La rivoluzione democratica che cambia l’America: “È finita l’era dell’odio”
dalla nostra inviata Anna LombardiAUSTIN (TEXAS) – «Stanotte ci siamo ripresi il Texas e l’America intera. Col voto, la gente ci ha detto che è stanca d’odio e di risentimento. Vogliono una politica basata sull’amore: che non è neutrale. Non è debole. Impone di guardare il male negli occhi senza mai abbassare lo sguardo. L’amore è rivoluzionario». Mentre in strada esplodeva la festa, coi clacson a suonare incessantemente fino a tarda notte come quando si vince il campionato, il neosenatore del Texas James Talarico scaldava il suo popolo: «Questa vittoria non riguarda solo i democratici o i repubblicani. È più grande di noi. C’è qualcosa di rotto in America: l’economia, il sistema politico, le relazioni umane. Così volevano i super ricchi che si sono impossessati del governo. Ora basta. Il loro strapotere è finito».
AUSTIN (TEXAS) – «Stanotte ci siamo ripresi il Texas e l’America intera. Col voto, la gente ci ha detto che è stanca d’odio e di risentimento. Vogliono una politica basata sull’amore: che non è neutrale. Non è debole. Impone di guardare il male negli occhi senza mai abbassare lo sguardo. L’amore è rivoluzionario». Mentre in strada esplodeva la festa, coi clacson a suonare incessantemente fino a tarda notte come quando si vince il campionato, il neosenatore del Texas James Talarico scaldava il suo popolo: «Questa vittoria non riguarda solo i democratici o i repubblicani. È più grande di noi. C’è qualcosa di rotto in America: l’economia, il sistema politico, le relazioni umane. Così volevano i super ricchi che si sono impossessati del governo. Ora basta. Il loro strapotere è finito».
È uno tsunami partito dal basso e dal profondo Sud - lì dove l’America confina col Messico, perché aver vinto laggiù vuol dire che è davvero cambiato il Paese – quello che martedì notte ha travolto gli Stati Uniti. Sì, due anni dopo aver consegnato ai repubblicani guidati da Donald Trump il controllo di Washington, gli americani hanno espresso col voto tutto il loro disappunto per le scelte di un presidente che ha finito per impoverirli e trascinarli in una guerra che non volevano. L’America di Trump ha spezzato il morale dei suoi cittadini: e questi sono andati in massa alle urne per ottenere un cambio di rotta. I democratici hanno così conquistato Camera e Senato con un clamoroso vantaggio: la maggioranza è rispettivamente di 228 e 54 seggi. «Abbiamo riconquistato il Senato a dispetto delle previsioni e abbiamo cinque parole per il popolo americano: le soluzioni sono in arrivo», ha esultato il senatore Chuck Schumer sulla scalinata del Congresso, mentre già si prepara a prendere la leadership della maggioranza.
I repubblicani hanno perso ovunque: sconfitti anche in seggi considerati sicuri, vinti nel 2024 da Trump con ampi margini. Col 55% di voti in Texas, James spezza una maledizione più anziana di lui: i dem qui non vincevano da 38 anni. In Maine la senatrice repubblicana moderata Susan Collins, da 30 anni figura di spicco del Senato per le sue scelte bipartisan, è stata sconfitta dal dem Troy Jackson 53 a 46 nonostante l’ex senatore statale fosse stato scelto in corsa, per sostituire Graham Platner travolto da uno scandalo sessuale. E ancora, in Carolina del Sud Annie Andrews, pediatra e attivista anti-armi, ha battuto col 51,3 Darline Graham, sorella del defunto senatore Lindsey, scelta direttamente da Trump: una vittoria impensabile fino a pochi mesi fa. Vittorioso in Michigan anche il candidato progressista Abdul El Sayed, che ha preso il 52,2% nonostante il voltafaccia dell’ultimo minuto della compagna di partito – e sua avversaria alle primarie – Haley Stevens, che ha dato il suo endorsement al rivale repubblicano Mike Rogers. Mentre il democratico Jon Ossoff ha letteralmente trionfato in quella Georgia un tempo feudo dem di Jimmy Carter, poi bastione conservatore dal 1996 al 2020: ha sbaragliato Mike Collins ottenendo addirittura il 59% delle preferenze in una corsa su cui i repubblicani lavoravano fin dall’inizio del secondo mandato di Trump.
Clamorose anche le gare per le poltrone di governatore: in Georgia, Keisha Lance Bottoms, ex sindaca di Atlanta ed ex consigliera di Joe Biden alla Casa Bianca, è riuscita ad arrivare lì dove la pur abilissima Stacey Abrams aveva fallito. Col 53,3% dei voti è la prima donna afroamericana ad essere eletta governatrice nel Peach State, lo Stato delle pesche, ex territorio schiavista. Notevole anche il successo di Amy Acton, l’ex direttrice del Dipartimento della Salute dell’Ohio, eletta prima donna governatrice di quello stato, nonostante il colpo basso assestatole durante la campagna dall’avversario Vivek Ramaswamy: il video dove la madre biologica l’accusava di mentire. Sebbene quella donna avesse perso la custodia della figlia molti anni fa, quando Acton, appena 12enne, aveva denunciato le molestie sessuali subite dal patrigno, mandandolo in galera. Grande successo in Texas anche per Gina Hinojosa, avvocata e rappresentante statale proveniente dal profondo sud: diventa la prima donna latina a governare uno stato in cui la presenza ispanica sfiora ormai il 40%. Col 52,8 ha sconfitto il governatore repubblicano Greg Abbott, colui che metteva i migranti sui bus spendendoli nelle città dem, considerato l’uomo più potente dello Stato, in carica da tre mandati.
Tante, troppe le piccole grandi storie di successo per poterle elencare tutte. Coi democratici capaci di trasformare perfino la corsa al Senato del Mississippi, storicamente razzista, in gara competitiva: qui l’afroamericano Scott Colom sembra aver battuto per una manciata di voti (43) la repubblicana bianca Cindy Hyde-Smith: ma i numeri sono troppo vicini e si andrà al riconteggio. Ora al Congresso approda una nuova classe politica più giovane e più eterogenea. Uomini e donne di etnie e fedi diverse che somigliano di più alla realtà del Paese. «È tutto merito del “grassroots”, la mobilitazione delle organizzazioni comunitarie di base» ci dice nella lunga notte di Austin, Cody Ambrook, 18 anni appena, piangendo d’emozione: «Questo è il mio primo voto e non riesco a credere di aver contribuito a cambiare le cose. Mio padre vota dem da sempre, ma non ha mai avuto questa soddisfazione. Abbiamo fatto una nuova rivoluzione texana che avrà ripercussioni su tutto il Paese».