondaggista, ma una scienziata politica, quindi non mi baso solo sulle rilevazioni demoscopiche, studio le correnti sociali. Da circa otto anni il 60 per cento degli ebrei israeliani dichiara di collocarsi a destra nello schieramento politico. Anche se nei sondaggi alcuni dicevano di volere un cambiamento al governo, questo non significava che avrebbero votato per Eisenkot».
Come giudica il risultato di Yashar!, il partito di Eisenkot?
«Non ne è uscito male, non lo considero sconfitto. Fra il suo blocco e l’altro, senza gli arabi, ci sono soltanto cinque seggi, 48 contro 53».
Quel blocco ha un problema politico macroscopico: il collante è l’opposizione a Netanyahu, che tiene insieme i Democratici di Golan e un uomo di destra come Avigdor Lieberman. Se Eisenkot ricevesse l’incarico, potrebbe davvero governare?
«Bisognerebbe vedere quanto peserebbero i vari ego. Era chiaro da mesi, la maggior parte dei potenziali elettori di Lieberman intervistati si collocava a destra, non al centro. Considerare quel blocco un insieme omogeneo era più un desiderio che una valutazione politica realistica».
Il risultato complessivo si spiega soltanto con l’asse della società israeliana spostato a destra?
«Le opinioni politiche sono radicate nelle caratteristiche sociali e demografiche. Attualmente, soltanto i due terzi degli ebrei israeliani che si si definiscono laici si colloca a sinistra o al centro. È una società nella quale la destra moderata è profondamente radicata. E le dico una cosa, se non ci fosse Netanyahu, molte più persone voterebbero a destra».
La destra estrema di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich non ha sfondato, ma ha retto. Perché?
«L’affluenza molto alta fra gli arabi ha modificato gli equilibri numerici. Poi Ben-Gvir, da ministro della Sicurezza nazionale non ha mantenuto le promesse, è stato molto poco efficace nel contenere gli alti tassi di criminalità».
La vicenda dei presunti finanziamenti del Qatar esclude l’ipotesi dell’appoggio esterno dei partiti arabi a un governo Eisenkot?
«Potrebbe togliere il terreno da sotto ai piedi di molti di coloro che sostenevano un’unione delle forze fra il blocco di opposizione e le liste arabe».
Ma quest’ipotesi ha mai avuto una possibilità reale e concreta?
«Mai dire mai, in politica a volte si formano coppie molto strane. Un sostegno dei partiti arabi come rete di sicurezza lo abbiamo già visto con il governo Rabin e con quello del cambiamento, guidato da Bennett. Dipende dalle circostanze. Una piena alleanza è invece improbabile, sia per la contrarietà degli ebrei israeliani sia per le differenze profonde su che cosa significhi essere uno Stato ebraico e democratico».