Chi paga il conto del capitalismo della solitudine
di Ronan PlanchonCi sono studi le cui conclusioni danno speranza, e poi ci sono “gli altri”. Tra questi, Paul Klotz – giurista ed economista diplomato a Sciences Po Paris – ne segnala uno: secondo la Fondation de France, nel 2025 il 12% dei francesi con più di 15 anni, soprattutto giovani e persone con redditi modesti, vive in una “situazione di isolamento oggettivo”. In altre parole, i loro contatti fisici con altre persone sono inesistenti o quasi. Un dato tanto più inquietante perché in crescita: nel 2010 “solo il 9% delle persone era isolato”.
La solitudine è uno dei grandi mali del nostro secolo? È davvero un fenomeno contemporaneo?
“No, non è un fenomeno nuovo. La solitudine è antica quanto l’umanità. Per molto tempo è stata persino valorizzata: basta pensare agli insegnamenti biblici o alla filosofia stoica, che associano questo stato interiore alla sovranità su sé stessi, alla spiritualità e a una vita interiore ricca. La differenza oggi è che assume i contorni di un ‘fatto sociale totale’, co…
Ci sono studi le cui conclusioni danno speranza, e poi ci sono “gli altri”. Tra questi, Paul Klotz – giurista ed economista diplomato a Sciences Po Paris – ne segnala uno: secondo la Fondation de France, nel 2025 il 12% dei francesi con più di 15 anni, soprattutto giovani e persone con redditi modesti, vive in una “situazione di isolamento oggettivo”. In altre parole, i loro contatti fisici con altre persone sono inesistenti o quasi. Un dato tanto più inquietante perché in crescita: nel 2010 “solo il 9% delle persone era isolato”.
La solitudine è uno dei grandi mali del nostro secolo? È davvero un fenomeno contemporaneo?
“No, non è un fenomeno nuovo. La solitudine è antica quanto l’umanità. Per molto tempo è stata persino valorizzata: basta pensare agli insegnamenti biblici o alla filosofia stoica, che associano questo stato interiore alla sovranità su sé stessi, alla spiritualità e a una vita interiore ricca. La differenza oggi è che assume i contorni di un ‘fatto sociale totale’, come spiego nella mia nota: il 12% dei francesi vive in isolamento oggettivo, cioè non vede nessuno. Quanto alla solitudine soggettiva, il sentimento di solitudine, non è mai stato così forte in una parte della popolazione: il 40% dei minori di 25 anni dichiara di provarlo.
Un altro elemento mi porta a considerare la solitudine come un fattore della nostra ‘nuova condizione sociale’: in Francia, più si è poveri, più si ha probabilità di essere soli. Il 49% delle persone appartenenti alla fascia di reddito più basso afferma di essersi sentito solo nei sette giorni precedenti, contro appena il 15% di quelle della fascia più alta. E questa stessa solitudine alimenta la precarietà: gli studi mostrano che, quando si è isolati, si accede più difficilmente all’impiego, ai diritti e alla riuscita scolastica. La solitudine è dunque un circolo vizioso che accentua le disuguaglianze”.
In che modo il crollo delle grandi strutture tradizionali ha alimentato questo fenomeno?
“Il collasso delle grandi strutture e dei grandi racconti collettivi è una delle due principali ipotesi che avanzo per spiegare l’epidemia di solitudine, insieme allo sviluppo del capitalismo digitale. Non invento nulla: la società si ‘arcipelagizza’, strutturandosi attorno a comunità più polarizzate, impoverite di narrazioni comuni. Negli anni Sessanta c’erano 200.000 bistrot in Francia; oggi ne restano 40.000. Tutti questi luoghi di coesione, svuotati dalla modernità, sono stati rimpiazzati da una cultura neoliberale onnipresente. Basta osservare il consumo o il lavoro: atti d’acquisto e di vendita ormai fondati sulla valutazione tramite stelle, il riconoscimento dei mestieri sostituito da indicatori di performance nelle organizzazioni! Quanto alle cause della diffusione di questa cultura della rivalità, bisogna cercarle nella dinamica del nostro sistema economico, che incoraggia la competizione sociale e il storytelling permanente – basta dare un’occhiata a LinkedIn”.
La domiciliazione dei consumi, dei divertimenti e ormai del lavoro ha aggravato tutto questo?
“Certo! Mettendo per un attimo da parte il lavoro, la domiciliazione dei consumi e dei divertimenti è una delle grandi forze delle piattaforme e dell’economia dell’attenzione tipica del capitalismo digitale. Per ragioni di comfort immediato, diventa preferibile svolgere una quantità enorme di attività chiusi in una stanza o dietro lo schermo di un telefono.
Le indagini sull’uso del tempo mostrano che, pur avendo guadagnato molto tempo libero grazie all’automazione domestica e alla riduzione dell’orario di lavoro, non ne utilizziamo di più per fare bricolage, giardinaggio, cucinare o persino lavarci. Il nostro tempo di sonno è diminuito di un’ora e mezza per notte in cinquant’anni. Tutto questo a favore dello schermo.
Ma non credo si debba responsabilizzare eccessivamente l’individuo: per incoraggiare le persone a uscire e creare relazioni reali, dobbiamo prima contrastare gli attori che organizzano la dipendenza dagli schermi, i servizi digitali superflui che spingono al consumo e generano ansia. Serve innanzitutto una politica culturale, una politica di sovranità!".
Nel suo libro “La civiltà del bozzolo”, Vincent Coquebert sostiene che oggi esiste una tendenza al ripiegamento su di sé, mascherata da un’aura positiva di sedentarismo “cool”, come suggerisce l’espressione “Netflix and Chill”. La moda della solitudine scelta rafforza quella subita?
“Penso che quella moda sia già passata. È normale che inizialmente abbia entusiasmato: nuovi servizi offrivano forme di intrattenimento mai viste. Ma stiamo tornando indietro: quando parlo di piattaforme di streaming con le persone, molti le descrivono prima di tutto come una fonte di consumo eccessivo. Un sondaggio del think tank Destin Commun ricordava nel 2024 che metà dei francesi desidererebbe vivere in un mondo in cui i social network non sono mai stati inventati!.
Se resta una traccia di questo ‘sedentarismo cool’, mi sembra più una conseguenza dell’evoluzione dei nostri stili di vita – molto più domestici, compreso il telelavoro – che una causa della solitudine. A meno che non derivi da una scelta filosofica o spirituale, la solitudine è percepita come una sofferenza nella stragrande maggioranza dei casi”.
Lei denuncia un vero e proprio business della solitudine. In che modo il capitalismo digitale ne trae profitto?
“È molto semplice. Che cosa vendono per natura le grandi piattaforme? L’attenzione. E come si trattiene questa attenzione il più a lungo possibile? Organizzando la solitudine. Più le persone sono isolate, più diventano disponibili per servizi che pretendono di colmare quel vuoto. Uber Eats o Deliveroo bombardano l’utente di notifiche perché preferisca ordinare piuttosto che condividere un pasto; Instagram o TikTok sfruttano il bisogno di confronto sociale per far scorrere profili invece che incontrare persone reali. Queste esperienze generano frustrazione – le app di incontri come Tinder ne sono l’esempio perfetto – che alimenta nuovi utilizzi e maggiori profitti.
E vado oltre: questi guadagni privati sono finanziati indirettamente da risorse pubbliche. Le piattaforme incassano benefici organizzando la solitudine, mentre lo Stato e i sistemi di welfare pagano i danni. Uno studio olandese mostra che la solitudine aumenta del 10% la spesa pubblica per la salute mentale; applicata alla Francia, questa stima equivale ad almeno 2,7 miliardi di euro all’anno”.
Paradossalmente, i social network e le app di incontri, mettendo in concorrenza il nostro vicino e un perfetto sconosciuto dall’altra parte del mondo, rafforzano la nostra solitudine? Hanno aumentato le nostre aspettative verso l’altro?
“Sì, questo è il principio della solitudine soggettiva. La sofferenza legata al sentimento di solitudine non dipende dal numero reale di relazioni. Funziona per confronto. Parafrasando il ricercatore Sébastien Dupont, la solitudine è come il denaro: anche se si è ricchi, ci si può sentire poveri quando si è circondati da persone più ricche. I social network producono proprio questo effetto, mostrando ogni giorno profili ‘ipersociali’ che sembrano riuscire in tutto. È il concetto stesso dell’influencer”.