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La neutrale Svizzera si scontra sulle armi

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In vista di un referendum il 29 novembre – racconta il quotidiano elvetico Tribune de Genève – la destra e il mondo imprenditoriale sostengono la riforma che allenta le restrizioni sull’esportazione di armamenti anche a Paesi in guerra; sul fronte opposto, partiti di sinistra, ONG e Chiese si schierano contro la nuova legge
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«Esportazioni di armi fuori controllo» da una parte. «Regole affidabili per una Svizzera sicura» dall’altra. Basta leggere alcuni degli slogan dei sostenitori e degli oppositori della modifica della legge federale sul materiale bellico per capire quanto il progetto stia dividendo il Paese. Ascoltando le argomentazioni dei due schieramenti, a volte si ha persino l’impressione che non stiano parlando dello stesso argomento.

Il 29 novembre gli svizzeri saranno chiamati a decidere su una riforma che ridefinisce le condizioni alle quali è consentito esportare armamenti. I primi sondaggi indicano un testa a testa tra favorevoli e contrari. Per comprendere la portata della proposta, occorre partire dalle regole attualmente in vigore e da ciò che cambierebbe con l’approvazione della nuova legge.

Oggi non vengono concesse autorizzazioni all’esportazione se il Paese destinatario è coinvolto in un conflitto armato o viola sistematicamente e gravemente i diritti umani. Lo stesso vale quando esist…

«Esportazioni di armi fuori controllo» da una parte. «Regole affidabili per una Svizzera sicura» dall’altra. Basta leggere alcuni degli slogan dei sostenitori e degli oppositori della modifica della legge federale sul materiale bellico per capire quanto il progetto stia dividendo il Paese. Ascoltando le argomentazioni dei due schieramenti, a volte si ha persino l’impressione che non stiano parlando dello stesso argomento.

Il 29 novembre gli svizzeri saranno chiamati a decidere su una riforma che ridefinisce le condizioni alle quali è consentito esportare armamenti. I primi sondaggi indicano un testa a testa tra favorevoli e contrari. Per comprendere la portata della proposta, occorre partire dalle regole attualmente in vigore e da ciò che cambierebbe con l’approvazione della nuova legge.

Oggi non vengono concesse autorizzazioni all’esportazione se il Paese destinatario è coinvolto in un conflitto armato o viola sistematicamente e gravemente i diritti umani. Lo stesso vale quando esiste il rischio che il materiale bellico venga utilizzato contro la popolazione civile o riesportato senza il preventivo consenso della Svizzera.

Secondo la maggioranza del Parlamento, queste condizioni sono diventate troppo restrittive alla luce dei rapidi cambiamenti dello scenario geopolitico internazionale. Per consentire al Consiglio federale, il governo svizzero, di rispondere adeguatamente alle nuove sfide, il Parlamento ha quindi deciso di allentare i vincoli.

La novità principale riguarda la possibilità di fornire materiale bellico a uno Stato partner coinvolto in un conflitto armato, a condizione che l’operazione sia compatibile con la neutralità e con gli interessi di politica estera o di sicurezza della Svizzera.

L’elenco degli Stati partner è stabilito da un’ordinanza e può quindi essere modificato dal Consiglio federale. Comprende la maggior parte dei Paesi europei, oltre ad Argentina, Canada, Stati Uniti, Giappone, Australia e Nuova Zelanda.

Il Consiglio federale potrebbe inoltre derogare ai criteri previsti per l’autorizzazione delle esportazioni verso qualsiasi Paese, qualora circostanze eccezionali lo giustificassero e fosse necessario tutelare gli interessi svizzeri in materia di politica estera o di sicurezza.

Un’altra novità riguarda la riesportazione delle armi. I Paesi che acquistano materiale bellico svizzero non sarebbero più tenuti, in tutti i casi, a chiedere il consenso di Berna prima di trasferirlo a terzi. La Svizzera continuerebbe tuttavia a richiedere tale autorizzazione, attraverso una dichiarazione di non riesportazione, ogni volta che lo imponessero ragioni di politica estera, neutralità o sicurezza.

«L’industria delle armi pesa pochissimo sull’economia»

Per gli oppositori della riforma, che lunedì hanno presentato le proprie ragioni alla stampa, le modifiche proposte spalancherebbero la porta al ritorno delle armi svizzere nelle zone di guerra. A lanciare l’allarme sono i Verdi, il Partito socialista e il Partito evangelico, insieme a diverse organizzazioni non governative e alla Conferenza dei vescovi svizzeri. Il timore è che, eliminando le attuali garanzie, qualsiasi Paese destinatario di armamenti svizzeri possa a sua volta trasferirli ad altri Stati.

Le armi potrebbero così finire in Sudan o essere utilizzate da Israele nella Striscia di Gaza. Secondo i contrari, la Svizzera rischierebbe inoltre di ritrovarsi con una delle legislazioni più permissive d’Europa in materia di esportazioni militari.

Per Alicia Giraudel, di Amnesty International, «questo referendum non riguarda soltanto l’esportazione di armi, ma anche la credibilità della Svizzera quando afferma di difendere i diritti umani, lo Stato di diritto e il diritto internazionale».

Il nodo Argentina e Usa

Un altro motivo di preoccupazione è la presenza degli Stati Uniti e dell’Argentina nell’elenco dei Paesi considerati partner. «Sarebbe come firmare un assegno in bianco a Trump, Milei e compagnia, che calpestano i diritti umani e la democrazia», denunciano gli oppositori.

Questi ultimi ricordano inoltre che l’Ucraina è stata esclusa dall’allentamento delle restrizioni. «E questo sotto la pressione dell’Unione democratica di centro. È cinismo al servizio dell’industria delle armi», attacca Fabian Molina, deputato socialista del Canton Zurigo. «Tanto più che questa industria non ha bisogno della nuova legge, perché purtroppo gode di ottima salute», osserva Lisa Mazzone, presidente dei Verdi.

La politica ginevrina denuncia le pressioni delle lobby, sottolineando che «l’industria degli armamenti pesa pochissimo» sul prodotto interno lordo svizzero. Marc Jost, deputato del Partito evangelico del Canton Berna, ricorda infine che alcuni anni fa era stata promossa un’iniziativa popolare, nota come Iniziativa correttiva, per rendere più severe le condizioni di esportazione delle armi. La proposta era stata successivamente ritirata in favore di un compromesso. «Rimettere in discussione quel consenso così poco tempo dopo averlo raggiunto mina la fiducia dei cittadini nelle istituzioni», sostiene Jost.

«La politica deve adattarsi alle nuove realtà»

I sostenitori della riforma respingono naturalmente questo quadro allarmante. Nel loro schieramento figurano i partiti di centrodestra e di destra — l’Unione democratica di centro, il Partito liberale radicale, il Centro e i Verdi liberali — insieme alle principali organizzazioni economiche e associazioni di categoria, oltre ai gruppi vicini agli ambienti militari. «Le regole attuali fanno sì che, in alcuni casi, i produttori svizzeri non vengano più nemmeno presi in considerazione nelle procedure internazionali di acquisto», denuncia Swissmem, l’associazione che rappresenta l’industria metalmeccanica e tecnologica svizzera.

Per Economiesuisse, la principale organizzazione imprenditoriale del Paese, la riforma è indispensabile per garantire il futuro dell’industria degli armamenti. «Disporre di una propria base industriale nel settore della difesa è essenziale per le capacità operative dell’esercito svizzero e, di conseguenza, per la sicurezza del nostro Paese», scrive l’organizzazione.

Sulla questione ucraina, Céline Weber, deputata dei Verdi liberali del Canton Vaud, ritiene che non si possa semplicemente mettere da parte la tradizionale politica di neutralità della Svizzera. «Se dovessimo fornire armi all’Ucraina, o anche soltanto autorizzarne la riesportazione, dovremmo fare lo stesso con la Russia».

Per Sidney Kamerzin, deputato del Centro del Canton Vallese, la nuova legge non rappresenta un tradimento del compromesso raggiunto dopo il ritiro dell’Iniziativa correttiva. «La politica deve, per sua natura, adattarsi alle nuove realtà. Quando fu raggiunto quel compromesso, la situazione geopolitica mondiale era completamente diversa. Oggi bisogna lasciare al Consiglio federale un margine di manovra che gli consenta di decidere caso per caso, tenendo conto della neutralità, dell’aumento delle minacce e dei nostri interessi». (Copyright Tribune de Genève-Lena/Leading European Newspaper Alliance)

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