Usa 2016, per il partito una crisi senza precedenti con il no dei Bush a Trump
Federico Rampini , dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINILa scelta della dinastia texana non può essere letta solo come una vendetta familiare
NEW YORK - E' senza precedenti la decisione di due ex presidenti, i Bush padre e figlio, di annunciare pubblicamente che non voteranno il candidato del loro partito. I due ultimi presidenti repubblicani si rifiutano di votare per quello che il loro stesso partito è ormai costretto a designare: inaudito davvero. I maligni possono insinuare che è una piccola vendetta dinastica, dopo che Donald Trump umiliò, aggredì e offese ripetutamente Jeb Bush fino a costringerlo all'abbandono. E tuttavia l'orgoglio familiare non basta a spiegare un gesto così clamoroso.
I Bush potevano semplicemente rinchiudersi in uno sdegnato silenzio, rifiutare l'endorsement a Trump, senza arrivare ad un gesto così "sedizioso". Il loro annuncio apre ufficialmente una crisi del partito repubblicano che è nei fatti. La vittoria di Trump nelle primarie, dopo l'abbandono definitivo di Ted Cruz e John Kasich, significa che a metà lu…
I Bush potevano semplicemente rinchiudersi in uno sdegnato silenzio, rifiutare l'endorsement a Trump, senza arrivare ad un gesto così "sedizioso". Il loro annuncio apre ufficialmente una crisi del partito repubblicano che è nei fatti. La vittoria di Trump nelle primarie, dopo l'abbandono definitivo di Ted Cruz e John Kasich, significa che a metà lu…
NEW YORK - E' senza precedenti la decisione di due ex presidenti, i Bush padre e figlio, di annunciare pubblicamente che non voteranno il candidato del loro partito. I due ultimi presidenti repubblicani si rifiutano di votare per quello che il loro stesso partito è ormai costretto a designare: inaudito davvero. I maligni possono insinuare che è una piccola vendetta dinastica, dopo che Donald Trump umiliò, aggredì e offese ripetutamente Jeb Bush fino a costringerlo all'abbandono. E tuttavia l'orgoglio familiare non basta a spiegare un gesto così clamoroso.
I Bush potevano semplicemente rinchiudersi in uno sdegnato silenzio, rifiutare l'endorsement a Trump, senza arrivare ad un gesto così "sedizioso". Il loro annuncio apre ufficialmente una crisi del partito repubblicano che è nei fatti. La vittoria di Trump nelle primarie, dopo l'abbandono definitivo di Ted Cruz e John Kasich, significa che a metà luglio la convention di Cleveland (Ohio) dovrà offrire la nomination ad un personaggio che non è stato quasi mai repubblicano, si è "convertito" opportunisticamente solo di recente per inseguire la candidatura, in passato ha professato la fede democratica e ha finanziato quel partito (coniugi Clinton inclusi). Trump è stato di volta in volta favorevole all'aborto e ai matrimoni gay, come (quasi) ogni newyorchese che si rispetti. Anche nel corso di questa campagna ha insultato a ogni piè sospinto l'establishment del suo partito. In sostanza si è affermato "contro" i politici repubblicani. Ha attaccato George W. Bush per la guerra in Iraq. L'unico repubblicano verso il quale ha mostrato rispetto è Ronald Reagan. Tutto ciò che viene dopo, per lui merita solo disprezzo. Non solo i politici ma anche i grandi finanziatori della destra lo guardano con diffidenza o addirittura con angoscia: è il caso dei fratelli Koch.
La vittoria di Trump apre quindi una fase molto tormentata nella storia di questo partito, che fu per gran parte della sua storia un pilastro della liberaldemocrazia e un difensore dei suoi valori: da Abraham Lincoln a Dwight Eisenhower. Il populismo, quando si affacciò sulla scena politica (fine Ottocento, e anni Trenta del secolo scorso) tendeva ad avere un connotato più di sinistra che di destra. Ma prima o poi l'élite repubblicana dovrà chiedersi cos'ha fatto per "meritarsi" Trump e per costruirsi questo "mostro" che la sta decapitando o delegittimando. I sette anni e mezzo di presidenza Obama hanno visto degli eccessi ampiamente incoraggiati dall'establishment. Da quando Obama s'insediò alla Casa Bianca, anche i leader istituzionali di Camera e Senato dichiararono esplicitamente che impedirgli di governare era il loro obiettivo principale. Ogni forma di ostruzionismo è stata ammessa, fino alla paralisi legislativa. Il movimento del Tea Party ha avuto connotati razzisti evidenti. La menzogna è stata praticata in modo sistematico pur di demonizzare questo presidente: dall'accusa che la sua riforma sanitaria prevede l'eutanasìa decisa dallo Stato per ridurre i costi di assistenza agli anziani (sic) fino alla falsa leggenda di Obama musulmano e nato in Kenya che Trump cavalcò nel 2012 ma con l'acquiescenza di tanti dirigenti repubblicani. Si potrebbe aggiungere il negazionismo sul cambiamento climatico per compiacere la lobby petrolifera. Tutti i colpi sono diventati leciti, ogni riferimento alla realtà è stato "sospeso". In questa gara Trump ha finito per superare tutti. Accorgersi solo ora che si è andati troppo lontano, come fanno i Bush, è davvero tardi.
I Bush potevano semplicemente rinchiudersi in uno sdegnato silenzio, rifiutare l'endorsement a Trump, senza arrivare ad un gesto così "sedizioso". Il loro annuncio apre ufficialmente una crisi del partito repubblicano che è nei fatti. La vittoria di Trump nelle primarie, dopo l'abbandono definitivo di Ted Cruz e John Kasich, significa che a metà luglio la convention di Cleveland (Ohio) dovrà offrire la nomination ad un personaggio che non è stato quasi mai repubblicano, si è "convertito" opportunisticamente solo di recente per inseguire la candidatura, in passato ha professato la fede democratica e ha finanziato quel partito (coniugi Clinton inclusi). Trump è stato di volta in volta favorevole all'aborto e ai matrimoni gay, come (quasi) ogni newyorchese che si rispetti. Anche nel corso di questa campagna ha insultato a ogni piè sospinto l'establishment del suo partito. In sostanza si è affermato "contro" i politici repubblicani. Ha attaccato George W. Bush per la guerra in Iraq. L'unico repubblicano verso il quale ha mostrato rispetto è Ronald Reagan. Tutto ciò che viene dopo, per lui merita solo disprezzo. Non solo i politici ma anche i grandi finanziatori della destra lo guardano con diffidenza o addirittura con angoscia: è il caso dei fratelli Koch.
La vittoria di Trump apre quindi una fase molto tormentata nella storia di questo partito, che fu per gran parte della sua storia un pilastro della liberaldemocrazia e un difensore dei suoi valori: da Abraham Lincoln a Dwight Eisenhower. Il populismo, quando si affacciò sulla scena politica (fine Ottocento, e anni Trenta del secolo scorso) tendeva ad avere un connotato più di sinistra che di destra. Ma prima o poi l'élite repubblicana dovrà chiedersi cos'ha fatto per "meritarsi" Trump e per costruirsi questo "mostro" che la sta decapitando o delegittimando. I sette anni e mezzo di presidenza Obama hanno visto degli eccessi ampiamente incoraggiati dall'establishment. Da quando Obama s'insediò alla Casa Bianca, anche i leader istituzionali di Camera e Senato dichiararono esplicitamente che impedirgli di governare era il loro obiettivo principale. Ogni forma di ostruzionismo è stata ammessa, fino alla paralisi legislativa. Il movimento del Tea Party ha avuto connotati razzisti evidenti. La menzogna è stata praticata in modo sistematico pur di demonizzare questo presidente: dall'accusa che la sua riforma sanitaria prevede l'eutanasìa decisa dallo Stato per ridurre i costi di assistenza agli anziani (sic) fino alla falsa leggenda di Obama musulmano e nato in Kenya che Trump cavalcò nel 2012 ma con l'acquiescenza di tanti dirigenti repubblicani. Si potrebbe aggiungere il negazionismo sul cambiamento climatico per compiacere la lobby petrolifera. Tutti i colpi sono diventati leciti, ogni riferimento alla realtà è stato "sospeso". In questa gara Trump ha finito per superare tutti. Accorgersi solo ora che si è andati troppo lontano, come fanno i Bush, è davvero tardi.