La disfatta di Trump: ai dem il controllo di Camera e Senato
dal nostro inviato Paolo MastrolilliWASHINGTON – Alle nove della sera, quando in Italia erano le tre del mattino, l’ago della bilancia del New York Times assegnava ai democratici il 95% di possibilità di riconquistare la maggioranza alla Camera, e l’82% di farcela anche al Senato. L’ultima parola non era ancora detta, ma questi dati, se confermati, prospettavano un verdetto drastico: il ripudio di Trump e del trumpismo.
Non si respirava un clima da giudizio universale, ieri mattina davanti alla Casa Bianca. Niente proteste né manifestazioni, Secret Service impegnato a fare gli abituali controlli di sicurezza. Dietro alla cancellata però Trump si preparava per la “Election Night Viewing Reception”, prevista nella East Room alle sette di sera, in attesa di sapere se gli americani vogliono voltare pagina sulla rivoluzione Maga, come si capiva dagli exit polls e i primi risultati.
Il presidente ha cercato fino all’ultimo di cambiare il soggetto della discussione, provando a riportare l’attenzione sui suoi risultati economic…
WASHINGTON – Alle nove della sera, quando in Italia erano le tre del mattino, l’ago della bilancia del New York Times assegnava ai democratici il 95% di possibilità di riconquistare la maggioranza alla Camera, e l’82% di farcela anche al Senato. L’ultima parola non era ancora detta, ma questi dati, se confermati, prospettavano un verdetto drastico: il ripudio di Trump e del trumpismo.
Non si respirava un clima da giudizio universale, ieri mattina davanti alla Casa Bianca. Niente proteste né manifestazioni, Secret Service impegnato a fare gli abituali controlli di sicurezza. Dietro alla cancellata però Trump si preparava per la “Election Night Viewing Reception”, prevista nella East Room alle sette di sera, in attesa di sapere se gli americani vogliono voltare pagina sulla rivoluzione Maga, come si capiva dagli exit polls e i primi risultati.
Il presidente ha cercato fino all’ultimo di cambiare il soggetto della discussione, provando a riportare l’attenzione sui suoi risultati economici, che però gli americani non notano nei loro portafogli. Per non parlare poi dei dazi, l’immigrazione, l’Ice, o le guerre in Ucraina e Iran, che aveva promesso di chiudere o mai cominciare. Anche se le vincesse davvero ora, non cambierebbe la sostanza politica di un’elezione che lui stesso ha definito un referendum sulla sua persona, capace quindi di mettere un’ipoteca definitiva sul resto del mandato.
Il primo segnale è venuto dall’affluenza, in grande aumento dappertutto. La Cnn segnalava che 58 milioni di elettori avevano votato in anticipo, e le file ai seggi erano lunghe negli Stati più contesi. Alla vigilia tutti concordavano sul fatto che entusiasmo e motivazione erano forti soprattutto nell’opposizione. Un funzionario della Casa Bianca ha commentato che c’era «un moderato ottimismo», ma poi sono arrivati i primi exit poll. Secondo l’88% dei votanti il costo della vita era il tema cruciale, per il 75% l’economia non va bene e per il 65% la colpa è di Trump. Il 75% è insoddisfatto o arrabbiato. Secondo il 63% dei votanti il presidente non ha le giuste priorità per gli Usa; per il 61% dà la precedenza ai suoi interessi personali; il 43% è andato alle urne per opporsi a lui.
Quindi sono arrivati i primi scrutini da Indiana, Kentucky e Florida, che davano i democratici avanti in distretti repubblicani. Il senatore Ossoff ha vinto in fretta la conferma in Georgia, mentre Ray Cooper ha tolto la North Carolina al Gop e Pappas ha conservato il seggio in New Hampshire, primo gay dichiarato a vincere un seggio senatoriale. Discorso simile alla Camera, indirizzato a tornare democratica.
Voci di frodi circolavano in parecchi distretti, ma sono state liquidate come false. Un problema comunque serio, perché Trump non si è mai impegnato a riconoscere il risultato, e il timore resta che lo contesti come nel 2020, aprendo la porta non solo alle sfide nei tribunali, ma anche a reazioni violente come quelle sfociate nell’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021.
La Corte Suprema e altri tribunali hanno cercato di porci un freno, bocciando le cause presentate in California e Alaska. Si vedrà ora l’appello, che comunque lascia aperta la porta alle contestazioni.
Secondo le ultime quote di Polymarket, sito che fornisce previsioni sulle elezioni agli investitori, i democratici avevano il 97% di possibilità di riconquistare la maggioranza alla Camera e il 78% al Senato. Grosso modo i sondaggi dicevano lo stesso. Un primo successo gli oppositori lo hanno ottenuto subito a Guam, dove la loro candidata a delegato alla Camera, Alicia Limtiaco, ha tolto il seggio al repubblicano James Moylan, però hanno perso il governatore.
Secondo i rilevamenti pubblicati prima del voto, la Camera, dove i repubblicani avevano una maggioranza di 219 seggi contro 214, era persa. Restava solo da vedere il margine. Invece il Senato, dove il Gop aveva 53 seggi contro 47, era incerto. Se i democratici dovessero conservare Georgia e Michigan, la maggioranza si giocherebbe in otto Stati repubblicani in bilico: Texas, Ohio, Iowa, Alaska, Maine, North Carolina, South Carolina e Kansas. Obiettivo dei democratici, conquistarne almeno quattro per controllare anche il Senato, oltre alla Camera.
L’ultimo sondaggio pubblicato lunedì dal New York Times sembrava prospettare un’onda blu, o addirittura uno tsunami. I candidati democratici erano in vantaggio in quasi tutti gli Stati ancora in bilico dove era in gioco la poltrona di senatori del Gop. I repubblicani hanno ribattuto che i sondaggi erano sbagliati, perché sottovalutano il peso dei loro elettori, ammettendo tuttavia che, qualora invece fossero stati giusti, Trump sarebbe andato incontro a una disfatta epocale, da attribuire interamente a lui. Il tema che interessava di più agli elettori, infatti, era l’inflazione, generata e alimentata dalla guerra in Iran, e quindi la responsabilità del malcontento ricadrebbe direttamente sul capo della Casa Bianca e sulle sue scelte.
In gioco nelle midterm, però, c’era il futuro stesso della democrazia americana. Secondo chi accusa Trump di aver forzato i suoi poteri oltre i confini costituzionali, ieri era l’ultima occasione per fermarlo.