TEL AVIV – A Israele non basterà liberarsi di Netanyahu per riconquistare la fiducia del Congresso. C’è bisogno di cambiare le politiche verso i palestinesi, e non è detto che Eisenkot sia in grado di farlo». L’israeliano Alon Pinkas, 65 anni, diplomatico e analista politico, conosce la relazione speciale che lega gli Stati Uniti e Israele: è stato consigliere politico di Shimon Peres e, dal 2000 al 2004, console generale a New York.
Cosa comporta un Congresso a maggioranza democratica molto più critico verso Israele?
«Per noi è lo scenario peggiore. Se Eisenkot diventerà primo ministro, la sua priorità dovrà essere rimettere in carreggiata i rapporti con Washington. Avrà di fronte molti Democratici ostili e, dall’altra parte, un presidente arrabbiato per la sconfitta elettorale».
TEL AVIV – A Israele non basterà liberarsi di Netanyahu per riconquistare la fiducia del Congresso. C’è bisogno di cambiare le politiche verso i palestinesi, e non è detto che Eisenkot sia in grado di farlo». L’israeliano Alon Pinkas, 65 anni, diplomatico e analista politico, conosce la relazione speciale che lega gli Stati Uniti e Israele: è stato consigliere politico di Shimon Peres e, dal 2000 al 2004, console generale a New York.
Cosa comporta un Congresso a maggioranza democratica molto più critico verso Israele?
«Per noi è lo scenario peggiore. Se Eisenkot diventerà primo ministro, la sua priorità dovrà essere rimettere in carreggiata i rapporti con Washington. Avrà di fronte molti Democratici ostili e, dall’altra parte, un presidente arrabbiato per la sconfitta elettorale».
Come si tiene insieme Trump e il Congresso democratico?
«Se il nuovo governo investirà troppo nei rapporti con i Democratici, Trump impazzirà. Se invece il premier entrerà e uscirà dalla Casa Bianca due volte al mese, impazziranno i Democratici. Un equilibrio delicatissimo da mantenere».
Eisenkot è in grado di gestirlo?
«Lo stimo e lo conosco bene, ma temo che non abbia l’esperienza necessaria. E non sono sicuro che qualcuno intorno a lui sappia farlo. Non basta incontrare i Democratici a Washington. Togliere Netanyahu dall’equazione farà scomparire metà dell’ostilità, ma darà al nuovo governo solo sei-otto mesi di luna di miele. Se nel frattempo non saranno affrontate le questioni sostanziali, cioè l’occupazione, il trattamento dei palestinesi, il modo in cui è stata condotta la guerra, il Congresso tornerà a criticare lo Stato ebraico».
Quanto è grave il danno all’immagine negli Stati Uniti?
«Molto. Nei sondaggi di Pew, Gallup e altri istituti il consenso verso Israele è sceso da circa il 65 per cento al 30. E non solo tra i giovani Democratici, anche fra i Repubblicani sotto i quarant’anni».
«Da tempo hanno perso fiducia nella mediazione americana, ritenuta filo-israeliana. E finché Trump è alla Casa Bianca i palestinesi hanno pochi strumenti a disposizione. Queste elezioni però dimostrano che la posizione di Israele negli Stati Uniti è cambiata radicalmente».
Spiega così la vittoria di El-Sayed in Michigan, nonostante i 30 milioni spesi contro di lui da Aipac, il gruppo di pressione pro-israeliano?
«Tutti sopravvalutano Aipac, è come una squadra di calcio che non vince più ma conserva il blasone. Nell’ultimo decennio si è indebolita e dopo il 7 Ottobre è diventata un marchio tossico anche per i Democratici centristi».
Come giudica l’annuncio di Trump di voler interrompere gli aiuti militari americani a Israele?
«L’accordo negoziato con Obama nel 2016 vale 38 miliardi di dollari in dieci anni, 3,8 miliardi l’anno, e dovrebbe scadere nel 2028. Israele può fare a meno di quei soldi. Non può però permettersi di perdere ciò che li accompagna: l’accesso prioritario agli avanzati sistemi d’arma americani e la ricerca congiunta su antimissili, caccia e droni. Mettendo insieme le parole di Trump sugli aiuti e lo tsunami democratico, siamo davvero davanti a una svolta nei rapporti fra i due Paesi».
Gli effetti del voto americano saranno immediati?
«No. Il nuovo Congresso entrerà in carica a gennaio. E Trump, per altri due anni, conserverà enormi poteri in politica estera. In Israele, inoltre, ancora non sappiamo chi diventerà premier».
Quali sono gli scenari?
«O Eisenkot riesce a formare un governo, anche di minoranza, oppure nessuno ci riuscirà e si andrà a nuove elezioni a marzo o aprile. Netanyahu alla Knesset non ha i numeri per farlo».
Una nuova guerra contro l’Iran salverebbe politicamente Netanyahu?
«Non si costruisce una coalizione mentre suonano le sirene e cadono i missili, quindi tutto verrebbe rinviato. Netanyahu sfrutterebbe l’emergenza, accusando Eisenkot di voler fare un governo coi partiti arabi mentre Israele combatte l’Iran. La verità è che Netanyahu ormai è una zavorra a Washington, persino i Repubblicani ne hanno abbastanza di lui».
Difficile che Israele attacchi da solo l’Iran. Qual è la sua previsione sulla prossima mossa di Trump?
«Può evitare la ripresa della guerra, perché anche lui attribuisce al conflitto la sconfitta repubblicana. Oppure può attaccare proprio per dimostrare di essere ancora forte e di poter fare ciò che vuole. È Trump, è imprevedibile».