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Usa-Iran, la vittoria può venire solo dal cielo?

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Si può sconfiggere una nazione colpendo soltanto con missili, droni e bombardieri? Donald Trump nel discorso tv ha cercato di farci credere che gli Usa ci stiano riuscendo. Ma la domanda che condiziona il futuro del conflitto nel Golfo in realtà è vecchia di un secolo
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Questa è la quarta uscita della newsletter “La sottile linea rossa” in cui Gianluca Di Feo racconta come stanno cambiando i conflitti. La newsletter sarà in prova gratuita per i primi 10 invii, fino al 30 aprile incluso. Potete iscrivervi qui.


Si può sconfiggere una nazione colpendo soltanto dal cielo? Donald Trump nel discorso tv ha cercato di farci credere che gli Usa ci stiano riuscendo. Ma la domanda che condiziona il futuro del conflitto nel Golfo in realtà è vecchia di un secolo.

Il primo a teorizzare la guerra aerea totale è stato infatti un generale italiano, Giulio Dohuet: lo ha fatto nel 1921, quando i velivoli erano ancora costruiti con legno e tela ma lui già immaginava città e fabbriche rase al suolo per imporre la capitolazione di uno Stato. Il suo pensiero ha influito sugli ideatori della campagna di bombardamenti a tappeto contro la Germania e il Giappone, che sicuramente ha compromesso le loro capacità…

Questa è la quarta uscita della newsletter “La sottile linea rossa” in cui Gianluca Di Feo racconta come stanno cambiando i conflitti. La newsletter sarà in prova gratuita per i primi 10 invii, fino al 30 aprile incluso. Potete iscrivervi qui.


Si può sconfiggere una nazione colpendo soltanto dal cielo? Donald Trump nel discorso tv ha cercato di farci credere che gli Usa ci stiano riuscendo. Ma la domanda che condiziona il futuro del conflitto nel Golfo in realtà è vecchia di un secolo.

Il primo a teorizzare la guerra aerea totale è stato infatti un generale italiano, Giulio Dohuet: lo ha fatto nel 1921, quando i velivoli erano ancora costruiti con legno e tela ma lui già immaginava città e fabbriche rase al suolo per imporre la capitolazione di uno Stato. Il suo pensiero ha influito sugli ideatori della campagna di bombardamenti a tappeto contro la Germania e il Giappone, che sicuramente ha compromesso le loro capacità industriali anche se la resa dell’Asse è stata determinata solo dalle truppe sovietiche a Berlino e dall’orrore dei funghi atomici di Hiroshima e Nagasaki.

Nel Dopoguerra la storia si è ripetuta: il dominio dell'aria non è bastato agli americani per vincere in Corea e non è servito a salvarli dalla disfatta in Vietnam. Nelle due precedenti guerre del Golfo i boots on the ground - centinaia di migliaia - sono stati fondamentali per liberare il Kuwait nel 1991 e abbattere il regime di Saddam Hussein nel 2003. Israele nel 2006 contava sull’onnipotenza delle sue squadriglie per debellare Hezbollah ma poi ha dovuto mandare i tank in Libano e si è ritrovato in una trappola.

C'è un’unica eccezione: l’operazione Nato contro la Jugoslavia del 1999 in cui da terra non è stato sparato neppure un colpo. Per obbligare Belgrado a lasciare il Kosovo ci sono però voluti 78 giorni di raid con 10.484 attacchi. Soltanto il blocco delle centrali elettriche - all'epoca condotto in maniera "non distruttiva" grazie a missili che spargevano trucioli metallici sui cavi dell'alta tensione mandandoli in corto circuito - ha piegato la resistenza serba. Ma quella Jugoslavia era piccola - la Serbia e il poco convinto Montenegro - e ha comunque affrontato da sola le aviazioni più potenti del pianeta.

Viene da chiedersi se non abbia ragione il generale e pilota Alexus G. Grynkewich, scelto da Trump come comandante supremo della Nato, quando poche settimane fa ha dichiarato al Senato di Washington: “Quello che ho osservato nello studio della storia del potere aereo è che ogni volta che attacchi una popolazione civile, finisci per aumentare la sua determinazione. Lo abbiamo visto sin dal London Blitz con i bombardamenti nazisti sulla capitale britannica: gli inglesi hanno mantenuto la calma e proseguito la lotta”. Il generale parlava degli ucraini, che convivono con missili e droni da oltre quattro anni, ma tutti hanno pensato agli iraniani.

Certo, è difficile inquadrare quello sta facendo Donald Trump negli schemi classici delle guerre. In un mese ci sono stati 12.300 bombardamenti americani sull’Iran - senza contare quelli israeliani - che secondo un dossier di Human Rights Activists in Iran hanno ucciso 3519 persone, inclusi 1598 civili tra cui almeno 288 bambini. Siamo davanti a un volume di fuoco molte volte superiore a quello scagliato dall’intera Nato contro la Jugoslavia.

I manuali militari sostengono che il potere aereo cerca di compromettere la volontà e la capacità dell’avversario di proseguire il conflitto, operando a un “livello strategico”. Analisti come Fabian Hoffman ritengono che gli effetti degli attacchi dal cielo siano sempre stati lenti e indiretti. E soprattutto perché questa “armata alata” - termine del generale Douhet - sia efficace, bisogna avere chiari gli obiettivi che si vogliono raggiungere. Cosa significa vincere? Se la Casa Bianca mirava a rovesciare il regime di Teheran, ha fallito. Sul nucleare, come ha ammesso il presidente nel discorso tv, non ci sono cambiamenti sostanziali. Se voleva drasticamente ridimensionare l’arsenale missilistico dei pasdaran, forse ha ottenuto qualcosa di significativo. In ogni caso, ha sbagliato i calcoli perché la rappresaglia ha causato danni enormi alle monarchie del Golfo mentre il blocco di Hormuz mette in crisi l’economia mondiale.

Capire fino a che punto un’offensiva aerea può essere risolutiva è importante per un altro motivo: nei prossimi conflitti il cielo sarà pieno di droni e di bombardieri senza pilota. Non ci saranno scarponi sul terreno, ma neppure in aria: penserà a tutto l’intelligenza artificiale. Finora il Pentagono ha difeso una sottile linea rossa, chiamata “man in the loop”, che affida l’ultima decisione a un essere umano. Ma questo presidio in carne e ossa sta già cedendo altro spazio all’IA: speriamo che non siano i suoi spietati algoritmi a decidere il nostro futuro.

Il bastone del comando

L’ammiraglio Alvin Holsey è stato il primo alto ufficiale a dire no alla pretese dell’amministrazione Trump: un gesto che continua a fare discutere all'interno delle forze armate americane. Un comandante duro, soprannominato The Bull, venuto dalla strada e che si è imposto nei ranghi dell'Us Navy per la capacità di unire determinazione e diplomazia. Pensate: uno dei suoi successi è stata la creazione di una task force internazionale con base in Bahrain per proteggere la navigazione nel Golfo Persico. Alla fine dell'amministrazione Biden, Holsey è stato nominato al vertice di Southcom, che dirige le operazioni nell'America centro-meridionale: un incarico triennale, che poteva aprirgli la strada verso posizioni ancora più importanti. Ma il 15 ottobre scorso, di fronte all’ordine del segretario della Guerra Pete Hegseth di bombardare le barche definite “dei narcos” senza neppure identificare gli occupanti, l'ammiraglio si è dimesso: ancora oggi quei raid omicidi appaiono totalmente fuorilegge. Nel discorso di addio, ha esaltato l'importanza delle alleanze: "Abbiamo lavorato in tutta la regione senza risparmiare energie per costruire relazioni e comprendere le necessità. Questo lavoro deve proseguire perché nel momento del bisogno sia possibile rispondere alle minacce condivise con i nostri vicini". Insomma, ha detto che militarmente gli Usa da soli non vanno da nessuna parte. Una lezione che vale pure a Hormuz.

Macchine di guerra

Lo hanno battezzato "Precision Strike Missile" evidenziando l’acronimo PrSM. Ma questa categoria di armi non ha doti chirurgiche e il suo esordio lo ha confermato in modo drammatico. Si tratta infatti del primo missile balistico progettato dagli Stati Uniti dopo la fine della Guerra Fredda, lanciato dagli stessi semoventi degli Himars. È stato progettato dal 2019 in vista della competizione con la Cina: portata di 500 chilometri, 90 chili di esplosivo e costo tra 1,6 e 3,5 milioni di dollari a seconda delle versioni. La Lockheed Martin ha ricevuto una commessa da quasi quattro miliardi per produrli. È entrato in azione all'inizio dell'offensiva contro l'Iran: un Prism ha fatto detonare la sua testata sopra una scuola a Lamerd, spargendo una pioggia di biglie letali. Ci sono state decine di vittime. Aule e palestra confinano con una caserma dei pasdaran, cosa nota da un decennio: è stato criminale usare un ordigno del genere in prossimità di tanti innocenti. E c’è da chiedersi chi lo abbia scelto: un ufficiale superficiale o un sistema di intelligenza artificiale?

L'onere delle armi

Una settimana fa è stato trasmesso alle Camere lo schema di un decreto ministeriale relativo a un’altra delle trasformazioni per adeguare l’Esercito alle lezioni del conflitto ucraino. Il programma è stato chiamato “Brigata di manovra multi-dominio” ma riguarda le capacità di guerra elettronica sul campo di battaglia per disturbare le comunicazioni nemiche e proteggere le proprie; di analisi in tempo reale delle immagini raccolte da droni e satelliti; di Humint ossia la parte umana dello spionaggio sul terreno. Oggi vengono svolte da tre reggimenti-laboratorio creati alla fine del 2022 e finanziati finora con 50 milioni. Per rendere operativi questi reparti hi-tech si prevede una spesa complessiva di 527 milioni di euro: al momento però il decreto ministeriale ne stanzia solo altri 80.

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