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Qui Gop, Staten Island sta con il tycoon: “Non si fermerà”

(reuters)

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“I prezzi erano già alti con Biden. L’Iran? Ci avrebbe fatti tutti saltare in aria. Qui c’è in gioco la sopravvivenza del nostro Paese”
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NEW YORK – Tommy Zito osserva le persone in coda al seggio, poi mostra l’adesivo con scritto “I voted”. «Red all the way», rosso tutta la vita, dice indicando il colore dei repubblicani. E avverte: «Non fidatevi troppo dei sondaggi non ci sarà nessuna onda democratica. A noi conservatori non piace rispondere ai questionari». «E in ogni caso i democratici non fermeranno l’agenda del presidente», conclude. Qualcuno attorno annuisce. Zito sente di parlare a nome di molti a Staten Island, il distretto di New York dove nel 2024 due su tre scelsero Donald Trump. Nel 2016 il tycoon prese 21mila voti più di Hillary Clinton. Nel 2020, 40mila più di Joe Biden.

Il seggio è nella scuola Our Lady Help of Christians, a Summit Street. Il marciapiede è scosceso. Vicino ai pali elettrici in legno, l’immancabile bandiera Usa. Staten Island è il luogo in cui New York sembra essersi dimenticata di essere New York. È separata da Manhattan non soltanto dall’acqua, ma da una distanza culturale. È New Y…

NEW YORK – Tommy Zito osserva le persone in coda al seggio, poi mostra l’adesivo con scritto “I voted”. «Red all the way», rosso tutta la vita, dice indicando il colore dei repubblicani. E avverte: «Non fidatevi troppo dei sondaggi non ci sarà nessuna onda democratica. A noi conservatori non piace rispondere ai questionari». «E in ogni caso i democratici non fermeranno l’agenda del presidente», conclude. Qualcuno attorno annuisce. Zito sente di parlare a nome di molti a Staten Island, il distretto di New York dove nel 2024 due su tre scelsero Donald Trump. Nel 2016 il tycoon prese 21mila voti più di Hillary Clinton. Nel 2020, 40mila più di Joe Biden.

Il seggio è nella scuola Our Lady Help of Christians, a Summit Street. Il marciapiede è scosceso. Vicino ai pali elettrici in legno, l’immancabile bandiera Usa. Staten Island è il luogo in cui New York sembra essersi dimenticata di essere New York. È separata da Manhattan non soltanto dall’acqua, ma da una distanza culturale. È New York, ma non quella da cartolina. È una città di vialetti, chiese, tavole calde, casette di mattoni, vecchie comunità di immigrati che hanno costruito la loro vita lontano dal centro della scena. Il quartiere Tottenville è un ex villaggio di pescatori chiamato così in onore della famiglia Totten, di origine inglese. Gli italoamericani e gli immigrati di origine russa e ispanica sono in maggioranza per Trump. Staten Island è il luogo in cui New York smette di mirarsi allo specchio e comincia a guardare l’America.

A stare qui sembra di incontrare quell’anima rurale del Paese non intercettata dai sondaggisti. Ovunque parlano di vittoria democratica a valanga. Qui no. «Il Partito democratico è finito in mano a comunisti e islamici. A sinistra sono impazziti», commenta Betty Zuniga, figlia di immigrati colombiani. L’inflazione, l’aumento del costo del carburante e della spesa non sono ritenuti motivi sufficienti per voltare le spalle a Trump. «Non è colpa sua, i prezzi erano già alti al tempo di Biden, erano anche più alti, l’inflazione era al 9 per cento», spiega una donna, che non vuole dare il suo nome. Neanche la guerra all’Iran ha raffreddato l’entusiasmo, seppure Trump avesse promesso di tenere l’America lontana dai guai. «Lo ha fatto per salvarci, o l’Iran ci avrebbe fatto saltare tutti in area con il nucleare. Aveva i missili puntati su di noi, lo sanno tutti. Meglio pagare di più un pieno di benzina che sparire dalla Terra, non trova?», commenta Phil Russo. I seggi hanno aperto alle 6 di mattina. Nel weekend, dice una addetta al registro degli elettori, si erano formate lunghe code.

Secondo il Board of Elections, nei nove giorni di voto anticipato a Staten Island avevano votato in 52mila, in linea con il 2025, quando i newyorkesi avevano scelto il sindaco. Qui il socialista musulmano Zohran Mamdani non è ben accetto. E non lo è la governatrice democratica Kathy Hochul, che cerca la conferma. Ovunque appaiono manifesti che invitano a votare il suo avversario, il trumpiano Bruce Blakeman. Un uomo anziano, cappello da baseball calato sugli occhi, stringe un mazzo di rose rosse e tulipani bianchi. Racconta di averli presi dal fioraio all’angolo. «Sono per mia moglie, è il suo compleanno», sorride. Prima però c’è da andare al seggio. «Ho votato Trump tre volte, anche se adesso mi sembra stanco di combattere», confessa. È forse disilluso, ma non cambia opinione: «Non potrei mai dare il mio voto ai musulmani, che vogliono distruggere gli Usa. Trump ha detto che è in gioco la sopravvivenza dell’America e io gli credo».

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