Opus Dei, ecco perché Giovanni Paolo II osò fare quello che i suoi predecessori avevano evitato
di Artur NowakAgosto 1978, Roma. Una sera afosa dopo le congregazioni, mentre i cardinali soppesano i nomi e costruiscono coalizioni vaticane. Karol Wojtyła scompare dietro una porta anonima in viale Bruno Buozzi, in una delle sedi romane dell’Opus Dei. Cena da Álvaro del Portillo, un momento nella cripta davanti alla tomba di Josemaría Escrivá e a una lastra di pietra con una sola parola: “Padre”.
Sembra un episodio devoto alla vigilia del conclave, ma nel reportage di Gareth Gore diventa il prologo di un racconto su come la “santità nella vita quotidiana” possa essere allo stesso tempo una tecnologia di selezione, disciplina e influenza. E su come una sola firma papale possa cambiare gli equilibri di potere nel cuore stesso della Chiesa.
Wojtyła a cena dall’Opus Dei
Nell’agosto di quell’anno il cardinale Karol Wojtyła era arrivato nella Città Eterna per i funerali di papa Paolo VI e per il conclave nel quale, almeno nei primi calcoli, non era ancora considerato papabile. Conosceva da anni Álvaro …
Agosto 1978, Roma. Una sera afosa dopo le congregazioni, mentre i cardinali soppesano i nomi e costruiscono coalizioni vaticane. Karol Wojtyła scompare dietro una porta anonima in viale Bruno Buozzi, in una delle sedi romane dell’Opus Dei. Cena da Álvaro del Portillo, un momento nella cripta davanti alla tomba di Josemaría Escrivá e a una lastra di pietra con una sola parola: “Padre”.
Sembra un episodio devoto alla vigilia del conclave, ma nel reportage di Gareth Gore diventa il prologo di un racconto su come la “santità nella vita quotidiana” possa essere allo stesso tempo una tecnologia di selezione, disciplina e influenza. E su come una sola firma papale possa cambiare gli equilibri di potere nel cuore stesso della Chiesa.
Wojtyła a cena dall’Opus Dei
Nell’agosto di quell’anno il cardinale Karol Wojtyła era arrivato nella Città Eterna per i funerali di papa Paolo VI e per il conclave nel quale, almeno nei primi calcoli, non era ancora considerato papabile. Conosceva da anni Álvaro del Portillo, il nuovo capo dell’Opus Dei. Durante il Concilio Vaticano II, all’inizio degli anni Sessanta, avevano scoperto rapidamente di condividere la diffidenza verso il liberalismo teologico e la convinzione che il cattolicesimo avesse bisogno di disciplina, dottrina chiara e un forte centro di potere.
Quella relazione era utile a entrambi. Wojtyła partecipava volentieri a conferenze organizzate da ambienti legati all’Opera, mentre l’Opus Dei pubblicava le sue lezioni e i suoi discorsi in forma di libri che poi circolavano tra i gerarchi vaticani.
Quando la cena di agosto finì, scesero nella cripta dove riposava il fondatore dell’Opus Dei. Si inginocchiarono davanti alla tomba di Josemaría Escrivá. L’elitarismo del movimento e la sua influenza erano già allora leggendari. Escrivá ripeteva che l’Opera doveva raggiungere coloro che prendono decisioni: politici, banchieri, professori, avvocati e giornalisti. Col tempo, tra simpatizzanti, collaboratori e membri iniziarono a comparire nomi appartenenti alle élite della Chiesa e del mondo finanziario.
Per la prima volta in polacco, grazie alla casa editrice Prószyński i S-ka, nel reportage di Gore Opus Dei. Soldi sporchi, tratta di esseri umani e organizzazione ecclesiastica di estrema destra, si può leggere — senza esagerazioni da thriller — come funziona questa organizzazione: come accanto al racconto ufficiale della “santità nella vita quotidiana” esista una seconda dimensione, più terrena e coerente: la meccanica del controllo, della selezione e delle relazioni.
La forza dell’Opus Dei è cresciuta negli anni non tanto grazie ai numeri, quanto grazie alla rete di persone che prendono decisioni. Il cardinale di Cracovia era una di loro.
Una Chiesa nella Chiesa
Poche settimane dopo, la storia accelerò. Prima il breve pontificato di 33 giorni e la morte improvvisa di Giovanni Paolo I gettarono la Chiesa nel caos. Poi il secondo conclave finì in stallo. Le votazioni successive non portavano a una soluzione, finché i cardinali, cercando un compromesso, si rivolsero a un uomo che fino a poco prima pochi consideravano un candidato reale.
Karol Wojtyła divenne Papa. Per l’Opus Dei fu un momento che cambiò le regole del gioco: negli anni successivi l’Opera ottenne da Giovanni Paolo II fiducia politica, promozione istituzionale e un’autorizzazione simbolica alla propria eccezionalità.
I critici — sia tra i vescovi sia tra i teologi — rimproveravano all’Opus Dei soprattutto l’estrema discrezione d’azione e una disciplina interna simile a quella di un ordine religioso, benché l’organizzazione si presentasse come un movimento laico. In diversi paesi comparivano testimonianze di ex membri che parlavano di forte controllo della vita privata, pressione psicologica e pratiche di mortificazione del corpo, come l’uso del cilicio o la flagellazione.
Altri indicavano i legami politici dell’Opus Dei nella Spagna del generale Francisco Franco. Negli anni Sessanta e Settanta alcuni membri dell’organizzazione occuparono alte cariche nel governo del dittatore, cosa che fece percepire il movimento come uno dei sostegni ideologici del regime.
Molti vescovi temevano che l’Opus Dei stesse creando una Chiesa nella Chiesa: una rete sottoposta direttamente al Papa e al tempo stesso operante al di fuori della normale giurisdizione dei gerarchi locali. A ciò si aggiungevano le controversie finanziarie: i critici richiamavano l’attenzione sui legami degli uomini dell’Opus Dei con il mondo delle banche e del grande business, e sulla vasta rete di fondazioni che sostenevano l’attività dell’organizzazione.
Giovanni Paolo II non cedette
Quelle accuse erano ben note a Roma. Ma Giovanni Paolo II vedeva nell’Opus Dei soprattutto un’élite disciplinata di cattolici laici, leale verso il Vaticano. Persone pronte a difendere la dottrina conservatrice della Chiesa in un mondo che, ai suoi occhi, si allontanava sempre più rapidamente dal cristianesimo. Per questo decise di compiere un passo che i suoi predecessori non avevano voluto fare.
Già pochi mesi dopo l’inizio del pontificato, l’organizzazione presentò in Vaticano una richiesta di modifica del proprio status. La questione era complicata: l’Opus Dei non assomigliava a nessuna delle strutture ecclesiastiche esistenti. Era un movimento che univa sacerdoti e laici, funzionava oltre i confini delle diocesi e in larga misura al di fuori del controllo dei vescovi locali. Proprio per questo, da anni i dirigenti dell’Opera cercavano una formula giuridica che garantisse maggiore autonomia.
La soluzione più promettente sembrava la prelatura personale: un’istituzione creata dopo il Concilio Vaticano II per speciali compiti pastorali, ma ancora non del tutto definita nella pratica.
Questa ambiguità era un’opportunità per l’Opus Dei. L’organizzazione avrebbe potuto operare quasi come una struttura separata: con propri sacerdoti, una propria gerarchia e una rete di istituzioni, in larga misura indipendente dagli oltre duemila vescovi che governavano le diocesi.
Cardinali e vescovi respinsero quasi unanimemente l’idea di concedere all’Opus Dei uno status tanto eccezionale. Decisivo fu il papa. Wojtyła intervenne personalmente e, usando il proprio potere, respinse le obiezioni sollevate da funzionari e vescovi.
L’Opus Dei lo convinceva che, grazie al nuovo status, sarebbe stato in grado di creare una base globale e mobile di sacerdoti e collaboratori pronti ad agire ovunque la visione papale della Chiesa avesse bisogno di esecutori leali.
Per un Papa che stava ancora imparando la dinamica del potere in Vaticano e affrontava dispute ideologiche crescenti, era una proposta attraente.
In Vaticano cominciarono ad arrivare proteste: più di 60 cardinali e vescovi da tutto il mondo espressero riserve. Particolarmente forte fu l’opposizione dell’episcopato spagnolo, che conosceva meglio di tutti l’Opus Dei e da anni guardava alla sua attività con crescente diffidenza. Il Papa non cedette.
Nel 1982, già dopo l’attentato alla sua vita, approvò il nuovo status dell’organizzazione. L’Opus Dei divenne la prima prelatura personale nella storia della Chiesa: una struttura subordinata direttamente al Papa, e non ai vescovi locali.
Il cadavere sotto il ponte a Londra
Proprio allora emerse una storia che diede a quella promozione un contesto del tutto diverso. Nel giugno 1982, a Londra, sotto il ponte dei Blackfriars, fu trovato il corpo di Roberto Calvi, banchiere legato al Banco Ambrosiano e alle operazioni finanziarie con la Banca Vaticana.
Venivano alla luce sempre più dettagli: centinaia di milioni di dollari trasferiti attraverso una rete di società nei paradisi fiscali, perdite enormi e il rischio di uno scandalo che avrebbe potuto colpire direttamente il Vaticano.
Il figlio di Calvi rivelò alla stampa che il padre avrebbe cercato di convincere l’Opus Dei a fornire aiuto finanziario alla Santa Sede. Alcune settimane dopo, una versione simile fu confermata pubblicamente dalla vedova del banchiere. Secondo questo racconto, Calvi era volato a Londra in relazione a un piano nel quale l’Opus Dei avrebbe dovuto assumersi parte del peso dei debiti e della stabilizzazione dopo il disastro del Banco Ambrosiano.
In cambio, l’organizzazione avrebbe preteso influenze concrete in Vaticano, compresa una partecipazione all’elaborazione della strategia della Chiesa verso i paesi comunisti e gli Stati del Terzo Mondo.
Non è mai stato dimostrato che un simile accordo sia stato concluso. Tuttavia, dal punto di vista di molti osservatori, la coincidenza degli eventi era impressionante: nel momento in cui Londra rivelava il cratere finanziario lasciato da uno dei più grandi scandali ecclesiastici, Roma chiudeva la decisione che dava all’Opus Dei una posizione senza precedenti nelle strutture del cattolicesimo.
L’infrastruttura e i quadri dell’Opus Dei
Da quel momento l’influenza dell’Opus Dei divenne sempre più evidente. Gore non tenta di ridurla a un bilancio sintetico fatto di “quante mitre e quanta porpora”, ma mostra la direzione del movimento: il pontificato di Giovanni Paolo II portò all’Opus Dei non solo lo status di prelatura personale e la canonizzazione di Escrivá, ma anche nomine episcopali per decine di sacerdoti legati all’Opera e due nomine cardinalizie.
Uno dei simboli di questa ascesa fu Julián Herranz — un gerarca dell’Opus Dei vicino al papa, già a capo del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, poi cardinale. Gore lo descrive anche come uno dei porporati che, nel 2005, quando il pontificato di Wojtyła volgeva al termine, lavoravano per preparare il terreno all’elezione di Joseph Ratzinger.
Un’altra figura emblematica fu Juan Luis Cipriani, per anni uno dei volti più riconoscibili del cattolicesimo conservatore in America Latina.
A livelli più bassi, ma non meno efficaci, operava un’intera fascia di vescovi, esperti e funzionari curiali legati all’Opera. Álvaro del Portillo costruì la Pontificia Università della Santa Croce. L’ateneo divenne una fucina di influenza: un luogo di formazione dei quadri, di produzione di competenze e di creazione di reti di riconoscenza.
Il meccanismo era semplice e di lungo periodo. L’università formava sacerdoti provenienti da diocesi più povere dell’Europa, dell’America Latina e dell’Africa, spesso finanziando gran parte dei loro studi e del loro mantenimento. Negli anni, i “dividendi” tornavano sotto forma di favori, reti di contatti e crescente presenza di persone formate secondo un unico modello di Chiesa. Anche la Santa Sede ricorreva regolarmente alle competenze di persone legate all’ateneo, soprattutto nel campo del diritto canonico.
Non era più una nicchia devota. Era un’infrastruttura di potere, sia umana sia intellettuale.
Nel momento di massimo sviluppo, alla fine del pontificato di Giovanni Paolo II e nei primi anni del XXI secolo, l’Opus Dei operava in oltre 70 Paesi e contava circa 90.000 membri. Nei materiali dell’organizzazione e nelle descrizioni del suo retroterra compare un intero ecosistema di istituzioni: università, scuole, collegi, centri di formazione.
Questa vasta infrastruttura aveva un costo: Gore afferma che la sola Università della Santa Croce richiedeva ogni anno finanziamenti provenienti da una rete globale di fondazioni. Nelle sue ricerche compaiono esempi concreti di trasferimenti multimilionari (dagli Stati Uniti, dal Cile, dalla Germania, dall’Italia e dalla Spagna) destinati a sostenere questa istituzione e la più ampia rete di scuole, residenze e centri formativi.
Il cattolico non deve ritirarsi, ma conquistare influenza
All’origine dell’Opus Dei c’era un solo uomo: Josemaría Escrivá de Balaguer, un sacerdote spagnolo capace di unire una visione mistica a un freddo senso organizzativo. Quando nell’ottobre 2002 Giovanni Paolo II lo proclamò santo in piazza San Pietro, la canonizzazione rappresentò il culmine di uno dei processi più rapidi nel cattolicesimo moderno: appena 27 anni dopo la morte. Per alcuni fu la conferma della grandezza spirituale del fondatore, per altri il simbolo della potenza dell’organizzazione.
Escrivá, nato nel 1902 in Spagna, affermava che nel 1928, durante la preghiera, ebbe una visione in cui “vide l’Opus Dei”. La missione era semplice e radicale: santificare il mondo attraverso il lavoro laico. Ogni professione — medico, impiegato, imprenditore o professore — poteva diventare una via alla santità non fuggendo dal mondo, ma vivendo dentro di esso.
Da questa idea derivava una conseguenza politico-sociale: il cattolico non deve ritirarsi, ma conquistare influenza. Scienza, amministrazione, economia, media, università — questi ambiti dovevano essere permeati dallo “spirito cristiano”. L’emblema dell’Opera — una croce inscritta in un globo terrestre — era un programma: la croce deve abbracciare il mondo.
Fin dall’inizio Escrivá costruì l’Opus Dei come un’organizzazione: con gerarchia, disciplina, formazione e culto della lealtà verso il Padre. La guerra civile spagnola lo costrinse a nascondersi e a fuggire, ma dopo la vittoria del regime di Franco l’Opus Dei iniziò a guadagnare rapidamente influenza, soprattutto negli ambienti accademici e amministrativi.
La vera svolta arrivò nel 1946, quando Escrivá trasferì la sede centrale a Roma e avviò una lunga campagna per ottenere uno status che garantisse all’Opera indipendenza.
Dietro l’immagine agiografica del santo emergono altre testimonianze — non sulla mistica, ma sul temperamento e sul metodo di esercizio del potere. Padre Vladimir Felzmann, ex sacerdote dell’Opus Dei, che negli anni Sessanta lavorò accanto al fondatore a Roma, parlò pubblicamente della sua irascibilità e di un’ossessione per il controllo, considerata nel suo ambiente come il prezzo normale per costruire l’Opera. Nel libro compaiono anche testimonianze sull’installazione di dispositivi di ascolto.
Felzmann raccontò inoltre che il fondatore temeva la sessualità umana, riteneva che tutto ciò che aveva scritto provenisse da Dio e, in conversazioni private, arrivava a esprimere giudizi che relativizzavano i crimini del nazismo e mettevano in discussione la portata dell’Olocausto.
Numerari e soprannumerari
Nell’Opus Dei c’è un paradosso. Un’organizzazione che parla il linguaggio della vita quotidiana e del lavoro laico può organizzare la quotidianità di parte dei suoi membri con una precisione simile a quella di un ordine religioso — ma senza monasteri né abiti. Ciò che colpisce è che questo avvenga oggi, nel XXI secolo, nel cuore di una civiltà che celebra l’individuo, la sua autonomia e il diritto all’autodeterminazione.
Accade nelle città — templi dell’ambizione e della libertà di scelta — a Madrid o a New York, dove ogni metro quadrato sembra gridare: puoi avere tutto! Eppure, nello stesso scenario, qualcuno sceglie regola, ritmo e subordinazione.
L’Opus Dei parte da un’affermazione ambiziosa: la santità non è privilegio di pochi, ma compito di chi sa subordinare ad essa tutta la propria vita — anche nel cuore di una metropoli.
Il nucleo dell’Opus Dei sono i numerari. Sono l’élite dell’organizzazione — uomini e donne che vivono nel celibato, completamente disponibili all’Opera, come se la loro vita fosse uno strumento in un piano più grande.
Non formano famiglie. Non pianificano il futuro per tappe, con sogni personali rimandati “a dopo”. Per loro, il “dopo” appartiene all’organizzazione.
Vivono nei centri dell’Opus Dei — case discrete che sono allo stesso tempo abitazione, luogo di formazione e base per l’apostolato. Il numerario non si chiude dentro. Al contrario, ogni giorno esce nel mondo: in ufficio, all’università, in tribunale o in ospedale. Deve apparire come qualsiasi professionista e funzionare come tale.
La differenza è che la sua giornata ha una struttura rigida: un piano di vita stabile. La preghiera è inserita nel programma con la stessa inevitabilità di una riunione, di un rapporto o di un turno. Non si tratta di ispirazione, ma di costanza.
Parallelamente opera un gruppo più numeroso — i soprannumerari. Spesso vivono in famiglia: medici, imprenditori, professori, funzionari, avvocati. Il loro centro resta la casa, la famiglia e la vita quotidiana. Tuttavia entrano anch’essi nel ritmo degli incontri formativi, delle relazioni e del sostegno — anche finanziario — che costituisce la linfa dell’intera struttura.
Se i numerari sono il nucleo della disponibilità, i soprannumerari sono il sistema circolatorio: grazie a loro il movimento pulsa nel mondo, entra nelle istituzioni, mantiene contatti e costruisce prestigio.
In un movimento che parla di santificazione del lavoro e della vita quotidiana, il corpo non scompare. Al contrario, può essere trattato come strumento di disciplina. Nel libro di Gore compaiono descrizioni di pratiche ascetiche che i critici considerano estreme, e di rituali quotidiani di “rafforzamento” — ripetitivi e sistematici. Questo è importante perché spoglia il linguaggio devoto della metafora: mostra che la “santità”, in questa costruzione, è un metodo, non uno stato d’animo.
Persone da “correggere”
Ma vivere la vocazione nell’Opus Dei ha un’altra dimensione fondamentale: il reclutamento. Gore lo descrive come una logica di autoalimentazione dell’organizzazione: un gruppo elitario deve “suscitare intorno a sé nuove vocazioni”, individuando i candidati precocemente, costruendo relazioni e creando un senso di eccezionalità e missione.
Dall’esterno appare come mentoring, amicizia, attenzione. All’interno funziona come una procedura: individuazione, avvicinamento, isolamento, controllo, missione. Il nuovo membro deve portarne altri.
Il simbolo di questa macchina-procedura, nel libro di Gore, è un edificio concreto. A New York, all’angolo tra Lexington Avenue e la 34ª strada, si erge un edificio di 17 piani senza insegne — con ingressi separati, spazi distinti e ritmi propri.
Dovrebbe essere un luogo di formazione: uno spazio in cui i giovani vengono separati dalle vecchie abitudini, sottoposti a una regola e poi indirizzati verso professioni che garantiscono denaro, prestigio e accesso — diritto, finanza, istituzioni. La forza del racconto di Gore sta nei personaggi reali. Persone che credono di aver intrapreso una via di santità e scoprono quanto alto sia il prezzo. Il primo è Luis Valls-Taberner — banchiere e allo stesso tempo numerario.
Gore lo presenta come una figura doppia. Di giorno, il volto di un’istituzione finanziaria, un elegante magnate. Dopo il lavoro, una vita subordinata alla disciplina, in cui il prestigio non elimina la regola, ma la rafforza. Questo contrasto è il più potente: lusso e ascesi nella stessa biografia, come se due scenari si svolgessero contemporaneamente nella stessa persona.
Ancora più opprimente è la storia di María del Carmen Tapia — segretaria del Padre, una donna al centro del potere decisionale che improvvisamente diventa un “problema da correggere”.
Tapia racconta di essere stata convocata a Roma perché in Venezuela aveva messo in discussione pratiche dell’Opera: suggeriva la possibilità di confessarsi anche da sacerdoti esterni all’Opus Dei — cosa formalmente consentita, ma malvista.
Inoltre diceva apertamente che nessuno voleva leggere la rivista imposta da Madrid e Roma su ordine di Escrivá.
A Roma ciò non fu trattato come una divergenza di opinioni, ma come disobbedienza. Descrive scene umilianti di urla e rimproveri “registrati agli atti”. Nel suo racconto diventa chiaro che non si trattava di un incontro, ma di una correzione. Compaiono divieti, controllo delle informazioni, isolamento dal mondo e una versione ufficiale pronta per l’esterno.
Il terzo caso — Antonio Pérez-Tenessa — mostra il prezzo dell’uscita dall’Opus Dei. È una rottura totale: relazioni, autorità e lealtà vengono spezzate. E resta la consapevolezza della portata dell’influenza dell’organizzazione.
Gore descrive anche altri che cercano di uscire dopo anni: un reset sociale ed economico per il quale nessuno fornisce strumenti. Lavoro senza tutele normali, vita subordinata alla struttura e poi solitudine e vuoto dopo l’uscita. Sono storie senza effetti spettacolari, ma con un’ombra lunga.
Apostolato attraverso il lavoro domestico
In questa struttura un ruolo particolare è svolto dal lavoro femminile — soprattutto quello invisibile. I centri devono funzionare come case perfettamente organizzate: qualcuno deve cucinare, pulire, lavare, organizzare. Questo livello viene chiamato “cura della casa” e “atmosfera familiare”.
Nella struttura dell’Opus Dei le donne che svolgono questi compiti sono chiamate numerarie ausiliarie. Ufficialmente la loro vocazione è “l’apostolato attraverso il lavoro domestico”. In pratica significa vivere nei centri e mantenerli operativi.
In molte testimonianze, il percorso verso questo ruolo inizia presto: attraverso scuole professionali e fondazioni legate all’organizzazione, che offrono istruzione e promessa di avanzamento sociale, ma poi conducono verso una vita subordinata all’istituzione.
Ragazze, spesso provenienti da ambienti poveri, venivano reclutate con la promessa di una vita migliore e di istruzione, per poi essere indirizzate a cucinare, pulire e gestire le case dell’Opus Dei, spesso senza reale autonomia né retribuzione.
L’autore descrive anche un sistema di trasferimento di queste donne tra paesi, secondo le necessità dell’organizzazione, utilizzando infrastrutture amministrative e di visti, per garantire un flusso costante di manodopera a basso costo o gratuita.
In questa prospettiva non si tratta più solo di “rigida disciplina religiosa”, ma di un meccanismo di acquisizione, subordinazione e spostamento di donne per lavoro di servizio. Per questo nella letteratura critica compaiono accuse non solo di sfruttamento, ma anche affermazioni secondo cui il sistema presenterebbe tratti simili alla tratta di esseri umani.
La banca
Nel luglio 2022 il Vaticano ha pubblicato la lettera apostolica Ad charisma tuendum, un documento che molti hanno interpretato come un tentativo di ridimensionare l’Opus Dei. I cambiamenti erano concreti: la supervisione della prelatura è stata trasferita dal Dicastero per i Vescovi a quello per il Clero, è stato introdotto l’obbligo di relazioni periodiche e si è stabilito che il prelato non sarebbe più stato elevato alla dignità episcopale.
Nel linguaggio del documento si tratta di uno spostamento di accento: meno “eccezionalità gerarchica”, più “carisma”; meno prestigio simbolico, più controllo amministrativo.
Non è una rivoluzione dottrinale. Piuttosto un segnale: l’organizzazione deve essere valutata come le altre strutture ecclesiastiche, non come un’entità separata sotto protezione speciale.
Tuttavia un documento può cambiare supervisione e titoli, ma non annulla relazioni, reti di formazione, prestigio sociale e meccanismi finanziari che sostengono l’espansione.
Nel libro di Gore il motore principale di questa “tecnologia” è il controllo della leva finanziaria — non tanto l’acquisizione formale del Banco Popular, quanto il controllo di fatto attraverso un blocco di azionisti e strumenti giuridico-finanziari, che l’autore chiama “il Sindacato”. Secondo le sue ricerche, questa rete, operante come un blocco compatto, avrebbe influenzato per decenni la gestione della banca e i flussi di denaro.
Le riforme del 2022-2023 non chiudono quindi un’epoca, ma cambiano le condizioni del gioco. L’organizzazione dispone di un’infrastruttura sociale di sopravvivenza — e può attivarla anche quando perde privilegi simbolici.
Gloria e caduta di McCloskey
Questo meccanismo è particolarmente visibile negli Stati Uniti. Qui l’Opus Dei opera meno come una “partito in tonaca” e più come un’infrastruttura di formazione e selezione: centri, scuole, programmi per giovani professionisti e istituzioni che, pur dichiarando obiettivi spirituali, diventano in pratica luoghi di incontro, reclutamento e costruzione di capitale sociale.
L’Opus Dei afferma di aver iniziato negli USA nel 1949 a Chicago e oggi conta oltre 60 centri in 19 città o nelle loro vicinanze. Parallelamente ha sviluppato un proprio ecosistema educativo, con diverse scuole superiori gestite dai membri dell’organizzazione. Nell’area di Washington sono particolarmente note The Heights e Oakcrest.
Queste scuole creano ambienti sociali — ex studenti, famiglie, sponsor, consigli direttivi e reti di lealtà. In pratica costruiscono un’infrastruttura “morbida” di influenza.
Un ruolo importante è svolto anche da singole figure. Il Washington Post ha descritto l’attività di C. John McCloskey, sacerdote dell’Opus Dei ed ex direttore del Catholic Information Center di Washington, uno dei sacerdoti più influenti del cattolicesimo conservatore americano.
McCloskey accompagnava figure influenti nel processo di conversione al cattolicesimo, diventando una sorta di cappellano della destra americana. Tra le persone seguite da lui figurano:
Newt Gingrich — ex presidente della Camera dei Rappresentanti
Sam Brownback — senatore e poi ambasciatore USA per la libertà religiosa
Lawrence Kudlow — economista e consigliere economico di Donald Trump
Questi nomi mostrano che l’influenza non deve necessariamente assumere la forma di ordini politici diretti.
La carriera di McCloskey è crollata a seguito di accuse credibili di comportamenti sessuali inappropriati, che hanno portato alla sua rimozione e a un accordo finanziario.
L’Opus Dei e la politica
A Washington, uno dei luoghi simbolici dell’influenza è K Street: studi legali, lobby, think tank. Poco distante opera il Catholic Information Center — una cappella nel cuore del sistema, dove direzione spirituale, relazioni sociali e reti professionali si intrecciano.
Il CIC crea un ambiente, un linguaggio morale comune, un senso di missione e prestigio — e a Washington prestigio e relazioni sono una valuta reale. Un esempio è il Leonine Forum, programma che forma “la nuova generazione di leader” secondo la dottrina sociale cattolica. Pur negando di essere uno strumento di reclutamento, rappresenta un modello tipico di influenza moderna: non attraverso ordini, ma attraverso socializzazione, prestigio e relazioni di lungo periodo.
L’Opus Dei in Polonia
In Polonia l’Opus Dei non è stato un fenomeno marginale, ma un ambiente che ha costruito relazioni reali con parte dell’episcopato.
Secondo un rapporto del 2023, l’Opus Dei opera in Polonia dal 1989, con 15 sacerdoti, oltre 700 fedeli e migliaia di collaboratori in 10 centri.
Diversi vescovi hanno mantenuto rapporti con l’Opera, attraverso università, formazione e celebrazioni liturgiche.
Strategia culturale
A livello internazionale, un ruolo importante è svolto anche dall’Università di Navarra, fondata nel 1952 su impulso di Escrivá. L’ateneo è diventato uno dei principali marchi accademici dell’organizzazione, creando una rete globale di finanziamenti, borse di studio e relazioni tra ex studenti. L’Opus Dei sostiene che i suoi obiettivi sono esclusivamente spirituali e che non sostiene progetti politici. Tuttavia, la valutazione della sua influenza dipende dalla definizione stessa di “influenza”.
Se per influenza si intende il controllo diretto della politica, non ci sono prove decisive. Ma se si considera la capacità di formare élite attraverso istituzioni, relazioni e prestigio, le prove risultano molto più convincenti. Il rischio non sta in una cospirazione segreta, ma in fenomeni più concreti: opacità istituzionale, concentrazione di capitale sociale, legami con reti finanziarie opache, continuità generazionale delle élite. Queste strutture non scompaiono con i cambi di governo. Sono infrastrutture costruite per durare decenni.
L’Opus Dei è uno degli esempi di questa strategia culturale di lungo periodo. Non l’unico. La storia mostra che i movimenti religiosi convinti di dover “santificare il mondo” hanno una particolare capacità di sopravvivenza. Cambiano nomi, forme e linguaggi, ma l’idea di fondo resta: la convinzione che la religione debba modellare la vita pubblica, il diritto e la cultura.