Primarie Usa, il popolo ha parlato
Vittorio Zucconi , di VITTORIO ZUCCONIIl voto del New Hampshire dimostra che gli elettori possono essere imprevedibili. E ora i candidati dei due partiti dovranno cominciare a fare sul serio
La buona notizia che arriva per noi tutti che ancora ci ostiniamo a credere nelle democrazie liberali occidentali nonostante le delusioni è la conferma, dagli elettorati di due Stati americani diversissimi fra loro, che la democrazia non è ereditaria. Non è bastata a Hillary Clinton e a Jeb Bush l'appartenenza alle due massime dinastie che dominano i partiti americani da una generazione per ricevere quella cieca investitura che i loro forzieri senza fondo, e l'appoggio degli opposti establihment, sembrava ancora pochi mesi or sono inevitabile come un cartellino da timbrare.
La sconfitta bruciante della signora Clinton, per mano di un settantaquattrenne che ha sedotto i giovanissimi e la riprova della mediocrità di Jeb come candidato, che non ha sedotto nessuno tranne la mamma novantenne accorsa per aiutralo, dimostrano che nonostante i soldi, il nome, gli spot tv, l'investitura dei mandarini Repubblicani e Democratici tutti devono passare…
La sconfitta bruciante della signora Clinton, per mano di un settantaquattrenne che ha sedotto i giovanissimi e la riprova della mediocrità di Jeb come candidato, che non ha sedotto nessuno tranne la mamma novantenne accorsa per aiutralo, dimostrano che nonostante i soldi, il nome, gli spot tv, l'investitura dei mandarini Repubblicani e Democratici tutti devono passare…
La buona notizia che arriva per noi tutti che ancora ci ostiniamo a credere nelle democrazie liberali occidentali nonostante le delusioni è la conferma, dagli elettorati di due Stati americani diversissimi fra loro, che la democrazia non è ereditaria. Non è bastata a Hillary Clinton e a Jeb Bush l'appartenenza alle due massime dinastie che dominano i partiti americani da una generazione per ricevere quella cieca investitura che i loro forzieri senza fondo, e l'appoggio degli opposti establihment, sembrava ancora pochi mesi or sono inevitabile come un cartellino da timbrare.
La sconfitta bruciante della signora Clinton, per mano di un settantaquattrenne che ha sedotto i giovanissimi e la riprova della mediocrità di Jeb come candidato, che non ha sedotto nessuno tranne la mamma novantenne accorsa per aiutralo, dimostrano che nonostante i soldi, il nome, gli spot tv, l'investitura dei mandarini Repubblicani e Democratici tutti devono passare l'esame degli elettori, che siano giovani o vecchi, studenti o braccianti agricoli, madri di famiglia nei sobborghi o ecologisti nei monti del New England.
Ma proprio per questo è bene guardarsi dal tirare quelle conclusioni facili ed eclatanti che la prima, ancora minuscola porzione della cittadinanza votante offre agli strilli delle tv e ai titoli dei giornali e proclamare che l'America corre a sinistra o a destra, nella braccia di un anziano senatore che promette rivoluzione o di un superpalazzinaro di New York che vuole chiudere gli USA dentro una fortezza di mura e di divieti.
Nelle prossime settimane, in un crescendo che raggiungerà l'apice il primo marzo, con primarie in 24 Stati, anche i vincitori di oggi dovranno misurarsi con due componenti fondamentali dell'elettorato, indispensabili per sperare di vincere la gara che conta, quella per la Casa Bianca: gli afroamericani, perno di tutte le maggioranze democratiche, e i latinos, i milioni di immigrati dal Sud della Frontiera che tengono fra le dita il voto in Stati come Texas, Arizona, Calfornia e New Mexico.
Che siano rivoluzionari (di nome) o conservatori, cristianissimi o sbruffoni alfieri di dinastie o figli di nessuno da oggi i candidati superstiti dovranno misurarsi con i grandi numeri, uscire dalla "politica al dettaglio" condotta porta a porta e passare alla "politica all'ingrosso" con messaggi indiretti capaci di funzionare con cittadini diversi e lontani, dal Pacifico all'Atlantico. "The People must speak", il popolo deve parlare, e chi parla a loro deve sapersi far ascoltare. Qualcosa che Hlllary ancora, con tutti i suoi finanziamenti e il suo nome, non riesce a fare. Dovranno azzuffarsi e molto sangue (politico) correrà fra i superstiti, sotto gli occhi interessati di un altro supermiliardario settuagenario, Michael Bloomberg, pronto a chinarsi per raccogliere i pezzi di due partiti che si sbraneranno.
La sconfitta bruciante della signora Clinton, per mano di un settantaquattrenne che ha sedotto i giovanissimi e la riprova della mediocrità di Jeb come candidato, che non ha sedotto nessuno tranne la mamma novantenne accorsa per aiutralo, dimostrano che nonostante i soldi, il nome, gli spot tv, l'investitura dei mandarini Repubblicani e Democratici tutti devono passare l'esame degli elettori, che siano giovani o vecchi, studenti o braccianti agricoli, madri di famiglia nei sobborghi o ecologisti nei monti del New England.
Ma proprio per questo è bene guardarsi dal tirare quelle conclusioni facili ed eclatanti che la prima, ancora minuscola porzione della cittadinanza votante offre agli strilli delle tv e ai titoli dei giornali e proclamare che l'America corre a sinistra o a destra, nella braccia di un anziano senatore che promette rivoluzione o di un superpalazzinaro di New York che vuole chiudere gli USA dentro una fortezza di mura e di divieti.
Nelle prossime settimane, in un crescendo che raggiungerà l'apice il primo marzo, con primarie in 24 Stati, anche i vincitori di oggi dovranno misurarsi con due componenti fondamentali dell'elettorato, indispensabili per sperare di vincere la gara che conta, quella per la Casa Bianca: gli afroamericani, perno di tutte le maggioranze democratiche, e i latinos, i milioni di immigrati dal Sud della Frontiera che tengono fra le dita il voto in Stati come Texas, Arizona, Calfornia e New Mexico.
Che siano rivoluzionari (di nome) o conservatori, cristianissimi o sbruffoni alfieri di dinastie o figli di nessuno da oggi i candidati superstiti dovranno misurarsi con i grandi numeri, uscire dalla "politica al dettaglio" condotta porta a porta e passare alla "politica all'ingrosso" con messaggi indiretti capaci di funzionare con cittadini diversi e lontani, dal Pacifico all'Atlantico. "The People must speak", il popolo deve parlare, e chi parla a loro deve sapersi far ascoltare. Qualcosa che Hlllary ancora, con tutti i suoi finanziamenti e il suo nome, non riesce a fare. Dovranno azzuffarsi e molto sangue (politico) correrà fra i superstiti, sotto gli occhi interessati di un altro supermiliardario settuagenario, Michael Bloomberg, pronto a chinarsi per raccogliere i pezzi di due partiti che si sbraneranno.