Israele, la svolta di Eisenkot: “Sì agli arabi ma a quattro condizioni”
dalla nostra inviata Francesca CaferriGERUSALEMME – Poco prima che qualche migliaio di persone — poche, in tutto, piazze semi vuote a Gerusalemme come a Tel Aviv — si riunissero in varie località di Israele per chiedergli di portare avanti un’alleanza con i partiti arabi e mandare a casa il governo di Benjamin Netanyahu, Gadi Eisenkot ha fatto la sua mossa. La più ardita da quando, nella notte fra martedì e mercoledì, si è dichiarato vincitore delle elezioni mentre la partita era ancora aperta: anche se a schede contate la sua squadra non era certo uscita trionfante.
Con un comunicato pubblicato appena finito lo Shabbat, Eisenkot ha rivendicato la vittoria — «per mezzo milione di voti» — e invitato i cittadini a «non farsi confondere»: la maggioranza del Parlamento è contraria a Netanyahu. Sulla base di questo, ha insistito il leader di Yashar!, lui e i suoi partner stanno lavorando per formare un governo fondato su quattro principi: riconoscimento di Israele come Stato ebraico e democratico; fedeltà ai principi della dic…
GERUSALEMME – Poco prima che qualche migliaio di persone — poche, in tutto, piazze semi vuote a Gerusalemme come a Tel Aviv — si riunissero in varie località di Israele per chiedergli di portare avanti un’alleanza con i partiti arabi e mandare a casa il governo di Benjamin Netanyahu, Gadi Eisenkot ha fatto la sua mossa. La più ardita da quando, nella notte fra martedì e mercoledì, si è dichiarato vincitore delle elezioni mentre la partita era ancora aperta: anche se a schede contate la sua squadra non era certo uscita trionfante.
Con un comunicato pubblicato appena finito lo Shabbat, Eisenkot ha rivendicato la vittoria — «per mezzo milione di voti» — e invitato i cittadini a «non farsi confondere»: la maggioranza del Parlamento è contraria a Netanyahu. Sulla base di questo, ha insistito il leader di Yashar!, lui e i suoi partner stanno lavorando per formare un governo fondato su quattro principi: riconoscimento di Israele come Stato ebraico e democratico; fedeltà ai principi della dichiarazione di indipendenza, servizio militare o civile obbligatorio per tutti i cittadini, riconoscimento di Hamas come organizzazione terroristica.
«Ogni membro della Knesset disposto a sottoscrivere questi principi è un potenziale partner per la formazione di un governo nuovo e migliore per Israele. La porta del governo che andremo a formare sarà aperta a ogni rappresentante eletto che accetti tali principi e sia all’altezza della situazione», chiude il comunicato. Una mano tesa, la più chiara, la più decisa finora, a quelle liste arabe che con i loro 19 seggi rappresentano l’ago della bilancia in una Knesset in cui la maggioranza è 61 e governo e opposizione sono fermi rispettivamente a 53 e 48. Eisenkot ha anche ribadito quali saranno i primi provvedimenti del governo: commissione di inchiesta sul 7 ottobre 2023 e leva obbligatoria per tutti. Un modo per uscire dalla nebbia che sembrava aver avvolto l’opposizione dopo l’annuncio dei risultati elettorali.
Da oggi ogni giorno è buono per il presidente Isaac Herzog per iniziare le consultazioni: il prescelto avrà 28 giorni (estendibili di altri 14) per formare il governo. Probabile che il primo a tentare sarà Eisenkot, che sulla carta conta di un sostegno più ampio di quello di Netanyahu. Altra data da segnare in rosso il 10 novembre: sarà scelto allora il nuovo presidente della Knesset e l’opposizione ha già individuato un nome su cui convergere. Sarà lui a decidere calendari, agenda e priorità del Parlamento. Il tutto con uno scopo chiaro: cambiare.