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Il cielo sopra Berlino

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La scorsa settimana ho fatto un giro all’ILA
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La scorsa settimana ho fatto un giro all’ILA: la fiera dell’industria aerospaziale è stata organizzata vicino al vecchio aeroporto di Schönefeld per consentire a caccia, elicotteri e droni di volteggiare rumorosamente su una folla di appassionati. Le file per sedersi qualche secondo nella cabina di pilotaggio di un jet Eurofighter o di un Airbus A400 erano lunghissime. Io ero poco affascinata dall’esibizione di sistemi antimissilistici, laser o droni o dalle simulazioni di guerre virtuali sugli schermi dei padiglioni dei grandi marchi della difesa. Ero molto interessata, invece, a capire le ripercussioni di una notizia-bomba. Alla vigilia della fiera, il maxi piano franco-tedesco per un caccia di sesta generazione annunciato nel 2017 da Emmanuel Macron e Angela Merkel come grandioso progetto di difesa europeo, è ufficialmente fallito. Il super jet era stato, dieci anni fa, una reazione alla Brexit e all’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump. Ma da allora i due governi non sono mai riusciti ad abbattere il muro tra i top manager di Dassault ed Airbus.

Quale Europa

La notizia è che quando l’inchiostro dei comunicati del grande flop era ancora fresco, l’unità tedesca di Airbus ha fatto sapere di avere già pronta un’alternativa: una cordata di otto aziende, quasi solo tedesche, pronte a raccogliere il testimone di Fcas. All’Ila, il ministro della Difesa Boris Pistorius ha fatto poi sapere che un’alternativa a Fcas è possibile, e durante la fiera si sono rincorse voci sulla volontà di Berlino di compensare il fallimento del mega caccia con l’acquisto dei soliti F35 dagli americani. Oppure, la neo alleanza raccolta intorno all’unità tedesca di Airbus avrebbe potuto aggiungersi a un altro consorzio nato intorno all’idea di costruire un super jet del futuro, il piano italo-britannico-giapponese Gcap.

L’ad di Leonardo, Lorenzo Mariani, ha detto che i tedeschi sono i benvenuti, ma che occorre anche considerare il fatto che ritarderebbero i tempi del caccia, previsto per il 2035. Soprattutto, in quei giorni è emersa un’altra cordata, capitanata dall’unità spagnola di Airbus, che rappresenta un pugno di aziende spagnole e punta forse ad allearsi con i tedeschi. E intanto la Francia ha fatto sapere che va avanti da sola. Insomma, ormai sono numerose le ipotesi spuntate dopo il naufragio di Fcas, nessuna delle quali, per ora, europea. Ma per eventuali convergenze bisognerà aspettare i prossimi mesi. Intanto la confusione sotto il cielo resta grande.

Una nuova crisi franco-tedesca?

Dopo il naufragio del super caccia franco-tedesco, l’amministratore delegato del colosso della difesa Rheinmetall, Armin Papperger, ha messo in guardia in un’intervista da un altro possibile fallimento: quello del sistema di combattimento terrestre costruito intorno a un carro armato di nuova generazione battezzato Mgcs. Anch’esso era nato nel 2017, insieme al Fcas, come progetto comune tra Parigi e Berlino, e rischia di arenarsi a causa dei tagli alla difesa decisi da Macron. In sostanza, mentre Fcas era stato pensato come successore dell’Eurofighter e dei Rafale, l’Mgcs avrebbe dovuto essere il successore dei tedeschi Leopard 2 e dei francesi Leclerc. Ma adesso è tutto per aria. Una delle tante promesse di Friedrich Merz era stata quella di riesumare i rapporti franco-tedeschi, seriamente compromessi da anni di tensioni acuitesi soprattutto durante il governo Scholz. Ma dal punto di vista della difesa, il suo proposito sta clamorosamente fallendo.

La Bce alza i tassi

Aumentano i prezzi e la Banca centrale europea non può che fare il suo mestiere. Che è anzitutto quello di frenare l’inflazione. Il caos scatenato nel Golfo Persico dall’insensata guerra israelo-americana contro l’Iran ha causato da mesi un blocco del cruciale Stretto di Hormuz che sta precipitando l’economia globale in una nuova crisi. E gli aumenti sui prezzi energetici che stanno contagiando anche il resto dell’economia, come ha fatto notare la presidente della Bce Christine Lagarde, hanno costretto i guardiani dell’euro a operare la prima stretta sui tassi di interesse da tre anni a questa parte.

Giovedì scorso la Bce ha aumentato il costo del denaro di un quarto di punto al 2,25%. E gli economisti di Francoforte non hanno potuto fare altro che aggiornare le loro principali stime macroeconomiche in base a tre possibili scenari che dipendono dal conflitto in Iran. Ecco il resoconto della conferenza stampa e le nuove previsioni. E la pessima notizia è che la crisi di Hormuz sta inibendo anche la crescita economica. Ormai la Germania, che non riesce a uscire dall’alternanza di stagnazione e recessione che la affligge dai tempi del Covid, ammette ufficialmente che l’unico elemento che sta scongiurando una ricaduta nella recessione, quest’anno, saranno i suoi ingenti investimenti pubblici. La Bce ha anzitutto il mandato di proteggerci dall’inflazione, ma nelle sue discussioni interne la dinamica della crescita ha ovviamente un’enorme importanza, quando si tratta di decidere se aumentare i tassi di interesse, che hanno un effetto frenante sul Pil. Per i prossimi mesi gli analisti hanno già previsto almeno un altra stretta, ma se il conflitto nel Golfo Persico dovesse riaccendersi, l’incremento dei tassi potrebbe arrivare addirittura già a luglio. C’è solo da augurarsi che la tregua appena firmata da Donald Trump con gli iraniani regga.

Colpo al cuore della cristianità

Domenica notte l’Ucraina è stata afflitta da una nuova, micidiale ondata di bombardamenti russi. E due droni hanno colpito volutamente il cuore della spiritualità ucraina e una delle più antiche chiese europee: la cattedrale della Dormizione di Kiev. Fondata mille anni fa da due eremiti del Monte Atos, morta e risorta nei secoli e sopravvissuta a terremoti, saccheggi, invasioni, la cattedrale della Dormizione era diventata anche il simbolo di un’altra guerra, quella scoppiata tra due chiese ortodosse, quella ucraina e quella russa, dopo l’invasione del 2022. Qui ho cercato di raccontarvi la movimentata storia di questa meravigliosa chiesa.

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“Il fallimento”

“Das Versagen” ('Il fallimento', edito da Ullstein) è un documento straordinario scritto da due giornalisti d’inchiesta, Katja Gloger e Georg Mascolo, che racconta nei dettagli le miopie, le ipocrisie, le mistificazioni di decenni di politiche tedesche verso la Russia. Quattrocento pagine che raccontano il fitto intreccio dell’industria e della finanza tedesca con quella russa, le alleanze militari che innervosirono la Nato - l’ultima, nell’ordine, fu stretta tra il 2008 e si interruppe soltanto con l’annessione della Crimea nel 2014 - e gli innumerevoli politici, non solo socialdemocratici, che col paravento romanticizzato della Ostpolitik mantennero strettissimi legami, anzitutto economici, con Mosca.

Il libro ricorda, tanto per fare un esempio, che il primo gasdotto della discordia tra Germania e Stati Uniti non fu Nordstream: all’inizio degli anni ’80 il cancelliere Helmut Schmidt insistette per costruire la pipeline Jamal e spiegò agli americani, inferociti, che “non ci faremo dettare la nostra politica dagli Usa” perché “da secoli facciamo affari con la Russia”. Un libro irrinunciabile per capire la antica “Russlandpolitik” della Germania.

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