✕

Bisharat: “Ora gli arabi hanno un peso, ma se Israele li respinge non torneranno più a votare”

(afp)

Ascolta l'audio

La direttrice del sito israelo-palestinese +972 Magazine. E spiega perché l’impegno della sua comunità il 27 ottobre non è una cambiale in bianco
2 minuti di lettura

GERUSALEMME – Da anni in Israele c’è un unico media che racconta la realtà in maniera del tutto equilibrata, 50-50, nelle storie, nelle firme, nell’impostazione. Si chiama +972 magazine e insieme alla sua testata gemella Sikha Mekomit (Local call è il nome usato all’estero, telefonata locale, mentre +972 è il prefisso internazionale sia di Israele che della Palestina) è un punto di riferimento essenziale per chi vuole capire questa regione, come testimoniano i tanti premi giornalistici ricevuti. Ghousoon Bisharat ne è la direttrice: ed è anche una delle voci più autorevoli della popolazione palestinese di Israele. Vive a Haifa, dove la raggiungiamo al telefono.

Bisharat, la partecipazione dei palestinesi al voto ha superato la media, già altissima, dell’affluenza nazionale: 80% contro 77,9. Cosa c’è dietro?

«La voglia di protestare, la rabbia, la disperazione. Non è stato un voto di fiducia nella democrazia israeliana né il voto di chi pensava di fare una grossa differenza su quello c…

GERUSALEMME – Da anni in Israele c’è un unico media che racconta la realtà in maniera del tutto equilibrata, 50-50, nelle storie, nelle firme, nell’impostazione. Si chiama +972 magazine e insieme alla sua testata gemella Sikha Mekomit (Local call è il nome usato all’estero, telefonata locale, mentre +972 è il prefisso internazionale sia di Israele che della Palestina) è un punto di riferimento essenziale per chi vuole capire questa regione, come testimoniano i tanti premi giornalistici ricevuti. Ghousoon Bisharat ne è la direttrice: ed è anche una delle voci più autorevoli della popolazione palestinese di Israele. Vive a Haifa, dove la raggiungiamo al telefono.

Bisharat, la partecipazione dei palestinesi al voto ha superato la media, già altissima, dell’affluenza nazionale: 80% contro 77,9. Cosa c’è dietro?

«La voglia di protestare, la rabbia, la disperazione. Non è stato un voto di fiducia nella democrazia israeliana né il voto di chi pensava di fare una grossa differenza su quello che accade qui, fra il fiume (Giordano, ndr) e il mare (Mediterraneo). I palestinesi sono andati a votare perché hanno visto il genocidio a Gaza, le violenze dei coloni in Cisgiordania e Israele accantonare sistematicamente ogni possibile soluzione alla questione palestinese. Ma soprattutto sono andati a votare perché da anni sono discriminati in termini di educazione, prospettive, welfare. Perché nelle loro città e villaggi il crimine dilaga mentre la polizia sta a guardare. Sono andati a votare per mandare a casa questo governo. Ma con poche speranze sulla possibilità di unirsi alle altre opposizioni o di entrare nella maggioranza».

Sono l’ago della bilancia: questo qualche speranza non la dà?

«Fino a un certo punto. Lo dimostra il fatto che quando Netanyahu ha lanciato accuse di brogli alle liste arabe, non abbiamo sentito grosse proteste dall’opposizione, quella con cui le liste arabe dovrebbero allearsi. Ma non voglio essere del tutto pessimista: martedì sono stati ottenuti anche dei risultati importantissimi, che avranno effetti nel tempo, comunque vadano le trattative».

Quali?

«Il muro della paura è stato rotto: sono tre anni che tutti sono terrorizzati nel nostro mondo. Studenti, professori, medici, madri, scelga lei: tutti. Ora la gente ha capito che doveva usare il poco di potere che ha per fermare chi sta dietro al terrore: questo governo, il suo ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir e il suo collega Bezalel Smotrich che ha in mano la Cisgiordania. Ciò segna un precedente importante. Lo è anche il fatto che abbiamo recuperato il nostro peso politico: forse non sarà sfruttato nel prossimo governo, ma spero che venga usato in molti altri campi. Siamo qui, ci hanno contati e siamo tanti».

Vero. Eppure c’è una parte dell’opposizione che non vuole parlare con voi… Vi sentite rifiutati?

«Non siamo ingenui: nessuno di noi si aspettava che il giorno dopo il voto ci sarebbe stato un governo che voleva mettere fine alla discriminazione qui, all’apartheid e l’occupazione in Cisgiordania e al genocidio a Gaza. O che avrebbe preteso diritti uguali per tutti, ebrei e palestinesi. La campagna di odio lanciata da Netanyahu e la reazione dell’opposizione stanno già facendo pensare a molti palestinesi che non ne è valsa la pena, che il loro voto in fondo non ha nessun potere. E che né la cittadinanza israeliana né i poteri che sulla carta garantisce contano, in realtà: come può capire, non è una bella cosa da vivere».

Leggi i commenti