TAMPA - "Quattro anni fa mi augurai che Barack Obama riuscisse nella sua sfida, perché amo l'America. Oggi dico: è tempo di voltare pagina, le sue politiche sono fallite. Dobbiamo metterci dietro le spalle quattro anni di delusione. Da presidente io ricostruirò la grande promessa americana". Mitt Romney chiude così la convention repubblicana a Tampa, con un discorso efficace perché attacca l'avversario sul suo punto debole: il bilancio di governo. Promette 12 milioni di posti di lavoro nel corso del suo mandato, se il 6 novembre conquisterà la Casa Bianca. Il primo candidato mormone nella storia d'America tocca le corde del patriottismo, della nostalgia per i tempi dorati della crescita e delle aspettative di un costante progresso nel tenore di vita da una generazione all'altra. Si fa introdurre da un Clint Eastwood invecchiato e a tratti patetico nella sua retorica sciovinista (l'attore arriva a rimproverare Obama per la guerra in Afghanistan), poi dal giovane senatore della Florida Marco Rubio che per le sue origini cubane corteggia l'elettorato ispanico.
Romney era atteso a questa prova, la più importante della sua vita. Doveva convincere come futuro leader, doveva sforzarsi di essere anche un po' simpatico, sfoggiare un senso dell'umorismo che gli fa difetto. Ci è riuscito, con un discorso sapientemente dosato: "Quattro anni fa gli americani hanno eletto un presidente che prometteva di fermare l'avanzata degli oceani. Io prometto di aiutare le vostre famiglie". Ha evocato in modo pudico la sua religione mormone citando a più riprese "le tante fedi religiose che fanno parte della nostra vita, della nostra comunità, del nostro modo di unirci tra americani". Ha esibito con orgoglio le proprie credenziali di businessman, vantandosi di avere creato o risanato aziende, di avere generato ricchezza. Proprio quel suo passato da finanziere-avvoltoio, che i democratici gli rinfacciano, lo ha rivendicato come un titolo di merito: "In America noi celebriamo il successo, non ce ne vergognamo". Ed è proprio sulla base della sua esperienza di businessman che ha più volte sferrato l'affondo contro Obama, "uno che non ha mai avuto esperienze dell'economia reale, non ha mai gestito un business in vita sua, è arrivato impreparato alla sua missione". Romney ha saputo evitare l'aggressività, verso il presidente ha usato piuttosto i toni della condiscendenza, evocandolo come un incompetente, con una visione non-americana dell'economia. "Questa è una nazione che ha costruito la sua grandezza sullo spirito d'intrapresa, la propensione al rischio. Steve Jobs fu licenziato da Apple, poi tornò e la salvò, ne fece l'azienda più grande del mondo". Insomma una nazione fondata sul business, che l'intellettuale élitario Obama non può né capire né tantomeno guidare fuori da una grave crisi.
"Ogni presidente che chiede agli elettori un secondo mandato - ha detto il candidato repubblicano - solitamente si fa forte di avere consegnato ai suoi cittadini un paese migliore, un benessere superiore a quando fu eletto. Ci sono due eccezioni: Jimmy Carter e Barack Obama. Con questo presidente l'America ha il massimo numero di poveri nella sua storia. Se vince lui aumenterà le tasse e ci impoverirà ancora di più".
Romney ha presentato il suo piano in cinque punti per creare 12 milioni di posti. Indipendenza petrolifera (attraverso la totale libertà di trivellare). Facoltà di scegliere dappertutto le scuole migliori (cioè private). Ritorsioni commerciali contro la Cina e chiunque faccia "concorrenza sleale". Bilancio in pareggio "per non fare la fine della Grecia". Infine la massima deregulation per le imprese, unita a sgravi fiscali e all'abrogazione della riforma sanitaria di Obama sempre per ridurre i costi del lavoro. E' un piano ispirato al più puro e intransigente neoliberismo. Non è inedito: da Ronald Reagan a George Bush, è stato questo il filo conduttore delle politiche economiche della destra negli ultimi trent'anni. Con che risultati? Ieri tra gli oratori che hanno scaldato la platea prima della conclusione di Romney è intervenuto anche Jeb Bush, fratello di George ed ex governatore della Florida. Jeb ha difeso il fratello e ha detto: "E' ora che Obama la smetta di attribuire la crisi al suo predecessore, e se ne assuma la responsabilità". Ma fu proprio George Bush a governare l'America per gli otto anni nei quali maturò la più grave recessione dopo la Grande Depressione degli anni Trenta. Romney promette di ricominciare daccapo, con le stesse ricette. C'è il rischio concreto che sia lui il prossimo presidente degli Stati Uniti. Gli elettori hanno memoria corta. E di certo l'atmosfera di delusione verso Obama che Romney ha descritto ieri, non è una sua invenzione.
Romney era atteso a questa prova, la più importante della sua vita. Doveva convincere come futuro leader, doveva sforzarsi di essere anche un po' simpatico, sfoggiare un senso dell'umorismo che gli fa difetto. Ci è riuscito, con un discorso sapientemente dosato: "Quattro anni fa gli americani hanno eletto un presidente che prometteva di fermare l'avanzata degli oceani. Io prometto di aiutare le vostre famiglie". Ha evocato in modo pudico la sua religione mormone citando a più riprese "le tante fedi religiose che fanno parte della nostra vita, della nostra comunità, del nostro modo di unirci tra americani". Ha esibito con orgoglio le proprie credenziali di businessman, vantandosi di avere creato o risanato aziende, di avere generato ricchezza. Proprio quel suo passato da finanziere-avvoltoio, che i democratici gli rinfacciano, lo ha rivendicato come un titolo di merito: "In America noi celebriamo il successo, non ce ne vergognamo". Ed è proprio sulla base della sua esperienza di businessman che ha più volte sferrato l'affondo contro Obama, "uno che non ha mai avuto esperienze dell'economia reale, non ha mai gestito un business in vita sua, è arrivato impreparato alla sua missione". Romney ha saputo evitare l'aggressività, verso il presidente ha usato piuttosto i toni della condiscendenza, evocandolo come un incompetente, con una visione non-americana dell'economia. "Questa è una nazione che ha costruito la sua grandezza sullo spirito d'intrapresa, la propensione al rischio. Steve Jobs fu licenziato da Apple, poi tornò e la salvò, ne fece l'azienda più grande del mondo". Insomma una nazione fondata sul business, che l'intellettuale élitario Obama non può né capire né tantomeno guidare fuori da una grave crisi.
"Ogni presidente che chiede agli elettori un secondo mandato - ha detto il candidato repubblicano - solitamente si fa forte di avere consegnato ai suoi cittadini un paese migliore, un benessere superiore a quando fu eletto. Ci sono due eccezioni: Jimmy Carter e Barack Obama. Con questo presidente l'America ha il massimo numero di poveri nella sua storia. Se vince lui aumenterà le tasse e ci impoverirà ancora di più".
Romney ha presentato il suo piano in cinque punti per creare 12 milioni di posti. Indipendenza petrolifera (attraverso la totale libertà di trivellare). Facoltà di scegliere dappertutto le scuole migliori (cioè private). Ritorsioni commerciali contro la Cina e chiunque faccia "concorrenza sleale". Bilancio in pareggio "per non fare la fine della Grecia". Infine la massima deregulation per le imprese, unita a sgravi fiscali e all'abrogazione della riforma sanitaria di Obama sempre per ridurre i costi del lavoro. E' un piano ispirato al più puro e intransigente neoliberismo. Non è inedito: da Ronald Reagan a George Bush, è stato questo il filo conduttore delle politiche economiche della destra negli ultimi trent'anni. Con che risultati? Ieri tra gli oratori che hanno scaldato la platea prima della conclusione di Romney è intervenuto anche Jeb Bush, fratello di George ed ex governatore della Florida. Jeb ha difeso il fratello e ha detto: "E' ora che Obama la smetta di attribuire la crisi al suo predecessore, e se ne assuma la responsabilità". Ma fu proprio George Bush a governare l'America per gli otto anni nei quali maturò la più grave recessione dopo la Grande Depressione degli anni Trenta. Romney promette di ricominciare daccapo, con le stesse ricette. C'è il rischio concreto che sia lui il prossimo presidente degli Stati Uniti. Gli elettori hanno memoria corta. E di certo l'atmosfera di delusione verso Obama che Romney ha descritto ieri, non è una sua invenzione.