Primarie Usa, Paul Ryan si chiama fuori: "Non voglio la nomination"
Federico Rampini , dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINIIl nome dello Speaker della Camera era il più gettonato come alternativa a Trump, osteggiato dall'establishment del partito repubblicano. E continuerà a esserlo fino alla convention di luglio, malgrado la sua smentita
NEW YORK - Non c'è limite al surrealismo di questa campagna elettorale americana. Un non-candidato smentisce categoricamente la propria candidatura. E nessuno sembra prendere alla lettera questa smentita. Uno scherzo degno di Lewis Carroll e del non-compleanno celebrato in Alice nel paese delle meraviglie. Il non-candidato è Paul Ryan. E' Speaker of the House che equivale a presidente della Camera dei deputati. È la più alta carica istituzionale del partito repubblicano. L'ultima volta che fu in corsa per un'elezione presidenziale, nel 2012, fu perché l'allora candidato Mitt Romney lo designò come proprio vice. In questa campagna 2016 Ryan aveva deciso di stare alla finestra. Nonostante questo fosse chiaro da tempo, oggi ha sentito l'impellente bisogno di convocare in fretta e furia una conferenza stampa presso la sede nazionale del partito repubblicano a Washington. Messaggio testuale: "Sarò chiaro. Non vog…
NEW YORK - Non c'è limite al surrealismo di questa campagna elettorale americana. Un non-candidato smentisce categoricamente la propria candidatura. E nessuno sembra prendere alla lettera questa smentita. Uno scherzo degno di Lewis Carroll e del non-compleanno celebrato in Alice nel paese delle meraviglie. Il non-candidato è Paul Ryan. E' Speaker of the House che equivale a presidente della Camera dei deputati. È la più alta carica istituzionale del partito repubblicano. L'ultima volta che fu in corsa per un'elezione presidenziale, nel 2012, fu perché l'allora candidato Mitt Romney lo designò come proprio vice. In questa campagna 2016 Ryan aveva deciso di stare alla finestra. Nonostante questo fosse chiaro da tempo, oggi ha sentito l'impellente bisogno di convocare in fretta e furia una conferenza stampa presso la sede nazionale del partito repubblicano a Washington. Messaggio testuale: "Sarò chiaro. Non voglio la nomination del mio partito, e non l'accetterò".
Nonostante la perentorietà del suo no, sulla possibile nomination di Ryan si continuerà a fare congetture, con ogni probabilità, fino alla convention repubblicana di luglio, a Cleveland (Ohio), che dovrà dire la parola finale sul candidato della destra alla Casa Bianca. Il primo a non credere alla smentita di Ryan è Donald Trump che ha tuonato: "L'establishment rema contro di me. Le regole sono truccate. Stanno congiurando per fermarmi".
Trump in realtà continua a fare incetta di delegati, e viene dato per favoritissimo anche a New York, dove si tiene la primaria tra una settimana, martedì 19 aprile. Ma il magnate newyorkese è più che indigesto, per gran parte dell'establishment repubblicano. C'è chi lo considera un narciso irresponsabile e incompetente, chi un populista fascistoide e pericoloso per la democrazia, chi semplicemente un leader così egocentrico da essere incontrollabile e quindi dannoso per gli interessi del partito.
Soprattutto, un vasto consenso tra i notabili del partito converge su una certezza: con Trump non si vince in finale. Anzi, i più pessimisti vedono arrivare per colpa sua una triplice disfatta: Casa Bianca, Senato e Corte Suprema (una vittoria democratica darebbe alla sinistra anche il seggio vacante dopo la morte del giudice costituzionale Antonin Scalia). Il cupo presentimento dei leader repubblicani deriva dalla sensazione che il fenomeno Trump, benché travolgente, stia raggiungendo una sorta di "plafond". Se lui sta facendo il pieno dei consensi con il 40% - 45% che è la sua media di voti nelle primarie repubblicane, andare alla vittoria in un'elezione generale è arduo per non dire impossibile.
Giusta o sbagliata, quest'analisi genera conseguenze. L'establishment si è buttato a sostenere Ted Cruz benché il texano sia ancora più estremista di Trump e altrettanto odiato dai compagni di partito. Ma Cruz e anche John Kasich restando in gara servono a impedire che Trump superi la soglia del 50%. Il che significa, a norma di regolamento, che non avrà la maggioranza assoluta richiesta dalla convention. A Cleveland, le norme del partito repubblicano obbligheranno i delegati a votare un paio di volte applicando il mandato degli elettori. Ma una volta dimostrato che su Trump non converge più del 49,9% i delegati saranno sciolti da ogni disciplina. E per chi dovrebbero votare?
Ecco il nome di Ryan, il più gettonato. Anche lui fu un giovane colonnello della destra più radicale, vicino al Tea Party, scatenato nel sabotare ogni legge proposta da Barack Obama, incluso il bilancio federale. Ma alla presidenza della Camera Ryan si è applicato a costruirsi un profilo un po' più moderato e centrista. Ha più volte attaccato Trump per le sue posizioni estreme, per esempio sugli immigrati. Dunque Ryan avrebbe forse più chance contro Hillary Clinton in finale. E comunque, recita la saggezza convenzionale dell'establishment, "meglio perdere con Ryan che perdere con Trump".
L'hanno chiamata, quella di Ryan, l'Immacolata Nomination. Il senso dell'ironia non manca, ai repubblicani. Ora devono avere pazienza fino a luglio, lavorare ai fianchi di Trump per portargli via manciate di delegati qui e là. E sperare che la non-candidatura di Ryan, smentitissima anche stasera, si trasformi per miracolo nel suo esatto contrario.
Nonostante la perentorietà del suo no, sulla possibile nomination di Ryan si continuerà a fare congetture, con ogni probabilità, fino alla convention repubblicana di luglio, a Cleveland (Ohio), che dovrà dire la parola finale sul candidato della destra alla Casa Bianca. Il primo a non credere alla smentita di Ryan è Donald Trump che ha tuonato: "L'establishment rema contro di me. Le regole sono truccate. Stanno congiurando per fermarmi".
Trump in realtà continua a fare incetta di delegati, e viene dato per favoritissimo anche a New York, dove si tiene la primaria tra una settimana, martedì 19 aprile. Ma il magnate newyorkese è più che indigesto, per gran parte dell'establishment repubblicano. C'è chi lo considera un narciso irresponsabile e incompetente, chi un populista fascistoide e pericoloso per la democrazia, chi semplicemente un leader così egocentrico da essere incontrollabile e quindi dannoso per gli interessi del partito.
Soprattutto, un vasto consenso tra i notabili del partito converge su una certezza: con Trump non si vince in finale. Anzi, i più pessimisti vedono arrivare per colpa sua una triplice disfatta: Casa Bianca, Senato e Corte Suprema (una vittoria democratica darebbe alla sinistra anche il seggio vacante dopo la morte del giudice costituzionale Antonin Scalia). Il cupo presentimento dei leader repubblicani deriva dalla sensazione che il fenomeno Trump, benché travolgente, stia raggiungendo una sorta di "plafond". Se lui sta facendo il pieno dei consensi con il 40% - 45% che è la sua media di voti nelle primarie repubblicane, andare alla vittoria in un'elezione generale è arduo per non dire impossibile.
Giusta o sbagliata, quest'analisi genera conseguenze. L'establishment si è buttato a sostenere Ted Cruz benché il texano sia ancora più estremista di Trump e altrettanto odiato dai compagni di partito. Ma Cruz e anche John Kasich restando in gara servono a impedire che Trump superi la soglia del 50%. Il che significa, a norma di regolamento, che non avrà la maggioranza assoluta richiesta dalla convention. A Cleveland, le norme del partito repubblicano obbligheranno i delegati a votare un paio di volte applicando il mandato degli elettori. Ma una volta dimostrato che su Trump non converge più del 49,9% i delegati saranno sciolti da ogni disciplina. E per chi dovrebbero votare?
Ecco il nome di Ryan, il più gettonato. Anche lui fu un giovane colonnello della destra più radicale, vicino al Tea Party, scatenato nel sabotare ogni legge proposta da Barack Obama, incluso il bilancio federale. Ma alla presidenza della Camera Ryan si è applicato a costruirsi un profilo un po' più moderato e centrista. Ha più volte attaccato Trump per le sue posizioni estreme, per esempio sugli immigrati. Dunque Ryan avrebbe forse più chance contro Hillary Clinton in finale. E comunque, recita la saggezza convenzionale dell'establishment, "meglio perdere con Ryan che perdere con Trump".
L'hanno chiamata, quella di Ryan, l'Immacolata Nomination. Il senso dell'ironia non manca, ai repubblicani. Ora devono avere pazienza fino a luglio, lavorare ai fianchi di Trump per portargli via manciate di delegati qui e là. E sperare che la non-candidatura di Ryan, smentitissima anche stasera, si trasformi per miracolo nel suo esatto contrario.