Perché la pennica ha un potere eversivo

Perché la pennica ha un potere eversivo

Un sonnellino dopo pranzo è un diritto o un peccato mortale? Nella società di oggi, il riposo a metà giornata è sempre più assediato dalla produttività e dall’ossessione di sfruttare ogni minuto, scrive il quotidiano spagnolo El País. Ma forse è arrivato il momento di ribellarsi, usare bene le ore della propria vita e fermarsi

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Hai mangiato bene? Hai un po’ di tempo? Allora metti il cellulare in modalità aereo, sdraiati e dormi. Strappa alla tua giornata un momento di sospensione. Un momento di pieno dominio su te stesso. Fermati. Riposati. Non succede niente. Fatti una siesta. Non calcolare il tempo: concedi al tuo corpo il lusso di decidere al posto tuo quando riaprire gli occhi. Come giusta ricompensa per essere stato lui, e non la tua volontà, a decidere di chiuderli.

Il divano del soggiorno va bene, con la televisione a volume basso, anche se sarebbe meglio spenta. Preferibile la camera, il tuo letto, il tuo materasso, con pochi vestiti addosso o, come diceva Camilo José Cela, perché no, una di quelle sieste con pigiama, Padre Nostro e pitale. Ma va bene anche sulla spiaggia, distesi in campagna, all’ombra di un albero, con il mormorio del vento o delle onde del mare.

Sogna, se vuoi; anzi, sognerai sicuramente, ma sarebbe meglio non interrompere quel momento con incubi o interferenze sconcertanti. Quando ti sveglierai, se sei in vacanza, nessuno sospetterà di te. Ma se sei in periodo lavorativo, arrangiati per farlo lo stesso, senza complessi, immune da qualsiasi accenno di senso di colpa.

La siesta non è un’invenzione, è una necessità. Se non la percepisci così, probabilmente stai agendo contro natura. Oppure ti stai ingannando, immerso in qualche altro sogno sbagliato di autorealizzazione attraverso il lavoro a cottimo che probabilmente non arriverà mai...

Quando molti sentono pronunciare la parola “siesta”, pensano a una buona abitudine e oggi, nei pochi interstizi rimasti in questa vita forsennata, a un privilegio. Negli ultimi tempi, però, il suo significato è cambiato: oggi somiglia piuttosto a un’insurrezione.

Proprio così. Se in questo momento sei sdraiato, non sprecare l’occasione e magari queste parole favoriranno un piccolo sonno... Entraci, mentre ti racconto ciò che segue accompagnato da alcune voci.

In questo XXI secolo fatto a pezzi nelle sue dimensioni temporali e spaziali dal capitalismo selvaggio, quel residuo quotidiano di intimità è diventato il germe di una rivoluzione. Una vera e propria rivolta sostenuta da una moltitudine di movimenti globali e da tendenze filosofiche insurrezionali di massa, come quelle di Byung-Chul Han, autore de La società della stanchezza.

Correnti di pensiero che si sono schierate dalla parte di Sancho Panza quando don Chisciotte gli spiega quale sia il suo posto nel mondo e gli indica la differenza tra quelli che, come lo scudiero, sono nati per dormire, mentre i cavalieri erranti sono venuti al mondo per vegliare.

Lo scrittore Miguel Ángel Hernández, 49 anni, di Murcia, è uno dei principali agitatori, con il suo libro El don de la siesta (Anagrama), nel quale la rivendica, scrive, «come una forma di resistenza, qualcosa che credevamo perduto».

Lo fa mescolando ironia e spirito combattivo. Trasforma la siesta in un’arma per valorizzare tutti i doni del riposo volontario, così eretici rispetto alle dinamiche tecnofeudali. Anche se ridimensiona questa sua attuale caratteristica insurrezionale, vi riconosce comunque qualcosa che può diventare uno strumento per raggiungerla: «Chiamarla ribellione significa forse spingersi troppo lontano. Le vere mobilitazioni avvengono nelle strade. Per rovesciare un regime bisogna alzarsi, sollevarsi. Certo, per riuscirci è meglio essere ben riposati. Ed è qui che la siesta rappresenta un atto rivoluzionario».

Hernández costruisce le sue teorie su basi storiche: «La parola deriva direttamente dall’ora sexta stabilita dall’orario romano. I romani dividevano la luce del giorno in dodici ore e la sesta cadeva proprio intorno a mezzogiorno. In quel momento facevano una pausa, interrompendo le proprie attività».

L’abitudine non scomparve con la caduta dell’Impero: «Successivamente fu istituzionalizzata nel mondo cristiano attraverso la Regola di san Benedetto, che prescriveva ai monaci di riposare nel più assoluto silenzio dopo quella stessa ora, particolarmente propizia al raccoglimento intimo e alla meditazione».

Riposo e preghiera dopo il pasto. Un ordine biologico e mistico. Veniamo da lì. Da un territorio nel quale, come racconta Byung-Chul Han ne La scomparsa dei riti, «il riposo appartiene alla sfera del sacro e il lavoro è un’attività profana».

Che cosa è accaduto dopo la distruzione di quella logica? Perdonate l’ellissi, ma dobbiamo atterrare alla fine del XX secolo. Proprio quando in molti luoghi si impongono le dinamiche perverse del 24/7. Una macchina capace di schiacciarci l’intero giorno e l’intera notte, ogni giorno del calendario, per tutta la settimana. Una schiavitù al neon, con le luci accese e i macchinari in funzione persino nelle ore sacre del riposo.

Il termine è stato utilizzato dal pensatore americano Jonathan Crary, professore d’Arte alla Columbia University, per un saggio che porta proprio quel titolo: 24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno (Ariel).

Crary sostiene che, secondo il paradigma neoliberista, dormire è roba da perdenti. «Oggi il sonno è più indifeso che mai di fronte alle aggressioni che lo corrodono e lo riducono», scrive. Non conviene al sistema perché, durante quel tempo sospeso, ci trasferiamo al di là di ciò che possediamo o che ci viene detto di dover desiderare. Ma possiamo, secondo lui, «immaginare un futuro senza capitalismo come il sogno di qualcuno che sta dormendo».

Di notte, naturalmente. Ma anche di giorno, se osiamo interrompere il nostro ritmo produttivo, la nostra ansia e il nostro delirio di autosfruttamento, per dirla con Byung-Chul Han.

Per questo, quando l’anno scorso ha ricevuto il Premio Principessa delle Asturie per la Comunicazione e le Scienze umane, il filosofo autore di Vita contemplativa ci ha esortato a dedicare il nostro tempo, disse, a «più festa e più siesta».

È proprio in quel libro che questo poeta contemporaneo del pensiero rivendica con maggiore forza le pause quotidiane: «L’inattività è una forma di splendore dell’esistenza umana».

Le sue posizioni e quelle di Crary, fra gli altri, hanno rappresentato per molti una chiamata alla ribellione. Un suono di tromba al contrario: non per alzarsi, ma per sdraiarsi. Una sollevazione senza rischio di sangue, ma consapevole del danno che può e deve infliggere a un sistema pernicioso e infestato di anime bruciate. L’estintore capace di calmarci.

La pandemia ha rappresentato un punto di svolta. Il ritorno alla casa, a una diversa percezione dei nostri corpi e a una nuova dimensione del tempo, secondo Hernández. Lo scrittore promuove sieste collettive, come fa anche Juan Evaristo Valls, filosofo autore di Metafísica de la pereza (Ned Ediciones), El derecho a las cosas bellas (Ariel) e JOMO (Anagrama). Lo scorso 5 giugno ha partecipato a una sessione di Descanso y motín — Riposo e rivolta — insieme all’artista Clara López e al collettivo equipoDIVERSO, nell’ambito di un programma del Museo Reina Sofía. Il titolo era Sacar las camas a la calle: portare i letti in strada. Hanno organizzato una siesta collettiva nei giardini di Sabatini per trasformare, dice Valls, il riposo privato in una questione pubblica.

«Il valore della siesta consiste, per così dire, nel dormire fuori tempo. Significa fermare il tempo diurno e le sue dinamiche. Ci permette di domandarci se quei ritmi capitalistici siano i tempi della vita oppure vadano contro di essa. Fermarsi è sempre un’opportunità per pensare, interrogarsi, ascoltare, avere un accesso alternativo all’esperienza. La siesta incarna tutte queste pratiche e per questo non è soltanto un’abitudine: è un’arte e una politica», afferma il professore di Filosofia della cultura alla Complutense. Sono iniziative che a Madrid hanno avuto da tempo come precursore anche il Círculo de Bellas Artes. Ogni estate vi organizzano un “siestodromo” all’interno del loro rifugio climatico, proprio nel Salón de Baile. Nell’arco di tre mesi può arrivare ad accogliere 60.000 persone. Il tutto è accompagnato da diverse proposte sonore e poetiche pensate per rilassarsi e dormire.

La siesta come protesta raggiunge oggi il livello di un atto di insubordinazione collettiva. Ma questo non deve distrarci dal praticarla ogni giorno, nell’intimità delle nostre case e in tutte le varianti del catalogo proposto da Miguel Ángel Hernández: dalla regina del mazzo, la siesta fatta nell’ora della siesta, al sonnecchiare durante un viaggio sotto gli occhi di chiunque; quella dopo colazione; quella prima di pranzo o quella dopo oppure quella meditativa prima di cena...

Tutte queste varianti, dal profumo latino e mediterraneo, si contrappongono alla power nap anglosassone, detestata da Byung-Chul Han, o all’inemuri giapponese, una pratica, racconta Hernández, «socialmente accettata e ben considerata perché per loro è il segno che hai lavorato duramente e che il tuo corpo ha bisogno di un piccolo riposo, che sia in metropolitana, alla scrivania dell’ufficio, a lezione, in Parlamento, nel bel mezzo di un pranzo di famiglia...».

È un buon elenco anche per scongiurare i pericoli delle aziende che raccomandano la siesta a fini produttivi. Alcune imprese incoraggiano a dormire un po’ per poter continuare a spremerci ancora di più... e così cullarci tra le braccia del demonio.

La siesta, sostiene Hernández, deve essere fatta perché sì. «Abbandonandoci ad essa rivendichiamo il tempo osceno del non fare nulla e ci collochiamo per un momento al di fuori del controllo mercantilista. Come dice il filosofo Thierry Paquot, dormire la siesta oggi è diventato una piccola emancipazione, un modo per dimostrare che l’orologio ci appartiene. È questo che mi interessa di questa abitudine: rivendicarla come piacere proibito e non come una semplice ricarica delle batterie».

In ogni caso, questa necessità, che tante volte è stata appiccicata agli spagnoli come sintomo di pigrizia, ha conosciuto negli ultimi tempi, dice Hernández, «una trasformazione senza precedenti». Ha smesso di essere quella che per alcuni rappresentava una cattiva abitudine, afferma lo scrittore murciano. «In questo modo ha abbandonato il suo carattere di vizio naturale per trasformarsi in una routine salutare, un imperativo del benessere, uno strumento centrale della produttività e persino una pratica cool, alla moda e consumabile».

Nel pieno di questa febbre, ci rivolgiamo alla scienza. La cronobiologa Marta Garaulet, nutrizionista, docente di Fisiologia all’Università di Murcia e formatasi come esperta ad Harvard, mette in guardia sui benefici ma anche sui rischi: «Non dovremmo chiederci soltanto se la siesta faccia bene o male, ma a chi faccia bene, in quale momento e per quanto tempo». Sconsiglia buona parte del catalogo precedente: «I casi che ci preoccupano di più sono le sieste lunghe, quelle molto precoci, quelle molto tardive e quelle che compaiono come conseguenza di una cattiva qualità del sonno notturno, della sedentarietà, di alterazioni del metabolismo, dell’apnea del sonno, della depressione o dell’obesità». Secondo l’esperta, bisogna comprendere meglio la siesta, e raccomanda questo: «Una siesta breve e ben collocata nell’arco della giornata, adattata alla biologia di ogni persona, può essere benefica. Ma una siesta lunga, molto precoce, molto tardiva o utilizzata per compensare cattive abitudini di sonno e alimentazione può diventare un indicatore di squilibrio circadiano e di una peggiore salute metabolica».

Tutto questo si accorda con il buon senso e la ragione. Meno con l’ispirazione artistica che oggi può derivare anche dal dormire bene e ovunque. Dalle tendenze new age, alle quali il compositore Max Richter ha dato una colonna sonora con il suo album Sleep, alle derive dei surrealisti, con quel territorio freudiano del sogno e campo di battaglia che André Breton e i suoi rivendicavano come metodo creativo. Un esempio sono le sieste del cucchiaio e della chiave alle quali si abbandonava Salvador Dalí. Si sedeva su una sedia tenendo in mano uno di questi due oggetti e sistemando sotto un piatto di metallo. Quando si addormentava, l’oggetto cadeva e il rumore lo svegliava in quella zona tra veglia e sonno, in uno stato ipnagogico che alimentava la sua capacità inventiva.

Le raccomandazioni mediche non si accordano neppure con l’arte di affrontare la vita sdraiati, come fecero consapevolmente e quasi in forma di rivendicazione scrittori che trascorsero buona parte della propria esistenza a letto, come Juan Carlos Onetti o Paul Bowles a Tangeri, dove lo scrittore newyorchese riceveva in pigiama, nella propria casa, sconosciuti che arrivavano in pellegrinaggio per fargli visita. Poteva addormentarsi proprio davanti al tuo naso, con la televisione accesa e la sua insalata di medicinali su un comodino accanto al letto.

«Se vogliamo conquistare l’orizzonte, dobbiamo cominciare dall’orizzontalità», afferma l’editore Víctor Ludens nel prologo scritto per Metafísica de la pereza di Juan Evaristo Valls. In quest’opera e ne El derecho a las cosas bellas, l’autore conduce una vera e propria invettiva contro ciò che è verticale, eretto, inteso come metafora di ciò che è gerarchico. Ci propone di sdraiarci e affrontare il mondo da un’altra angolazione. Perché? Fra le altre cose, dice Valls, «perché siamo costretti a vivere contro la stanchezza e la stanchezza vive contro di noi».

Quello che Valls raccomanda, in sintonia con Il diritto all’ozio, il grande saggio di Paul Lafargue, non è semplicemente un tempo morto. È un adattamento al XXI secolo di ciò che Lafargue rivendicava alla fine dell’Ottocento.

Oggi sono in molti anche a fare proprio il mantra di Bartleby lo scrivano, quel personaggio-totem di Herman Melville agli albori del liberalismo, che contemplava il mare dal proprio ufficio e declinava gentilmente le richieste eccessive di lavoro con una frase semplice: «Preferirei di no».

Da questo punto di vista, il performer e docente portoghese Hugo Cruz, con i suoi laboratori sulla pigrizia, ricava alcuni insegnamenti: «Il nostro obiettivo è allenarla, introdurre la capacità di esserlo, disconnettendosi, rallentando, lasciando spazio alla circolazione di idee libere. Le produciamo, ma con un’utilità per le dinamiche del capitalismo selvaggio». Cruz lotta per liberare la pigrizia dal suo stigma. «È un diritto. Ce l’hanno sottratta quando era qualcosa di completamente organico. Tutti la provano e bisogna eliminare il senso di colpa che ce la impedisce. Dal punto di vista fisico e mentale, attiva la possibilità onirica e immaginativa, la capacità di produrre realtà alternative. Il capitalismo attribuisce molta importanza a questo e perciò considera la pigrizia un peccato mortale, così da condizionare il controllo sociale».

Meglio tenerne conto oggi, piuttosto che davanti alla più che probabile impostura del domani, dice Hugo Cruz: «L’idea del futuro è una trappola, una rete che ci imprigiona progressivamente. È un concetto molto pericoloso perché non ci mobilita. Il diritto alla pigrizia dobbiamo viverlo adesso, per pensare realtà alternative». E se cominciassimo, propone, «facendo la siesta tutti i giorni...».

Alcuni, come David Jiménez Torres, professore alla Facoltà di Scienze politiche e Sociologia della Complutense, non potrebbero farlo. È il contrappunto a questa rivendicazione. Soffre d’insonnia ed è autore del saggio El mal dormir (Libros del Asteroide). «In linea di principio, la siesta è un’oasi per chi dorme male: un modo per resettare la giornata, per correggere l’aberrazione di arrivare al mattino già così stanchi. Se hai un lavoro che ti permette di farla, o se i tuoi problemi di sonno notturno non te lo impediscono, rappresenta un’ottima soluzione».

Ma per molti, più che un’oasi finisce per essere un miraggio, afferma Jiménez Torres, e non attenua le conseguenze quotidiane di irritabilità, frustrazione, incomprensione o angoscia che vi sono associate. «Dormire male plasma la tua esperienza del mondo e di te stesso. Non definisce completamente la tua soggettività, ma è uno dei fattori che la condizionano».

Potrebbe essergli utile il sostegno di organizzazioni come l’Instituto del Tiempo Suspendido (ITS), diretto dal filosofo Javier Bassas e dall’artista Raquel Friera. Entrambi raccomandano la siesta come quella pausa che permette di smettere di vivere come ci viene imposto e nella quale possiamo concentrarci proprio sul momento in cui ci lasciamo andare: «Quando gli occhi cominciano progressivamente a chiudersi e inizi a confondere realtà e sogno, quando entri poco a poco in una dimensione fra mondi, fra tempi: né sveglio né addormentato. Una categoria speciale, tutta sua, che ci fa sperimentare dimensioni temporali di massima tensione e connessione con la fantasia». Da questo e da altre iniziative nasce il loro obiettivo fondamentale: «Riappropriarci del tempo che il sistema ci espropria. L’ITS non è cultura, arte, intrattenimento. Ha una funzione politica: siamo attivisti del tempo».

È ciò di cui abbiamo bisogno per entrare ora in quel territorio proibito che però è assolutamente nostro e che dobbiamo riconquistare ogni giorno.

Perciò, se ormai ti sei svegliato dopo che ti abbiamo indotto a questo sonno pomeridiano e stai leggendo queste righe, per esempio, al mattino, tu, profeta dell’autorealizzazione o dell’imprenditoria individuale, sfida i tuoi stessi dogmi, la tua sacrosanta obbedienza produttiva e ricordati, prima di pranzo, di una siesta del borrego (prepranzo), senza per questo sottrarre minuti a quella del dopopranzo.

Se preferisci, falla appena sveglio e dopo aver mangiato qualcosa, caro aspirante dipendente del mese, autistico della performance e morto vivente, come direbbe Han, perché speriamo di averti contagiato con qualche buona ragione. Trova di nuovo uno spazio, se puoi, prima di cena, per tua volontà, prima che sia la stanchezza a sopraffarti e a farti crollare esausto senza averlo deciso.

Dormi quando vuoi, dove vuoi, tu che batti ogni record nel produrre profitti per gli altri, perché sei tu a sceglierlo, perché così facendo ti ribelli organicamente e politicamente. Perché se ti fermi, se ciascuno di noi si ferma, riconquistiamo il nostro terreno a coloro che vogliono convincerci che dormire nel bel mezzo della giornata sia roba da sfigati.

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