Tre giorni a midterm e gli occhi sono tutti puntati sui sondaggi per capire se i democratici riusciranno a conquistare la maggioranza alla Camera e al Senato, mettendo un serio limite alla libertà di azione di Donald Trump nei suoi due ultimi anni alla Casa Bianca.
Quest’anno si svolgono le elezioni per l’intera Camera dei rappresentanti, 435 deputati, e per 35 senatori (quelli che furono eletti nel 2020 e sono in scadenza). Gli altri 65 seggi del Senato non sono invece in palio: il Senato si aggiorna per un terzo ogni due anni. Come può andare? Vediamo qualche scenario.
I sondaggi su Trump: la popolarità del presidente a picco
Partiamo dal termometro più semplice, ma anche quello meno specifico: l’approvazione di Trump. Nessun americano troverà il suo nome nelle urne ma il presidente ha come sempre cercato di personalizzare queste midterm dicendo "votate come se ci fosse il mio nome sulla scheda”. La convinzione è che lui possa spostare il voto degli indecisi, come ha fatto all…
Tre giorni a midterm e gli occhi sono tutti puntati sui sondaggi per capire se i democratici riusciranno a conquistare la maggioranza alla Camera e al Senato, mettendo un serio limite alla libertà di azione di Donald Trump nei suoi due ultimi anni alla Casa Bianca.
Quest’anno si svolgono le elezioni per l’intera Camera dei rappresentanti, 435 deputati, e per 35 senatori (quelli che furono eletti nel 2020 e sono in scadenza). Gli altri 65 seggi del Senato non sono invece in palio: il Senato si aggiorna per un terzo ogni due anni. Come può andare? Vediamo qualche scenario.
I sondaggi su Trump: la popolarità del presidente a picco
Partiamo dal termometro più semplice, ma anche quello meno specifico: l’approvazione di Trump. Nessun americano troverà il suo nome nelle urne ma il presidente ha come sempre cercato di personalizzare queste midterm dicendo "votate come se ci fosse il mio nome sulla scheda”. La convinzione è che lui possa spostare il voto degli indecisi, come ha fatto alle precedenti tornate in cui è stato eletto.
Il suo partito non è invece convinto che sbandierare Trump sia una scelta vincente: un’analisi del New York Times ha dimostrato che meno dell’1% dei soldi spesi dal Gop per gli spot elettorale cita il presidente.
I numeri per la Casa Bianca sono impietosi. Un recente sondaggio Reuters dava l’approvazione del presidente al 32%, ma una rilevazione dell’American research group ha poi spinto quel dato ancora più giù: solo il 29% degli americani promuove il presidente. E così via: Ipsos 32%; Cnn 32%; Nyt-Siena +34%; solo Pbs registra un 38%.
Basterà ai democratici per conquistare la Camera e il Senato? Vediamo.
I sondaggi per la Camera dei rappresentanti
Partiamo dalla Camera, ma prima una piccola precisazione: il sistema elettorale americano non ha nulla di proporzionale, quindi i sondaggi generali hanno un limite intrinseco. A seconda della distribuzione dei voti, l’output dello stesso dato nazionale può essere opposto. In ogni caso, almeno alla Camera, i sondaggi nazionali sono una approssimazione che ha qualche valore: per gli analisti per avere buone chance di avere la maggioranza alla Camera i democratici devono vincere il voto generale di almeno tre punti percentuali. E per i sondaggi il vantaggio proiettato è quasi di 10 punti. Un dato che negli ultimi mesi è rimasto sostanzialmente stabile in tutte le rilevazioni.
A questo scenario si aggiunge l’analisi di VoteHub che dà ai democratici l’84% di possibilità di riprendere il controllo della Camera, ribaltando 15 distretti che nel 2024 avevano votato per il Gop. Quindi a meno di un fallimento clamoroso delle rilevazioni - simile a quello visto per altre elezioni in cui c’era Trump sul ticket - c’è una strada chiara per la maggioranza blu nell’House of representatives.
I sondaggi per il Senato: gli Stati chiave
Al Senato, guardare i dati nazionali è assolutamente inutile. Intanto perché non si vota ovunque. Per scoprire come sarà il Senato nel prossimo biennio si parte da un “risultato” già stabilito di 34 a 31 per i democratici (ora la maggioranza è repubblicana, 53 a 47).
Dei 35 seggi in palio, attualmente 13 sono democratici e 22 repubblicani. Per ottenere la maggioranza al Senato, i democratici devono riconfermare i loro 13 senatori e “ribaltarne” almeno 4 che oggi sono controllati dal Gop (o naturalmente riconfermare 12 e ribaltarne almeno 5 e così via). Possono farcela? I sondaggi sono molto meno netti rispetto alla Camera: non lo escludono, ma resta una possibilità più che una probabilità.
Di questi 35 ce ne sono poi una quota in cui l’elezione non è in bilico (i cosidetti “safe” o “solid”), ovvero uno dei due partiti ha un vantaggio così netto che per gli analisti quel seggio non è contendibile. Sono 9 democratici e 12 repubblicani. Si arriva così a un risultato di 43 pari. Prima di arrivare alle sfide davvero in bilico, bisogna togliere ancora qualcosa, i cosidetti “likely”: sono la Georgia e il North Carolina (che oggi è repubblicano) per i democratici e Florida e Missouri per il Gop. Siamo quindi a 45 pari.
Restano 10 sfide. Sette (Alaska, Iowa, Kansas, Maine, Michigan, Ohio, Texas) sono “toss up”, ovvero talmente vicini che tanto vale tirare una monetina per indovinare. Di queste 7, 6 oggi sono in mano ai repubblicani (solo il Michigan ha un senatore dem). Poi c’è uno Stato che tende (“lean”) verso i repubblicani (la South Carolina) e due “lean dem”, ovvero Minnesota e New Hampshire.
Per conquistare il Senato, i democratici devono conquistare 6 di questi 10 seggi. Vediamo i sondaggi uno per uno.
- South Carolina “lean rep” - I sondaggi danno avanti Graham (R) tra 1 e 3 punti, ma è già una notizia che il South Carolina sia considerato un territorio contendibile: i democratici hanno vinto qui l’ultima volta nel 1960.
- Alaska “toss up” - Altro territorio fortemente repubblicano (ha votato per un presidente dem solo nel 1964), qui di sondaggi danno Mary Peltola (D) avanti di almeno due punti (addirittura +7 per il Nyt-Siena). Peltola guida i sondaggi da mesi, con una piccola parentesi di un paio di rilevazioni a settembre. Un piccolo appunto: l’Alaska ha un sistema elettorale leggermente diverso che può portare a sorprese, anche per questo è meglio non considerarlo “blu” troppo facilmente.
- Iowa “toss up” - I sondaggi sono ondivaghi, si passa dal +2% di Turek (il dem) al +3% di Hinson (R). Per chi vuole vedere i democratici avvantaggiati, pesa il fatto che molte delle rilevazioni che vedono Hinson avanti sono commissionate dal Gop. La verità è che è tutto da vedere. Su Polymarket, Hinson è data leggermente avanti, seppur in discesa da mesi.
- Kansas “toss up” - Tutti nomi di Stati che alle presidenziali siamo abituati ad associare ai repubblicani, anche il Kansas come l’Alaska ha scelto un presidente democratico l’ultima volta con Lyndon Johnson nel 1964. Qui i sondaggi sono pochi: il Nyt un mese fa dava “pareggio”. Da quel momento Hamilton (D) è avanti in 5 sondaggi su 6, compreso uno considerato vicino ai repubblicani. Ma l’ultimo è il più recente e vede Marshall (R) a +1. Inutile dire che con la forchetta di errore, è impossibile fare una vera previsione. Su Polymarket si scommette leggermente di più sui repubblicani.
- Maine “toss up” - Il Maine, pur essendo nel New England, è uno Stato repubblicano che si è spostato verso i democratici solo per le presidenziali e solo negli ultimi anni. Il seggio in palio è quello della fortissima repubblicana Susan Collins, che è senatrice da quasi 30 anni, confermata ripetutamente. Collins si ricandida ma per la prima volta i sondaggi la danno in difficoltà: il progressista Troy Jackson è mediamente avanti per le rilevazioni recenti. Un solo sondaggio (vicino ai repubblicani) dà Collins in testa di un punto. Potrebbe essere la fine del regno di Collins e un “early signal” per la notte che ci aspetterà: le urne qui chiudono alle 2 ora italiana.
- Michigan “toss up” - In queste settimane si è preso la scena democratica, e gli insulti di Trump: Abdul El-Sayed è il candidato democratico più in vista in questo ciclo elettorale. Un progressista descritto come estremista dai suoi oppositori ma premiato dai sondaggi. L’ultimo, della Cnn, lo dà in vantaggio di 7 punti, ben oltre il margine di errore. L’unica rilevazione pro Rogers è stata commissionata dal suo comitato elettorale. Infatti il Michigan, tra gli Stati toss up è quello dove i democratici forse sono più tranquilli, anche se il profilo di alta visibilità del candidato El-Sayed potrebbe smuovere la base repubblicana più di quanto previsto.
- Ohio “toss up” - L’Ohio è l’altro Stato dove i dem hanno buone possibilità. Degli ultimi 20 sondaggi, negli ultimi due mesi, c’è un pareggio, una rilevazione pro Husted (R) e un’infilata di “blu” con Jerrod Brown (D) avanti tra i 2 e i 6 punti percentuali.
- Texas “toss up” - Altro candidato con grande visibilità, James Talarico (D) potrebbe davvero strappare un seggio texano al Senato ai repubblicani. Sarebbe un sorpresa, ma non per i sondaggi, che vedono Talarico costantemente avanti (+6 nell’ultimo, della Cnn).
- Minnesota “lean dem” - Qui non serve dilungarci, è “lean dem” anche per il Cook per un motivo. Ultima rilevazione: +14% per Flanagan (D), ma non si registrano sondaggi con meno di 3 punti di vantaggio da oltre un mese.
- New Hampshire “lean dem” - Come per il Minnesota, istituti di sondaggi (anche repubblicani) concordi: il prossimo senatore del New Hampshire dovrebbe essere Chris Pappas, attualmente deputato e per la precisione il primo deputato gay eletto dal New Hampshire. Il sondaggio peggiore lo dà avanti di 5 punti, ed è commissionato da un Pac repubblicano dal nome “Dio, patria e famiglia”.
Riepilogando, dove i sondaggi sono più netti per i democratici? Michigan, Ohio, Texas, Minnesota e New Hampshire. Se i dem vincessero questi 5 seggi sarebbe pareggio: 50 senatori a 50. Che non basterebbe, perché al Senato il voto decisivo in caso di parità è quello del vicepresidente, che ovviamente resterà JD Vance. Ne serve un altro.
Safe, likely, lean per la Camera: cosa dicono gli analisti
Ecco invece i dati aggiornati della Camera (nell’ultima sintesi del Cook report):
186 “safe” democratiche
18 “likely” dem
18 “lean” dem
18 “toss up”
17 “lean” Gop
14 “likely” Gop
164 “safe” Gop
Quindi con gli stessi parametri del Senato: 204 Dem, 178 Gop e 53 sfide da seguire la notte elettorale (il 14esimo distretto della Florida o il 15esimo del Texas, solo per fare due esempi). Da notare che per ottenere la maggioranza, ai dem basterebbe conquistare tutti quelli in cui sono in vantaggio -- pur perdendo tutti quelli toss up: sarebbero 222 seggi (la maggioranza è 218).
Ma se i sondaggi sbagliano?
La domanda è legittima, e a ogni elezione americana recente torna puntuale. Nel 2016 e nel 2020 i sondaggi sottostimarono Trump, e da allora ogni vantaggio democratico viene guardato con sospetto. Eppure, ricorda Nate Cohn sul New York Times, alle elezioni di metà mandato quell’errore non si è ripetuto: né nel 2018 né nel 2022 i sondaggi avevano gonfiato i democratici, e lo scorso novembre in New Jersey e Virginia li avevano addirittura sottostimati. La ragione è nella natura stessa del voto. Gli elettori di Trump più distanti dalla politica, quelli che non rispondono ai sondaggi, alle presidenziali si presentano alle urne e fanno saltare i conti. Alle midterm, in gran parte, restano a casa. Vota chi è più mobilitato, e quel pubblico è anche il più facile da intercettare per i sondaggisti. L’effetto Trump c’è, ma pesa meno.
Questo non vuol dire che i sondaggi siano affidabili. Vuol dire che sbagliano in un altro modo. Cohn stesso avverte che non sono abbastanza precisi per garantire nulla, e il Senato lo dimostra. Nell’ultima tornata di sondaggi Times/Siena i democratici sono avanti in un numero di Stati che basta per una maggioranza di 51 a 49: se ne salta uno solo, il Senato resta ai repubblicani. Nel 2018 andò così. La media dei sondaggi fu buona, ma in Indiana, Missouri e Tennessee i repubblicani fecero meglio del previsto, e quegli Stati bastarono a tenere il Senato.
Scommettiamo che...
Una postilla: per chi ama guardare i siti come Polymarket (dove si scommette sui risultati di eventi), la maggioranza democratica alla Camera è data per probabile al 94%, insomma quasi sicura. Anche per il Senato c’è un vantaggio sensibile, ma molto meno netto. Su Polymarket, un Senato “blu” è visto come probabile al 73% (in decisa crescita negli ultimi giorni).