“Non siamo in guerra, ma non viviamo nemmeno in pace”. La frase del cancelliere tedesco Friedrich Merz racchiude la drammaticità della nostra epoca: ci stiamo così tanto abituando al dilagare dei conflitti - combattuti con le armi o con metodi definiti “ibridi” - da perdere la consapevolezza del confine tra guerra e pace. La linea rossa che le separa è sempre più sottile, tanto da diventare invisibile.
» Iscriviti qui a "La sottile linea rossa” «
Lo si coglie anche nel dibattito, italiano ma non solo, sulla natura delle operazioni militari. Nelle discussioni sugli aiuti bellici all’Ucraina ci sono state contese parlamentari sulla differenza tra strumenti “offensivi” e “difensivi”, categorie che è sostanzialmente impossibile distinguere nei campi di battaglia contemporanei e rischiano di far perdere di vista l’essenza della questione: va sostenuta o meno la resistenza di una nazione invasa? Abbiamo illustri precedenti in materia, come il concetto di “difesa avanzata” adottato nel 1999 dal governo D’Alema per legittimare i bombardamenti dei nostri caccia sul Kosovo e pure sulle zone industriali di Belgrado.
In questi giorni il tema si ripropone, con una rilevanza di ordine costituzionale, nelle dispute sulle missioni ordinate o ipotizzate alla luce della situazione nel Golfo. Se la fregata mandata a Cipro ha solo lo scopo di tenere lontani i droni lanciati dagli hezbollah filoiraniani contro un Paese della Ue, l’eventuale spedizione navale a Hormuz a protezione dei mercantili obbliga comunque l’Italia a infilarsi nel mezzo di un conflitto, cosa peraltro già avvenuta nel 1987.
Il capitolo più scabroso resta quello delle basi statunitensi nella Penisola, da cui non dovrebbero partire iniziative “offensive” senza l’autorizzazione del governo. Già, ma come si definiscono? Un tempo la linea rossa era segnata da quelle che nel linguaggio militare vengono chiamate “azioni cinetiche”, in cui cioè veniva sparata una munizione di qualunque tipo, bomba, missile o proiettile. E come vanno qualificati i droni MQ-4C Triton dell’Us Navy che decollano da Sigonella per spingersi fino alla costa iraniana, individuando i bersagli che saranno distrutti nelle ore successive?
C’è da notare che già nel 2003 durante l’invasione anglo-americana dell’Iraq di Saddam Hussein - a cui l’Italia non ha partecipato - i paracadutisti statunitensi di Vicenza con un volo diretto da Aviano si sono lanciati in massa su Bashur, nel nord del Paese. Il Pentagono ancora oggi lo ricorda come un “combat parachute assault” per niente pacifico, che ha aperto un secondo fronte di guerra. All’epoca il governo Berlusconi non ha concesso il permesso né posto obiezioni, considerando l’assalto dal cielo alla pari di un semplice trasferimento di soldati, come se si fossero banalmente spostati da un aeroporto a un altro.
Insomma, vanno rivisti in fretta i parametri con cui valutiamo difesa e offesa. Perché l’innovazione tecnologica li ha già azzerati. Pensate alle incursioni cyber, che non sono “cinetiche” ma attraverso l’hackeraggio di apparati informatici possono mandare a schiantarsi una nave da crociera - tre mesi fa è stato sventato il piano per colpirne una italiana - provocando migliaia di vittime. Non solo. È già entrata in servizio una generazione di armi, dai laser ai sistemi a micro-onde, che distrugge senza sparare munizioni. Esiste infine un jet statunitense, l’EA 37 Compass Call, progettato per l’inedita attività di “attacco elettromagnetico”: è il primo in assoluto che non si limita ad oscurare i radar e interrompere le comunicazioni radio ma può distruggere velivoli, droni o altre macchine con un fascio di impulsi ad alta energia che danneggia fisicamente i loro apparati elettronici. In pratica, rende concreto il “raggio della morte” spesso immaginato nei film di fantascienza. Il costo di questi bombardieri di impulsi è altissimo - oltre 320 milioni di euro l’uno - e l’Italia ne ha ordinati due. Quando andranno in missione, chi potrà stabilire se stanno osservando o combattendo?
Sono Gianluca Di Feo e da 36 anni mi occupo di conflitti e di forze armate. Ho lavorato al Corriere della Sera, all’Espresso e poi per otto anni come vicedirettore a Repubblica, dove ora sono defence correspondent: il primo in un giornale italiano a svolgere questo compito che include la cronaca dal campo, l’analisi strategica e la divulgazione delle tecnologie militari. Lo so, cercare di spiegare le guerre è uno sporco mestiere. Ma sono convinto che mai come in questo momento sia importante che qualcuno lo faccia.
Ogni settimana, la newsletter conterrà anche alcune rubriche: temi, personaggi, tecnologie.
Il bastone del potere: Dan Caine
Strumenti di guerra: il drone copiato
L'onere delle armi: la cupola missilistica italiana
Il governo Meloni ha deciso di irrobustire il programma per costruire una cupola missilistica nei cieli italiani, avviato dall’esecutivo Draghi. La spesa iniziale prevista nel 2021 era di 3050 milioni, adesso si aggiungono ulteriori sistemi contraerei per un costo di altri 2291 milioni. Il nuovo piano deve essere ancora discusso dal Parlamento. La lista comprende batterie missilistiche, radar e intercettori di tre modelli: Camm Er, Aster 15 e Aster 30, questi ultimi anche nella versione in grado di abbattere missili balistici. Secondo la rivista specializzata Rid, il programma si concluderà nel 2039.