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La guerra dei laser è cominciata. Dopo sei decenni di sperimentazioni, il raggio distruttore ha smesso di essere un’utopia fantascientifica ed è entrato nei campi di battaglia. Dagli Stati Uniti alla Cina, da Israele all’Europa, una generazione di sistemi operativi viene schierata ovunque. Presto non si parlerà più di calibri ma di kilowatt per indicare la capacità distruttiva dei cannoni e gli scontri saranno caratterizzati da bagliori sinistri che riporteranno alla mente i duelli di Star Wars.
In realtà, non tutti i problemi tecnici delle armi ad energia diretta sono stati superati. Anche in questo caso, però, la rapida proliferazione dei droni volanti ha accelerato lo sviluppo dei laser. Uno dei loro limiti, infatti, è la necessità di mantenere il fascio luminoso fisso sul bersaglio per un tempo sufficiente a creare danni. Tenere dietro ai missili che volano veloci è difficile, mentre i lenti velivoli telecomandati - non superano i duecento all’ora - sono la preda perfetta. Bisogna comunque fare i conti con la distorsione della luce provocata dalle nuvole, dalla nebbia e più in generale dall’umidità dell’aria, ma sono calcoli che l’intelligenza artificiale completa in un battibaleno. E c’è un indubbio vantaggio: il laser permette di abbattere i droni low cost con una spesa irrisoria, tra tre e cinque euro per ogni “colpo”.
Nei giorni iniziali del conflitto nel Golfo Persico si è ripetuta la scena dei Patriot statunitensi, ciascuno con un prezzo superiore a tre milioni di euro, scagliati a centinaia dai Paesi del Golfo per fermare gli Shahed iraniani, che vengono meno di trentamila euro. Non solo: sostituire i missili terra-aria consumati richiede tempi lunghi, perché ci vogliono due anni per costruirne uno. I laser invece sono alimentati dall’elettricità, basta ricaricare le pile per tornare in azione.
Le batterie sono un altro dei vincoli. Ne servono di ingombranti per accumulare potenza e avere molti tiri a disposizione: più o meno le dimensioni di un container. Un freno che finora ha fatto prediligere la sistemazione sulle navi, dove non bisogna fare i conti con spazi e pesi: è possibile imbarcare veri cannoni laser.
Attualmente otto caccia lanciamissili dell’Us Navy dispongono di queste armi, ma il loro numero è destinato a crescere in fretta. Sette sono apparati Odin con bassa energia: riescono a mettere fuori uso i sensori infrarossi e le telecamere che guidano i droni o i mezzi navali. Invece l’Heliosda 60 kilowatt l’ora le ali e le fusoliere dei velivoli o gli scafi dei barchini d’assalto, incenerendo quello che c’è all’interno: Lockheed Martin sta perfezionando una versione da 150 kilowatt.
La Marina americana vuole arrivare a schierare un maxi-cannone da 300-500 kilowatt che sia in grado di fermare pure i missili cruise: sarà l’orgoglio delle supernavi della classe “Donald Trump”.
L’Us Army invece punta sul Locust, un apparato modulare da venti kilowatt che può stare pure sulle autoblindo Stryker e sui fuoristrada: ha dimostrato di buttare giù tre quadricotteri in rapida sequenza e ha un prezzo complessivo di otto milioni, di gran lunga inferiore ai semoventi dotati di missili terra-aria. Il Pentagono lo ha schierato pure in patria, nell’attivismo chiesto dalla Casa Bianca per impedire ai migranti di entrare dal Messico: i trafficanti di uomini sfruttano i droni per individuare i punti del confine non presidiati. Ed ecco che il laser è parsa la soluzione, applicata in maniera pasticciona.
In Texas ha fatto fuoco contro una decorazione di palloncini, volata in alto dopo una festa, provocando un allarme che ha paralizzato l’aeroporto di El Paso. Poi sono riusciti sì a fulminare un quadricottero spia, che però apparteneva alla polizia di frontiera.
Israele come al solito pare più avanti e schiera l’Iron Beam, versione laser dell’Iron Dome. Ci sono voluti oltre dieci anni per realizzarlo, coinvolgendo i due colossi dell’elettronica bellica Elbit e Rafael. Si tratta di un sistema pesante, collocato in un container fisso, che grazie a 100 kilowatt di energia colpisce a dieci chilometri di distanza. Ne esiste pure una versione mobile, piazzata sul cassone di un camion, e una mini installata sulle jeep. Lo Stato ebraico però vuole andare oltre e ha commissionato lo studio di laser per armare aerei da caccia ed elicotteri.
Tutti sono convinti che Pechino stia investendo molto su queste apparecchiature e ne ha esibito diverse, tutte semoventi su veicoli ruotati, durante la grande parata dello scorso anno. Sembra che i cinesi siano ansiosi di testarle in battaglia: ne hanno mandati alcuni nella provincia russa di Kursk nell’estate 2024 e poche settimane fa una batteria è comparsa sull’aeroporto internazionale di Dubai per fare la guardia contro i raid dei pasdaran.
Infine gli europei, che anche in questo campo non riescono a fare squadra. Ci sono quattro iniziative nazionali, affidate alle filiali degli stessi gruppi: una situazione paradossale, con uno spreco di risorse e competenze. Il più avanzato è il britannico DragonFire realizzato da Leonardo Uk e Mbda Uk: la Royal Navy lo renderà combat ready nel 2027. In Italia però sempre Leonardo e Mbda hanno lanciato un progetto ambizioso di laser, con la seconda che ha aperto un laboratorio di sviluppo a Torino e prevede di passare alla fase operativa entro il 2028. In Germania Rheinmetall, ancora una volta con Mdba, ha già fatto sparare il prototipo installato su una fregata cento volte. In Francia di nuovo Mbda con Thales ne mette a punto uno molto simile. Perché non si uniscono? Ogni governo è geloso e non vuole condividere i brevetti hi-tech: la difesa comune europea resta un miraggio.
La guerra dei laser è cominciata. Ma non sappiamo dove ci porterà. Perché gli esseri umani sono più lenti dei droni e contro di loro i raggi di luce possono avere effetti terribili. Basta una frazione di secondo per bruciare la retina. E’ già accaduto, trasformando in armi accecanti i puntatori che guidano bombe e missili sui bersagli. Negli anni Ottanta lo hanno fatto gli inglesi alle Falklands per proteggere la flotta dai jet argentini, poi gli iracheni per fermare le ondate di fanti iraniani votati al martirio. Da allora più di cento Paesi hanno firmato una convenzione Onu che mette al bando questi strumenti crudeli, ma oggi la ferocia non conosce più limiti.
Il bastone del comando
Saddam Haftar è generale per titolo ereditario, non per capacità militari: ha saltato i gradi alla velocità della luce, partendo da maggiore. Eppure il comandante dell’Esercito Nazionale Libico a soli 35 anni oggi è corteggiato da tutte le potenze internazionali, che lo vorrebbero presidente del Paese finalmente riunificato e stabilizzato. Il padre Khalifa Haftar, l’auto-proclamato signore della Cirenaica, esibisce il titolo di feldmaresciallo - che dai tempi di Rommel nei dintorni di Tobruk fa sempre un certo effetto - ma vanta trascorsi bellici disastrosi. Ha perso tutte le guerre a cui ha preso parte. Nel 1987 Gheddafi lo ha mandato nel Ciad alla guida di una spedizione possente per spazzare via le forze locali protette dalla Francia: non solo è stato sconfitto, ma pure catturato.
A quel punto ha scelto l’esilio negli Stati Uniti, dove la Cia lo ha accolto sperando di usarlo contro il dittatore di Tripoli. La morte di Gheddafi ha aperto le porte al suo rientro in patria, più alleato di russi ed egiziani che non degli americani. Ma quando ha marciato contro il governo riconosciuto dall’Onu e messo sotto assedio la capitale, è stato sbaragliato dall’irruzione dei turchi e costretto di nuovo alla fuga.
Il figlio Saddam non ha ancora condotto vere campagne, ma solo scaramucce per le beghe di affari e di potere libiche. Oggi è al centro del grande gioco diplomatico. Tutti lo invitano: è stato ricevuto con i massimi onori a Washington, ad Ankara, a Mosca; è di casa al Cairo, a Roma e soprattutto a Parigi. Si dice che gli emiratini, vecchi sponsor del padre, siano un po’ freddi con lui per il rapido avvicinamento a Erdogan.
Ma Trump ha in testa un’altra delle sue idee meravigliose, per la quale lavora senza sosta: mettere insieme le famiglie rivali di Tripoli e Tobruk in un governo federale, che verrebbe presieduto proprio da Saddam. C’è chi dubita che sia in grado di gestire un compito del genere, visto che non riesce a tenere a bada neppure i suoi soldati. Pochi giorni fa, nell’ultima esercitazione dell’Esercito Nazionale, due reparti scelti si sono sparati addosso sul serio: appartengono entrambi alla brigata Tariq Bin Ziyad, la guardia personale dell’erede designato, ma il Battaglione 20-20 si è offeso per i privilegi concessi dal generale al Battaglione 87. In questa faida tra pretoriani combattuta nel deserto ci sarebbero stati tre morti: un pessimo viatico per quello che la Casa Bianca considera l’uomo in grado di pacificare la Libia.
Strumenti di guerra
Nei film ambientati nella provincia rurale americana spesso compaiono degli aeroplanini lenti e un po’ gracili che volano bassissimo e spargono insetticidi sulle coltivazioni. Ecco, proprio uno di questi “attrezzi agricoli” è diventato la nuova arma d’assalto delle forze speciali statunitensi. La versione combat dell’Air Tractor AT-802 è stata pomposamente chiamata OA-1K Skyraider II, in memoria del velivolo che in Vietnam dava copertura di fuoco alle truppe in qualsiasi situazione. Il successore però ha un look sgraziato, con una cabina di pilotaggio che spunta come un fungo sulla fusoliera.
Sotto le ali ci sono le bolle dei visori ottici ed infrarossi, con ben otto piloni per agganciare razzi a guida laser, missili aria-terra Hellfire, bombe di precisione e in futuro pure il mini-cruise a lungo raggio Red Wolf. Le sue ali sembrano fragili ma caricano 2.700 chili di ordigni. Grazie al propulsore turbo, tocca i 350 chilometri orari di velocità e resta in azione per sei ore.
Il tenente colonnello Robert Wilson, responsabile del programma, ritiene che sia “un coltellino svizzero di capacità aeree”: secondo lui può svolgere missioni di ricognizione armata, bombardamento ravvicinato e attacchi di precisione. Ovviamente, può essere trasferito ovunque nella pancia dei grandi jet cargo: poi per decollare e atterrare gli bastano pochi metri di pista sterrata. L’amministrazione Trump ne vuole ordinare 75, di cui 53 già finanziati, con una spesa di tre miliardi di dollari. La versione base per scopi contadini costa meno di tre milioni mentre per quelli di seconda mano basta un milione: il modello per le forze speciali invece avrà un prezzo di 40 milioni ad esemplare.
L'onere delle armi
In Italia c’è già clima di campagna elettorale e il dibattito sull’aumento della spesa militare si è già trasformato in polemica. I termini della questione sono abbastanza chiari: come tutti i governi europei della Nato, quello guidato da Giorgia Meloni un anno fa ha preso l’impegno di portare il bilancio della Difesa al 5 per cento del Pil entro il 2035. In pratica, si tratta di più del triplo dei fondi investiti nel 2025.
Quest’anno, aumentando le somme e infilando voci d’ogni tipo, è stato faticosamente raggiunto il 2 per cento. In Commissione Difesa la maggioranza ha ribadito di volere arrivare al 3,5 per cento entro il 2030. Si tratta di un incremento decisamente enorme e non è chiaro dove si troveranno le risorse.
L’Unione Europea ha messo a disposizione una serie di strumenti finanziari, permettendo di tenere fuori dal Patto di Stabilità gli stanziamenti extra per la Difesa. I nostri conti però sono in una situazione infelice, con un rapporto pessimo tra debito pubblico e crescita che ci allontana dagli altri Paesi della Ue. In più è arrivata l’impennata del costo dell’energia provocata dalla guerra di Trump e Netanyahu contro l’Iran: lo spettro di una crisi economica diventa ogni giorno più concreto. C’è l’urgenza di sostenere famiglie e imprese ma non si sa dove prendere i soldi. Ed ecco che al centro dello scontro politico sono finiti i prestiti del programma Safe (Security Action for Europe), messi sul tavolo da Bruxelles per stimolare il riarmo europeo. L’Italia ha prenotato 14,9 miliardi di euro: come termine di paragone, la Danimarca ha chiesto 46,8 miliardi; la Polonia 43,7 miliardi; la Romania 16,7 miliardi. La domanda va formalizzata entro luglio ma il ministro Giorgetti vuole rinviare la decisione al voto del Parlamento: scelta legittima, che tiene insieme lo spirito populista e filorusso della Lega con l’esigenza di far quadrare il bilancio statale. Dal canto suo, in una lettera a Ursula von der Leyen, la premier Meloni ha legato l’accettazione dei fondi europei alla deroga dal Patto di Stabilità per gli aiuti destinati a lenire i rincari dei carburanti: “Sarebbe molto difficile – ha scritto - spiegare all’opinione pubblica un eventuale ricorso al programma Safe”. In realtà i prestiti del Safe hanno una serie di vantaggi: si restituiscono a tassi minimi dopo dieci anni con rate spalmate su 45 anni e non hanno l’Iva. Poiché il governo si è impegnato ad aumentare la spesa militare, queste risorse Ue sono un po' come la surroga del mutuo: si paga la stessa cifra, ma con interessi più bassi e molti più anni a disposizione.
Nel frattempo però la Nato sta vivendo un trauma: Trump sta rapidamente tagliando le truppe dislocate nel Vecchio Continente e soprattutto ridurrà drasticamente il contributo statunitense in caso di aggressione a un membro dell’Alleanza. Lo scudo Usa a protezione dell’Europa diventa più piccolo e si allargano i dubbi sulla volontà della Casa Bianca di rispettare gli impegni. Questo mentre sul fronte orientale la tensione con la Russia è alle stelle.
A tutti i Paesi europei della Nato viene chiesto di fare subito di più, mostrando compattezza e capacità di rimpiazzare i vuoti aperti dalla ritirata del Pentagono. La Germania, ad esempio, si prepara a farsi carico della difesa dei Paesi Baltici, il punto più debole e più caldo del confronto con Mosca. La domanda è quale sarà la reazione dell’Italia, a cui è stata assegnata la responsabilità del non meno turbolento Fronte Sud.