Sangue sul Pride
dalla nostra corrispondente Tonia MastrobuoniSangue sul Pride
Se c’è una città dove la comunità queer si è sempre sentita protetta, è Berlino. E c’è un quartiere, Schoeneberg, che era già famoso negli anni Venti per i suoi locali ‘per soli uomini’ e che oggi è una sorta di roccaforte nella roccaforte, un avamposto arcobaleno dove il Pride dura un mese e assume l’aria di una gigantesca festa di paese, con gli irregolari come santi patroni. In questo quartiere era nato e cresciuto anche Abdul Ballout, che si era radicalizzato già da ragazzino, che sognava lo Stato islamico e lo sterminio dei diversi, e che un sabato sera ha deciso di insanguinare la ricorrenza lgbqt+ più importante, il Christopher Street Day, la festa globale che ricorda la ribellione della comunità queer newyorchese contro la violenza della polizia nel leggendario locale Stonewall.
La sera del 25 luglio, Abdul Ballout si è messo al volante di un furgone a noleggio, ha percorso le poche centinaia di metri da casa sua al Tiergarten, dove si stava ancora svolgendo i…
Sangue sul Pride
Se c’è una città dove la comunità queer si è sempre sentita protetta, è Berlino. E c’è un quartiere, Schoeneberg, che era già famoso negli anni Venti per i suoi locali ‘per soli uomini’ e che oggi è una sorta di roccaforte nella roccaforte, un avamposto arcobaleno dove il Pride dura un mese e assume l’aria di una gigantesca festa di paese, con gli irregolari come santi patroni. In questo quartiere era nato e cresciuto anche Abdul Ballout, che si era radicalizzato già da ragazzino, che sognava lo Stato islamico e lo sterminio dei diversi, e che un sabato sera ha deciso di insanguinare la ricorrenza lgbqt+ più importante, il Christopher Street Day, la festa globale che ricorda la ribellione della comunità queer newyorchese contro la violenza della polizia nel leggendario locale Stonewall.
La sera del 25 luglio, Abdul Ballout si è messo al volante di un furgone a noleggio, ha percorso le poche centinaia di metri da casa sua al Tiergarten, dove si stava ancora svolgendo il Pride, e si èscagliato a tutta velocità sulla folla. Il bilancio è stato di un morto e ventinove feriti. e una capitale sotto shock. Nelle ore successive sono emersi gli errori della giustizia e il profilo dell’attentatore, fanatico islamista sin dall’adolescenza, discendente di una famiglia libanese intrecciata con alcuni dei più famigerati clan criminali di Berlino, insofferente alla libertà che respirava tutti i giorni nel suo quartiere, nella sua città. Ho fatto poi una ricerca sugli islamisti pericolosi in Germania e non sono pochi.
Le reazioni (e l’Afd)
Ho parlato nelle ore successive all’attacco con Alfonso Pantisano, commissario ‘queer’ di Berlino, che ha cercato giustamente di smorzare una polemica astrusa che stava nascendo in quelle ore, un’ondata di odio islamofobo che rischiava di incendiare ulteriormente un clima già tragico. E, da immigrato di seconda generazione come Abdul Ballout, Pantisano mi ha regalato una riflessione non banale sui dolori e le frustrazioni ereditate dai figli dei migranti in Germania. Un’altra chiacchierata l’ho fatta con uno scrittore nato e cresciuto a Berlino, Thomas Brussig, che ha un punto di vista interessante sull’attentato: non ha fallito il sistema, stavolta, come nel caso del famoso stragista del mercatino di Natale di Berlino, Anis Amri: le autorità sorvegliavano Ballout da vicino. Piuttosto, ha fallito la giustizia. E un episodio così orribile non può non avere un riflesso sul clima politico avvelenato che si respira in questi mesi in Germania, con il governo crollato negli indici di popolarità e un’Afd sempre più forte.
Merz in bilico
Ormai sembra il giorno della Marmotta: Friedrich Merz torna periodicamente in bilico, stavolta per aver gestito in modo dilettantesco un mini-rimpasto che avrebbe dovuto essere indolore e che invece è diventato il thriller politico di metà estate. E di nuovo si rincorrono voci su un suo possibile cambio in corsa in autunno. O in primavera. La storia ve l’ho raccontata qui.
Senza pudore
Quasi vent’anni fa uno degli incidenti più gravi della storia italiana: un’esplosione nello stabilimento Thyssenkrupp di Torino spezza la vita a sette operai. I due manager tedeschi, Harald Espenhahn e Gerald Priegnitz, vengono condannati in via definitiva nel 2016 rispettivamente a nove anni e 10 mesi e sei anni e 9 mesi per omicidio colposo. Loro tornano in patria, e la giustizia tedesca si fa attendere a lungo, prima di rispettare il verdetto ed eseguire la sentenza. Che comunque sarà tradotta in una carcerazione “light”, di semilibertà. Nel 2017 ho scoperto e raccontato in esclusiva che quei due manager non solo non erano stati licenziati. Ma che Thyssenkrupp li aveva reintegrati in azienda, ancora come dirigenti. La scorsa settimana la Bild ha rivelato un’altra notizia scioccante: Espenhahn è diventato amministratore delegato di un’importante controllata del colosso dell’acciaio. Senza pudore.
L’Europa si è fermata a Ceuta
È l’apertura che Repubblica ha scelto opportunamente per raccontare l’incredibile reazione internazionale ai fatti di Ceuta, all’improvvisa - e pilotata - invasione di decine di migliaia di migranti nell’exclave spagnola in Marocco. Capofila Giorgia Meloni, una fetta importante del Vecchio continente ha drammatizzato quell’episodio, gestito in realtà tempestivamente dalle autorità spagnole, per arginare Vannacci e profilarsi come l’anti-Sanchez europea.
La premier, con il silenzio complice di una Commissione europea che sulla questione migratoria è ormai ostaggio delle pulsioni più estremiste, ha sospeso Schengen e vergato una lettera, sottoscritta da 21 capi di Stato e di governo, per stigmatizzare la scelta di Madrid di regolarizzare 500mila migranti: si tratterebbe di un pull-factor, secondo gli autori. Un capitolo tristissimo della storia europea, espressione di una totale mancanza di solidarietà, oltretutto ispirata da un paese come l’Italia che l’ha invocata cento volte negli ultimi decenni, perché esposta quanto la Spagna ai flussi migratori provenienti dal Mediterraneo.
La crisi è finita, andate in pace?
Il vertice straordinario dei ministri dell’Interno convocato per martedì per parlare di Ceuta, presieduto dal falco austriaco Markus Brunner, è stato un altro spettacolo imbarazzante - anche per l’Italia. In videoconferenza i ministri hanno espresso finalmente la loro solidarietà alla Spagna - meglio tardi che mai - e hanno cercato di dare un segnale di unità dopo le orribili spaccature dei giorni scorsi. Soprattutto: si è parlato appena della proposta strombazzata da Roma - costruire hub extraeuropei dove trasferire le procedure di asilo - e il commissario Brunner ha dovuto ammettere che la sanatoria spagnola non ha prodotto alcun pull factor, che la sospensione di Schengen da parte dell’Italia ora andrà analizzata per capire se sia stata “proporzionata” e che la crisi di Ceuta “è finita” e con un risultato netto: “nessun migrante è arrivato in Europa”. Ma tra Spagna e Italia il clima resta avvelenato.
Tanto rumore per nulla
“Tanto rumore per nulla”, mi ha detto giustamente l’ex ambasciatore in Germania, Tunisia e nell’Ue, Piero Benassi. Ma in questi giorni di mestizia della Ue, secondo me spicca un caso: quello di Mette Frederiksen, la premier socialdemocratica che da anni ha adottato il pugno di ferrocontro i migranti. Lei è già un caso molto discusso che spacca i socialisti europei. E da tempo è diventata una fedele alleata di Giorgia Meloni.
Per questa settimana è tutto, ricordatevi che potete scrivermi direttamente a t.mastrobuoni@repubblica.it o seguirmi sui social. Mi trovate su Instagram, Facebook, Bluesky e su X (dove sono @mastrobradipo).
Bis dann!
Tonia Mastrobuoni