✕

Anatomia di una sconfitta: dall’Ice a Epstein all’Iran, tutti gli errori di Trump

Ascolta l'audio

Trump ha iniziato il secondo mandato con un consenso forte, ma lo ha dilapidato fino a essere considerato antiamericano
3 minuti di lettura

WASHINGTON – Era metà febbraio 2025, anno primo del secondo mandato Trump, quando i consiglieri economici della Casa Bianca lo avevano visitato per portare ottime notizie: i redditi delle famiglie americane aumentavano, i fondi pensione si gonfiavano di soldi, il pil cresceva oltre le attese. Nel frattempo i democratici erano allo sbando e non sapevano più dove sbattere la testa. «Tanta roba buona», aveva commentato il presidente, pregustando il posto nella storia che la sorte benigna gli stava apparecchiando. Forse proprio per questo, un paio di settimane dopo aveva ordinato di bombardare l’Iran, convinto dal premier israeliano Netanyahu che eliminando subito l’ayatollah Khamenei avrebbe conquistato in pochi giorni il nemico che da mezzo secolo insultava l’America come “Grande Satana”, mettendosi sul piano Roosevelt con la Seconda Guerra Mondiale. Non era così, però, e quella fatale decisione avrebbe messo in moto una catena di errori catastrofici, un po’ dovuti alla presunzione e un…

WASHINGTON – Era metà febbraio 2025, anno primo del secondo mandato Trump, quando i consiglieri economici della Casa Bianca lo avevano visitato per portare ottime notizie: i redditi delle famiglie americane aumentavano, i fondi pensione si gonfiavano di soldi, il pil cresceva oltre le attese. Nel frattempo i democratici erano allo sbando e non sapevano più dove sbattere la testa. «Tanta roba buona», aveva commentato il presidente, pregustando il posto nella storia che la sorte benigna gli stava apparecchiando. Forse proprio per questo, un paio di settimane dopo aveva ordinato di bombardare l’Iran, convinto dal premier israeliano Netanyahu che eliminando subito l’ayatollah Khamenei avrebbe conquistato in pochi giorni il nemico che da mezzo secolo insultava l’America come “Grande Satana”, mettendosi sul piano Roosevelt con la Seconda Guerra Mondiale. Non era così, però, e quella fatale decisione avrebbe messo in moto una catena di errori catastrofici, un po’ dovuti alla presunzione e un po’ all’incompetenza, aprendo la porta al ripudio di martedì. Si legge nella folle corsa di Donald verso il disastro, ricostruita giorno per giorno, tema per tema, da New York Times, Wall Street Journal, Washington Post e Ap.

Trump era tornato alla Casa Bianca con un mandato forte. Il primo tema su cui aveva investito il capitale politico ad aprile erano stati i dazi, convinto che avrebbe insegnato una lezione agli europei, recuperando abbastanza soldi da rendere superflue le entrate del fisco Irs, magari fino a cancellarlo. Primo errore clamoroso, perché la Corte Suprema avrebbe poi giudicato illegali le tariffe, che comunque non avrebbero generato i ricavi previsti o rilanciato il settore manifatturiero, preparando invece la strada al grande ritorno dell’inflazione.

L’altro appuntamento chiave del primo anno era stato il vertice di agosto in Alaska con Putin, che si ostinava a considerare un amico, a differenza del fastidioso ucraino Zelensky maltrattato nello Studio Ovale. In campagna elettorale Donald aveva promesso di chiudere quella guerra in 24 ore, ascoltando il popolo Maga che dei conflitti infiniti non voleva più saperne, soprattutto in Medio Oriente. Qualcosa però non aveva funzionato, forse perché Vladimir non era poi l’amico geniale tanto rispettato. Ma la politica estera non è il principale motivatore degli elettori americani, che comunque apprezzavano il tentativo di spendere meno in Europa. La prima botta data al programma nucleare iraniano in giugno era poi andata in questa direzione, massimo risultato col minimo sforzo.

Il primo scricchiolio era però arrivato il 7 gennaio, quando gli agenti dell’Ice avevano sparato a Renee Good nelle strade di Minneapolis, dove arrestavano immigrati illegali da espellere. Era una donna che protestava, secondo i diritti garantiti dalla Costituzione, così come Alex Pretti, ammazzato un paio di settimane dopo. Melania aveva sussurrato a Donald che Stephen Miller, architetto delle deportazioni di massa, stava esagerando, ma il marito ci aveva messo un po’ ad ascoltarla, prima di cacciare il vigilante vestito da SS Greg Bovino e la giustiziera di cani col cappello da cowboy Kristi Noem. Gli americani avevano iniziato a chiedersi se l’amministrazione America First non fosse in realtà antiamericana, pronta a violare le regole basilari della democrazia liberale, mentre gli ispanici si pentivano di averla votata.

A quel punto forse il mandato non era ancora compromesso, nonostante la cattiva gestione del caso Epstein avesse ferito lo stesso mondo Maga, provocando la rottura con le erinni dell’amministrazione, a partire dalla fedelissima seguace di QAnon Marjorie Taylor Grenee. Nessuno cancellerà il sospetto che Trump abbia tenuto a mente la speranza di far sparire dai media lo scandalo del miliardario pedofilo, a cui mandava disegni pornografici come cartoline di auguri, ragionando sui pro e i contro dell’attacco all’Iran. Comunque aveva proceduto, promettendo una soluzione in 6 settimane.

Anche qui le cose non erano andate come previsto, generando litigate con alleati tipo la premier italiana Giorgia Meloni, e troppa vicinanza con Netanyahu, che poi gli avrebbe rimproverato lo stesso vice presidente Vance, scatenando un’altra rottura dolorosa con l’ex sostenitore Tucker Carlson. Generali e strateghi lo avevano avvertito del rischio di chiudere Hormuz, ma non aveva ascoltato, facendo esplodere prezzo della benzina e carovita mentre gli americani vedevano lui e la sua famiglia arricchirsi, inclusa l’idea di vendere in anticipo l’accesso ai messaggi social con cui muoveva i mercati. La corruzione era apparsa come problema nei sondaggi, ma alla Convention di Dallas aveva promesso 5.000 dollari a ogni americano per votare i suoi candidati sbagliati. Con la popolarità in calo i consiglieri suggerivano profilo basso, aveva invece trasformato le midterm in un referendum su se stesso, esaltando la sala da ballo in costruzione alla Casa Bianca come avrebbe fatto Maria Antonietta prima della Rivoluzione francese. E rivoluzione è stata, stavolta con la sua testa a rotolare.

Leggi i commenti