Questa è la sesta uscita della newsletter “La sottile linea rossa” in cui Gianluca Di Feo racconta come stanno cambiando i conflitti. La newsletter sarà in prova gratuita fino al 30 aprile incluso. Potete iscrivervi qui.
Sì, la guerra è tutta un click. E non è un modo di dire, ma la realtà operativa con cui vengono gestiti i bombardamenti contro l’Iran. I militari si limitano a “click left, click right”: spingere un dito sul tasto sinistro o destro del mouse per validare o meno le scelte dell’intelligenza artificiale, distruggendo e uccidendo con un tocco sul computer. Lo ha dichiarato esplicitamente Cameron Stanley, che al Pentagono è responsabile della trasformazione tecnologica, illustrando la prima settimana di attacchi contro la Repubblica Islamica. Stanley non ha frenato l’entusiasmo per la delega agli algoritmi della pianificazione dei raid. Con esibito compiacimento, ha mostrato concretamente come funziona il sistema che muove gli eserciti come fossero pedine su una scacchier…
Questa è la sesta uscita della newsletter “La sottile linea rossa” in cui Gianluca Di Feo racconta come stanno cambiando i conflitti. La newsletter sarà in prova gratuita fino al 30 aprile incluso. Potete iscrivervi qui.
Sì, la guerra è tutta un click. E non è un modo di dire, ma la realtà operativa con cui vengono gestiti i bombardamenti contro l’Iran. I militari si limitano a “click left, click right”: spingere un dito sul tasto sinistro o destro del mouse per validare o meno le scelte dell’intelligenza artificiale, distruggendo e uccidendo con un tocco sul computer. Lo ha dichiarato esplicitamente Cameron Stanley, che al Pentagono è responsabile della trasformazione tecnologica, illustrando la prima settimana di attacchi contro la Repubblica Islamica. Stanley non ha frenato l’entusiasmo per la delega agli algoritmi della pianificazione dei raid. Con esibito compiacimento, ha mostrato concretamente come funziona il sistema che muove gli eserciti come fossero pedine su una scacchiera. Ha fatto vedere le foto di un’isola iraniana, una delle fortezze allestite dai pasdaran nel mezzo del Golfo, radiografata dai sensori di satelliti, droni, ricognitori: l’AI inghiotte masse colossali di dati, li incrocia con i rapporti dell’intelligence, poi nel giro di pochi secondi identifica una serie di obiettivi. Li visualizza all’interno di cerchi rossi sulle immagini tridimensionali: cliccando, si aprono finestre che ne descrivono le caratteristiche. Il condottiero informatico determina pure le priorità, indicando chi va colpito per primo: una colonna di camion, verosimilmente impegnata a trasferire munizioni e pronta quindi a cambiare posizione.
A quel punto, il software sceglie quale è l’arma migliore per colpirla, vagliando tra quelle a disposizione per l’offensiva contro gli ayatollah. E presenta i dettagli: dove si trova il reparto che dispone dell’ordigno; il carburante necessario nel caso si tratti di un aereo; se servono velivoli di scorta o rifornimenti in volo; il tempo per preparare e concretizzare l’attacco; la percentuale di successo e quella di danni collaterali nei confronti di civili innocenti. Se riceve il click del benestare, il “Grande Fratello della Battaglia” inoltra subito le informazioni all’unità designata, con il timbro del comando, che procede all’azione. Può trattarsi anche di uno strike immediato: se ad esempio ci sono un caccia F35 o un drone Reaper in zona, gli viene impartito all’istante l’ordine di fare fuoco.
Anche questo avviene in pochi secondi: l’IA prepara centinaia di assalti contemporaneamente. Altrimenti non sarebbe stato possibile per gli americani radere al suolo 13mila obiettivi iraniani in quattro settimane. Si tratta di un ritmo infernale: sono oltre 460 ogni giorno, molti dei quali hanno richiesto il lancio di più bombe da parte di intere squadriglie. Con le vecchie procedure interamente affidate agli esseri umani, ciascuno di questi raid avrebbe richiesto un lavoro di giorni, se non di settimane, da parte di squadre di sei-otto militari con competenze diverse. Adesso? “Click left, click right” e il gioco è fatto.
Non ho scelto il termine “gioco” a caso. Da venticinque anni i droni alati seminano morte con dinamiche identiche a quelle dei videogiochi. Adesso lo stesso approccio impersonale e alienante viene esteso alla gestione globale della guerra, resa così ancora più “dis-umana”. Tutto si fa frenetico, con i tempi per dare via libera ai bombardamenti ridotti drasticamente. Certo, ai generali in carne e ossa resta l’ultima parola - o meglio l’ultimo tasto - ma devono sbrigarsi: la decisione di uccidere avviene sempre più in fretta.
L’AI non sbaglia mai? Sappiamo che ci sono stati errori strutturali nei sistemi utilizzati dagli israeliani a Gaza per identificare i presunti terroristi e stimare il pericolo di coinvolgere innocenti: sbagli che sono costati la morte di migliaia e migliaia di anziani, donne e bambini. Sull’Iran c’è il forte sospetto che l’uccisione di studenti in due scuole sia dovuta alla scelta di armi che non garantivano sufficiente precisione: un eccesso di fiducia nella perfezione delle macchine assassine, che viene attribuito proprio all’intelligenza artificiale del Pentagono.
Ho tenuto all’ultimo una considerazione: quello di cui stiamo parlando è il sistema Maven - traducibile come l’Esperto o il Competente - realizzato da Palantir, l’azienda fondata dal noto Peter Thiel e amministrata da Alexander Karp: la conferenza tenuta da Mister Stanley è stata organizzata da loro.
Ho avuto modo di incontrare due alti ufficiali europei che si sono misurati con il cervellone guerriero di Palantir, adottato pure dal quartier generale della Nato: entrambi lo hanno definito “arrogante”. Si considera più capace degli uomini e non ama i dinieghi, insistendo nel proporre la sua soluzione prima di obbedire. Come mi ha spiegato uno degli interlocutori, “dobbiamo imparare a tenerlo al guinzaglio”. Una realtà che ha già superato gli incubi della fantascienza.
Il bastone del comando: la fedeltà a capo del Mossad
Il vertice del Mossad sta per cambiare e la transizione avviene in un vortice di polemiche. Ci sono quelle che riguardano il direttore uscente, David Barnea: all’incredibile disfatta informativa che ha permesso i massacri jihadisti del 7 ottobre 2023, si sono aggiunte le previsioni sbagliate sull’attacco contro Teheran. È stato lui infatti a prospettare agli americani un rapidissimo crollo del regime e l’insurrezione popolare, sostenuta da una rivolta armata dei curdi nel Nord. Nulla di questo si è verificato e in 47 giorni non ci sono state proteste né sollevazioni tribali. Un altro errore non da poco, che ispira sospetti complottisti. Anche la scelta del successore però è molto discussa. Il premier Netanyahu ha designato un suo collaboratore: il generale Roman Gofman. Un ufficiale che proprio il 7 ottobre ha affrontato armi in pugno i terroristi di Hamas, venendo ferito gravemente in un scontro a fuoco. Dopo la convalescenza è diventato il consigliere militare di Netanyahu: c’è la sua impronta dietro le guerre di Israele a Gaza, in Libano e nella Repubblica Islamica. I critici sottolineano come Gofman non abbia la minima esperienza nel campo dell’intelligence, cosa mai accaduta prima per un capo dell’organizzazione spionistica più temuta del pianeta. Perché è stato scelto? Si sostiene che abbia prevalso sugli altri candidati per l’assoluta fedeltà a Netanyahu.
Strumenti di guerra: le Star Wars ucraine?
Tra le tante innovazioni belliche ucraine ce n'è una particolarmente sorprendente o - a seconda dei punti di vista - preoccupante. Si tratta di un vero missilone, il cui utilizzo e livello di allestimento restano oscuri. Può servire per mettere in orbita satelliti ma non risulta che Kiev ne abbia mai costruiti e per questo è forte la suggestione che possa venire impiegato per distruggere quelli di Mosca che già si trovano fuori dall'atmosfera. Uno scenario di guerra spaziale che estenderebbe ulteriormente la dimensione del conflitto aperto dall'invasione russa. Sono state diramate pochissime informazioni, diffuse dal parlamentare Fedir Venislavsky: ci sono stati almeno due lanci, condotti dai servizi segreti che gestiscono gli ordigni a lungo raggio. Sono stati effettuati facendo partire il missile da un aereo in volo a ottomila metri di quota: una procedura particolare, sperimentata già dagli Usa durante la Guerra Fredda che semplifica la progettazione dei vettori. Il primo lancio ha raggiunto un'altezza di cento chilometri; il secondo di duecento. Secondo il parlamentare - aspetto particolarmente enigmatico - non si è trattato di test ma “dell’esecuzione di missioni di combattimento”. Come se fosse stato realmente abbattuto un satellite nemico.
L'onere delle armi: perché si regala una portaerei
Le Commissioni Difesa del Parlamento stanno esaminando il destino del Garibaldi, la prima portaerei italiana in assoluto. La Marina l’ha messa in riserva il 31 dicembre 2024 dopo 39 anni di onoratissimo servizio: la nave ha ancora una vita operativa potenziale e si era valutato di trasformarla in “porta-droni”. Ma i costi di gestione sarebbero altissimi e la nostra flotta è terribilmente a corto di personale. Il governo Meloni ha deciso pertanto di cederla gratuitamente all’Indonesia. Si tratta di un dono significativo: nel bilancio della Difesa viene attribuito al Garibaldi un valore teorico di 54 milioni di euro. Ma - secondo la Difesa - spendiamo 5 milioni l’anno per tenerla ferma e servirebbero 18,7 milioni per demolirla: in quest’ottica, regalarla ci fa risparmiare. Inoltre, l’esecutivo sostiene che il cadeau incentiverebbe Giacarta a proseguire nello shopping di mezzi made in Italy. La marina indonesiana ha comprato due fregate Ppa da Fincantieri - consegnate subito prelevando quelle costruite per la nostra Marina - pagate 1,25 miliardi. Sta poi trattando - recita il dossier presentato al Parlamento - l’acquisto di sei sommergibili classe DGK dalla Drass per 480 milioni; di jet M-346 da Leonardo per circa 600 milioni e di tre velivoli da pattugliamento marittimo sempre da Leonardo per 450 milioni. Le opposizioni hanno chiesto al governo una serie di chiarimenti ipotizzando - sulla base di alcune inchieste giornalistiche - “un pericoloso intreccio di interessi pubblici e privati” nelle trattative con l’Indonesia.