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L’arcobaleno progressista che ha rotto l’incantesimo dello strapotere dei ricchi

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Socialisti e centristi, islamici e avventisti insieme con i democratici sono diventati i portavoce di un’America più giusta e multiculturale
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Dopo la tempesta, e poi la ripetuta tempesta trumpiana, che colori ha questo arcobaleno democratico? Quest’iride che va da una costa all’altra dell’America, senza una pignatta d’oro al fondo, giacché non ha avuto bisogno di finanziatori interessati per salire in cielo? Parafrasando l’incipit di Lev Tolstoj per “Anna Karenina”: tutti i candidati repubblicani si assomigliavano (uomini d’affari sospetti, ex marines, parenti di qualcuno che conta, lacchè del presidente) e tutti gli eletti democratici erano, felicemente, a modo loro.

Uno, in New Hampshire, è il primo senatore apertamente gay e dedica il successo al marito. Una è la prima afroamericana a governare la Georgia di Via col vento. Un altro è il primo senatore democratico del Kansas dal 1932, quando il più anziano nell’aula er…

Dopo la tempesta, e poi la ripetuta tempesta trumpiana, che colori ha questo arcobaleno democratico? Quest’iride che va da una costa all’altra dell’America, senza una pignatta d’oro al fondo, giacché non ha avuto bisogno di finanziatori interessati per salire in cielo? Parafrasando l’incipit di Lev Tolstoj per “Anna Karenina”: tutti i candidati repubblicani si assomigliavano (uomini d’affari sospetti, ex marines, parenti di qualcuno che conta, lacchè del presidente) e tutti gli eletti democratici erano, felicemente, a modo loro.

Uno, in New Hampshire, è il primo senatore apertamente gay e dedica il successo al marito. Una è la prima afroamericana a governare la Georgia di Via col vento. Un altro è il primo senatore democratico del Kansas dal 1932, quando il più anziano nell’aula era appena stato concepito. Un’altra è la prima nativa americana a prendersi il New Mexico dove James Stewart in “L’uomo di Laramie” cavalcava per vendicare il fratello ucciso dagli Apache. Alcuni sono moderati e riformisti. Altri, molti altri, democratici-trattino-socialisti (per gli avversari: comunisti). Uno è musulmano e ha vinto in Michigan, un altro è un pastore laico presbiteriano e ha riconquistato il Texas alla faccia dell’avversario che minacciava (o prediceva): «Se perdiamo qui perdiamo l’America». Molti sono ambientalisti, animalisti, vegetariani; ma uno, Rob Sand, vincitore in Iowa a vent’ anni dall’ultimo democratico eletto governatore, è un accanito cacciatore e ha l’ufficio tappezzato di cervi impagliati: «Devi contare su un colpo solo, il cervo non ha il fucile, un colpo solo o non è leale», ammoniva Robert De Niro e a Sand è bastato per abbattere il suo rivale. Tante facce e sfaccettature differenti, contro lo stesso specchietto per allodole che rifletteva l’immagine in scala del presidente Trump. Quale è il minimo comune denominatore? E sarà possibile una sintesi, non in laboratorio, ma nella storia imminente? Una reductio ad unum, a un solo principio politico che riassuma questa molteplicità di fenomeni?

Detto che quando vincono i repubblicani non è la notte della democrazia e quando tocca ai democratici non è una nuova alba, alla luce del giorno dopo si è indotti a cercare il filo che ha legato queste perle, preziose o di bigiotteria che si rivelino. Il primo elemento comune è facile da indicare: nessuno di loro era l’altro sulla scheda. Non erano compromessi con l’amministrazione Trump, non assomigliavano agli avventori del bar di “Guerre Stellari” (con tutto il rispetto per la saga di Lucas) in cui quelli avrebbe tanto voluto sedersi, tra una bionda effimera, l’erede rinnegato di una dinastia e uno svalvolato che ha ammesso di non conoscere il latino ma si è tatuato sul bicipite “Deus vult”. Più gli altri si avvicinavano alla fiamma presidenziale e più elettori bruciavano. Trump ha funzionato come sintesi, non come emanazione. Maga è uno slogan, non un progetto di lungo periodo. Dietro di lui c’è un esercito di nani da giardino che marciano obbedienti finché li calcia fuori dal recinto, non perché si siano dimostrati incompetenti, ma perché lo hanno stancato. Un disperato elettore texano si è lasciato scappare ai microfoni la frase: «Questa è una rivoluzione». Forse lo diventerà, al momento assomiglia di più a una contro-rivoluzione. Che siano socialisti o centristi, islamici o avventisti quelli dell’arcobaleno si sono schierati contro qualcosa che non è un partito né un movimento, ma un modo di stare nel mondo, anche quello politico, anche quello economico.

La traduzione più accurata di Maga dovrebbe essere “Monopolize Anything Gag Anyone”: accaparrati qualsiasi cosa, metti a tacere chiunque. Mentre la popolazione soffriva l’inflazione scatenata da una guerra con ancor meno senso di altre, il presidente si faceva costruire un salone da ballo da serie tv sulla Gilded Age e arricchiva sé stesso e i suoi accoliti speculando di sera sulle decisioni che avrebbe preso al mattino. La reazione irritata è andata dal portafoglio, che stia nella tasca posteriore dei jeans o in quella della giacca, vicino al cuore, al cervello.

È scattata nell’americano medio l’insofferenza verso un contegno di rivendicata arroganza, di irrisione di qualunque controparte, fosse un capo di Stato straniero o un giornalista, di confusione permanente tra giustizia e convenienza. L’America voleva essere una potenza, non una prepotenza. Ha avuto per figure rappresentative e aspirazionali il personaggio di Henry Fonda in “La parola ai giurati” o quello di Gregory Peck in “Il buio oltre la siepe”. E ora: il Pinguino di “Batman” e tutti quegli identici Mr Smith di “Matrix”, agenti di una nuova polizia? Pillola rossa, per favore: meglio affrontare la realtà e scoprire che può ancora essere cambiata. Che si può vincere nelle urne anche senza i 190 milioni di dollari di Elon Musk, puntati in Texas sul cavallo perdente. Senza i finanziamenti di miliardari voltagabbana che l’indomani avrebbero presentato il conto e dopodomani si sarebbero rigirati.

Anche questo accomuna i vincitori di ieri: non hanno comprato o venduto l’elezione, non avranno esattori alla porta, potranno continuare a guidare un’auto elettrica o un furgoncino inquinante e a pregare un qualunque dio senza sentirsene gli esecutori in Terra. Hanno riaffermato, ed è triste pensare quanto ce ne fosse bisogno, che essere minoritari, essere diversi, non è una colpa, anzi può diventare una leva per diventare esponenti di maggioranza e portavoce di uguaglianza.

Il seme che ha fatto crescere l’America era multiculturale e multicolore, poi hanno tentato di tagliare i rami alla pianta. Questi annunciano la ricrescita. Forse tra di loro c’è già il candidato alla Casa Bianca per il 2028 o forse dovrà ancora essere trovato chi abbia nell’identikit parti di ciascuno per comporre il volto della rivincita. Meno difficile per gli altri immaginare oggi a chi non assomigliare domani: meglio non andare mai più a un ballo mascherati da Trump.

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