Bertolt

Merz, nemesi di Meloni

Merz, nemesi di Meloni

Ci sono delle trattative in corso tra Piantedosi e il suo omologo tedesco Dobrindt

2 minuti di lettura

Nel bel mezzo dell’arrembaggio di Giorgia Meloni al premier socialista spagnolo Pedro Sanchez e del suo tentativo di lucrare sull’emergenza di Ceuta per accreditarsi come incontrastata leader della destra europea - anche per arginare Vannacci - da Berlino ho raccolto una notizia che si è trasformata in una nemesi, per la premier italiana. Lo scorso fine settimana ho scoperto che una migrante somala, Abdirisaq Warsame, dovrà essere trasferita il 19 agosto in Italia in base alle nuove regole europee sull’asilo. Quelle che prevedono che i cosiddetti “dublinanti” debbano essere rispediti nei Paesi europei di primo approdo. E siccome ormai si dibatte di migranti soltanto in termini numerici, siccome sono diventate ormai delle variabili al servizio del populista di turno, qui ho ricostruito la storia di Abdirisaq. Per ricordarci le dieci vite drammatiche che una ventiduenne africana che si avventura da sola verso l’Europa può aver vissuto.

La disgrazia dei “dublinanti"

In Europa la cittadina somala è vittima anzitutto delle disgraziate regole del cosiddetto Regolamento di Dublino, confermate dalla Riforma del patto europeo. Se un migrante arriva prima in Spagna o in Italia, è lì che deve chiedere asilo. Ed è lì che deve essere rispedito, se la sua destinazione era la Germania o la Svezia o gli altri paesi molto più ambiti del nostro. In teoria, in cambio, i Paesi di primo approdo dovrebbero avere diritto a delle compensazioni, a quote di migranti che dovrebbero essere accettate dagli altri Paesi europei. Ma quella compensazione è legata a mille incertezze: la Polonia e l’Ungheria non solo si rifiutano di accogliere quote di migranti da altri Paesi, ma non vogliono neanche pagare la quota prevista per ogni richiedente asilo che si rifiutano di prendere (21mila euro a migrante).

Detlef Seif
Detlef Seif 
Ma il caso della ripresa dei trasferimenti in Italia dei “dublinanti” ha gettato intanto nell’imbarazzo mezzo governo Meloni. E la premier ha scoperto che il suo grande alleato Friedrich Merz ha bisogno anche lui di arginare una destra molto insidiosa: l’Afd. E dunque la Germania ha bisogno di dimostrare che applicherà il Patto alla lettera. Una posizione ribadita dal Responsabile migranti della Cdu/Csu al Bundestag, Detlef Seif, in un’intervista che mi ha concesso nel giorno in cui è scoppiata la bufera “dublinanti”.

Friedrich Merz
Friedrich Merz 
La trattativa

Nel frattempo ho tirato fuori i numeri dei “dublinanti” arrivati in Germania da altri Paesi europei - inclusa l’Italia - nel solo 2026: sono quasi dodicimila. E come ha scritto l’ottimo Lorenzo De Cicco, ci sono delle trattative in corso tra Matteo Piantedosi e il suo omologo tedesco Alexander Dobrindt per decidere quanti “dublinanti” saranno trasferiti in Italia. Nell’interpretazione di Berlino, dovrebbero essere tutti quelli arrivati da gennaio di quest’anno - i due ministri avevano sottoscritto un accordo a dicembre 2025 per azzerare le migliaia di casi pregressi. Ma per Roma il Patto è entrato in vigore il 12 giugno. E Piantedosi intende riprendersi soltanto quelli arrivati in Germania dopo quella data.

Donald Trump (agf)
Donald Trump (agf) 
Trump (di nuovo) contro l’Europa

Per giorni il governo americano ha comprato yen in dosi massicce per rafforzare la moneta nipponica. E per scongiurare, probabilmente, una pioggia di vendita di titoli di Stato americani, i Treasuries, da parte del governo di Tokyo. Il Tesoro americano ha un problema crescente con i Treasuries: i rendimenti sono aumentati molto, da quando Donald Trump è stato rieletto, l’anno scorso. I mercati si fidano sempre meno dell’erratico presidente Maga alla Casa Bianca. E quei rendimenti alti sono montagne di soldi che si aggiungono all’enorme debito pubblico americano. Se il Giappone avesse venduto i Treasuries, avrebbe ulteriormente fatto schizzare in alto gli interessi sui titoli Usa.

Ma il punto è che la mossa dei mega acquisti di yen orchestrata dal Segretario al Tesoro Scott Bessent è avvenuta in modo talmente irrituale da trasformare l’intera operazione in un nuovo, micidiale attacco contro l’Europa. Per comprare la valuta nipponica, infatti, il Tesoro americano non ha usato dollari (l’obiettivo di Bessent è un biglietto verde forte, le vendite lo avrebbero indebolito). Ha usato euro. E non ha neanche informato prima la presidente della Bce, Christine Lagarde, rompendo una tradizione che va avanti dalla fine della Seconda guerra mondiale. Le principali banche centrali occidentali scambiano continuamente informazioni sulle loro mosse. È una consuetudine che garantisce stabilità da decenni alla finanza sulle due sponde dell’Atlantico. E Trump ha deciso di buttare alle ortiche anche questa tradizione.

I commenti dei lettori