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La grande pandemia dei droni, tra mutazioni, laser e i fucili a pallettoni

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L’evoluzione degli unmanned aerial vehicle non si ferma e invade sempre nuovi scenari di battaglia
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Sui campi di battaglia di tutto il mondo i droni sono come un’epidemia. Lo spillover è avvenuto durante il conflitto ucraino e da lì il contagio si è allargato ovunque: dal Sudan al Messico, dal Mali alla Thailandia, dall’Iran alla Colombia. Il problema è che non esiste un antidoto efficace. Gli ultimi ad accorgersene sono stati gli israeliani, che in Libano stanno soffrendo per gli attacchi dei quadricotteri scagliati da Hezbollah: una situazione sorprendente, visto che Israele ha sempre anticipato i tempi nel settore dei robot guerrieri. Neppure i militari dello Stato ebraico però riescono a rendere uomini e mezzi immuni dall’aggressione.

Questo dipende da un fattore chiave: come i virus, i droni mutano in continuazione. Ricordate il Covid? Ogni sei mesi appariva una nuova variante, che poteva rendere inutile il vaccino. Ecco, lo stesso accade con gli armamenti unmanned: l’evoluzione…

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Sui campi di battaglia di tutto il mondo i droni sono come un’epidemia. Lo spillover è avvenuto durante il conflitto ucraino e da lì il contagio si è allargato ovunque: dal Sudan al Messico, dal Mali alla Thailandia, dall’Iran alla Colombia. Il problema è che non esiste un antidoto efficace. Gli ultimi ad accorgersene sono stati gli israeliani, che in Libano stanno soffrendo per gli attacchi dei quadricotteri scagliati da Hezbollah: una situazione sorprendente, visto che Israele ha sempre anticipato i tempi nel settore dei robot guerrieri. Neppure i militari dello Stato ebraico però riescono a rendere uomini e mezzi immuni dall’aggressione.

Questo dipende da un fattore chiave: come i virus, i droni mutano in continuazione. Ricordate il Covid? Ogni sei mesi appariva una nuova variante, che poteva rendere inutile il vaccino. Ecco, lo stesso accade con gli armamenti unmanned: l’evoluzione surclassa le difese.

I vecchi disturbatori di frequenze, quei trasmettitori simili a fuciloni marziani esibiti per proteggere i grandi eventi internazionali ma che avevano anche declinazioni più potenti con vere e proprie batterie mobili irte di antenne, stanno diventando inutili. Si basavano su un principio semplice: spezzavano la connessione radio tra il manovratore e l’ordigno, facendolo così schiantare al suolo. Adesso i quadricotteri killer sono sempre più spesso guidati tramite un cavo in fibra ottica mentre i bombardieri più grandi sono stati liberati dalle briglie elettroniche: fanno tutto da soli, usando intelligenza artificiale e sistemi di riconoscimento del terreno.

Ora vanno di moda i droni anti-drone: assomigliano a missilotti spinti però da eliche. Sono piccoli, poco costosi e in genere si dirigono sul bersaglio seguendo il ronzio dei rotori. I Paesi del Golfo bersagliati dagli iraniani ne vogliono acquistare migliaia ma la produzione in Europa e negli Stati Uniti è ancora limitata: solo gli ucraini li costruiscono e usano in grandi numeri. Attenzione però: i russi stanno già testando le contromisure per neutralizzarli. Ad esempio, mettono motori a reazione sulle loro bombe volanti Shahed-Geran che in tal modo diventano molto più veloci dei droni intercettori. Oppure inseriscono un sensore che scopre l’inseguitore e attiva in maniera automatica una serie di virate per impedire l’impatto.

Nel conflitto ucraino ogni innovazione provoca una reazione. Kiev manda elicotteri e piccoli velivoli dotati di mitragliere per abbattere gli incursori? Mosca mette missili anti-aerei sul dorso dei suoi droni, in grado di distruggere le sentinelle ucraine. Alla fine, l’unica certezza è quella - come dicono i militari - cinetica. Come le mitragliere antiaeree di ogni calibro: particolarmente efficaci sono quelle con proiettili “programmabili” che esplodono formando un muro di schegge nel cielo. Le Skynex, progettate alle porte di Roma da Rheinmetall Italia, si sono imposte come matador di droni d’ogni dimensione in Ucraina e nel Golfo.

C’è pure una strada nuova, percorsa soprattutto da Cina e Stati Uniti: i laser. Sembra siano portentosi, perché fondono la fusoliera di vetroresina o di fibre di carbonio e bruciano gli apparati elettrici all’interno. La bassa velocità dei mezzi teleguidati facilita il puntamento del raggio, che deve restare sul bersaglio alcuni secondi. In Ucraina sono ancora a livello sperimentale ma sembra che i russi a Kursk abbiano testato un semovente made in China. Invece il Pentagono sta affidando ai laser la difesa degli aeroporti militari più importanti, di alcune navi e pure del muro sul confine messicano, dove imperversano centinaia di elicotterini dei narcos.

Nella guerra dei droni c’è un altro elemento decisivo: quello psicologico. Il ronzio è una promessa di morte, che terrorizza i soldati e li fa letteralmente impazzire. Per cancellare il panico bisogna dare agli uomini un modo di difendersi dagli automi killer. L’idea migliore l’hanno inventata i russi: il fucile a pallettoni. In pratica la lupara, che con una rosa di piombo ha maggiori possibilità di rompere le eliche dei quadricotteri e spezzare l’equilibrio che li fa volare. Ora viene imitata ovunque nel mondo. Le aziende di munizioni stanno creando una serie di cartucce calibro dodici anti-drone e hanno escogitato pure proiettili “a pallini” per i kalashnikov e gli altri mitragliatori. Certo, è una soluzione che richiede coraggio o disperazione: bisogna affrontare la macchina assassina a una distanza di pochi metri, in duello che decide la vita o la morte. Questo è l’incubo dei conflitti affidati ai robot.

Il bastone del comando: il cielo del massacratore

Un generale dell’esercito alla guida delle forze aerospaziali russe. Una scelta inconcepibile nei Paesi della Nato, ma che a Mosca non rappresenta un’eccezione. Il colonnello generale Aleksandr Chaiko è stato indicato come nuovo numero uno da alcuni canali Telegram molto bene informati, anche se non ci sono ancora comunicati del Cremlino. Prenderà il posto di Viktor Afzalov, proveniente dai ranghi dell’aviazione che però a sua volta aveva sostituito all’inizio 2023 un altro ufficiale dell’esercito: Sergei Surovikin, il “Generale Armageddon” mandato a guidare tutte le truppe in Ucraina e poi silurato per le relazioni troppo strette con Evghenji Prigozhin e la Wagner.

Chaiko ha un passato simile a Surovikin: entrambi hanno combattuto in Siria contro i ribelli sunniti e contro l’Isis, ordinando i bombardamenti sulla popolazione. Pure Chaiko, che ha 54 anni, era in prima fila nell’assalto a Kiev: i suoi reparti provenienti dalla Siberia sono stati accusati per il massacro di civili a Bucha.

Nel 2023, il generale è stato rispedito in Siria per sei mesi, cosa interpretata come un segnale di disgrazia, Poi dopo la caduta di Aleppo, Putin lo ha rimandato a Damasco per tentare invano di fermare la disgregazione del regime di Assad. Una missione che si è rivelata impossibile. Al ritorno ha avuto una poltrona nello stato maggiore: è uno dei dieci alti papaveri a cui è stata assegnata una scorta massiccia dopo gli attentati dei servizi segreti ucraini. Non è chiaro cosa abbia portato alla sua promozione. Se si tratta della reazione del presidente per gli insuccessi delle difese aeree nel fermare le incursioni dei droni ucraini o se c’è un disegno politico nell’affidare le leve del potere solo a fedelissimi. Di sicuro le forze aerospaziali VKS sono la cenerentola della spesa militare russa, ricevendo fondi inferiori rispetto a esercito e marina, ma anche mostrando carenze addirittura superiori sul fronte di guerra.

Macchine di guerra: che idea la mongolfiera

L’ultima arma segreta del Pentagono? Le mongolfiere. Non è uno scherzo. L’Us Army vuole affidare la ricognizione sul territorio nemico ai palloni spediti veramente in alto, tra 18 e 20 mila metri di quota. Vi ricorda qualcosa? Esatto: le mongolfiere spia cinesi che nel 2023 hanno cominciato sempre più spesso a venire scoperte negli Stati Uniti, provocando una sorta di psicosi con dichiarazioni furiose del presidente Biden e aerei da caccia intervenuti per abbattere gli intrusi a cannonate.

Ora però sono gli americani a volere replicare l’iniziativa. All’inizio di maggio hanno condotto test operativi nel Baltico, ossia il settore più caldo della nuova guerra fredda: la partenza avveniva in Svezia e il recupero in Lettonia dopo trenta ore di volo. I “Micro High-Altitude Balloon” hanno un limite: possono trasportare un carico molto piccolo, quindi tutto deve essere miniaturizzato: radar, telecamere e sensori d’altro tipo ma anche apparati di trasmissione criptati per seguire i loro movimenti. A quel che sembra, gli aerostati vanno comunque recuperati per estrapolare i dati raccolti.

Perché la scelta di progettare dei “palloncini”? Il direttore della task force dell’esercito che studia i nuovi sistemi di ricognizione, Andrew Evans, immagina che questi palloni possano venire trasportati da un singolo soldato nello zaino e siano semplici da far alzare in volo: ogni incursore può portarli dietro le linee nemiche e affidarli al vento per sorvegliare le sue installazioni top secret.

L’onere delle armi: il pacifismo obbligato dei conti

L’Europa della Difesa procede a due velocità. E l’Italia sembra destinata a restare in coda. Ma, contrariamente a quella spagnola, la nostra non è una scelta ispirata dal pacifismo bensì dallo straripamento del debito pubblico. L’Ue infatti ha concesso la possibilità di tenere fuori dai vincoli del patto di stabilità l’incremento della spesa militare. Ma il rapporto tra deficit e Pil supera già il tetto del tre per cento e il governo Meloni non intende usare questa deroga.

Resta al momento la richiesta a Bruxelles di prestiti per 14,9 miliardi tratti dal fondo Safe: per avere un termine di paragone, la Polonia riceverà 43 miliardi. C’è un sorta di paradosso, perché l’aumento del bilancio della Difesa chiesto dalla Nato sotto la pressione di Donald Trump viene paralizzato per effetto dell’attacco contro l’Iran voluto dal presidente americano, che ha fatto decollare il costo del petrolio. Siamo in una situazione in cui è molto difficile trovare un punto di equilibrio tra le esigenze di sicurezza e lo scenario di un Paese senza crescita economica, dove la scelta tra burro e cannoni si è modificata in quella tra welfare e droni.

Ma sarebbe opportuno che governo e Parlamento si confrontassero in un dibattito serio sulle necessità della nostra Difesa, gli impegni internazionali e quali sono gli investimenti sostenibili. È una materia troppo complessa per essere affidata a uno scambio di slogan populisti e meriterebbe una discussione approfondita. Mentre invece ogni decisione - da quella di chiedere i miliardi del Safe alla rinuncia alla spesa extra - avviene nel silenzio. Come se si trattasse di ordinaria amministrazione e non delle decisioni che hanno un doppio peso: condizionano il nostro ruolo in Europa e la possibilità di venire protetti dalle minacce di un mondo in cui purtroppo contano solo i rapporti di forza.

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