Le conseguenze di questa evoluzione bellica sono radicali, con effetti che è difficili prevedere. E ci mettono davanti una serie di problemi etici che credevamo fossero solo teorici
5 minuti di lettura
Ormai la guerra si sta dronizzando. Non è una novità: assistiamo ogni giorno all’ingresso in campo di nuovi robot combattenti, sempre più indipendenti dagli esseri umani. Questa settimana per la prima volta gli americani hanno usato barche esplosive telecomandate per attaccare una base navale iraniana mentre gli ucraini hanno condotto un’operazione di sbarco con un battello e un tank privi di equipaggio. In realtà il Pentagono si limita a copiare quello che i reparti di Kiev e Mosca fanno da anni ed è arrivato al punto di clonare i droni volanti Shahed progettati dai pasdaran. Invece gli ucraini stanno rivoluzionando la natura stessa dei conflitti, con una trasformazione che ogni sei mesi imprime una svolta operativa: obbliga i russi a modificare le tattiche e studiare contromisure.
Le conseguenze di questa evoluzione bellica sono radicali, con effetti che è difficili prevedere. Ci mettono davanti una serie di problemi etici che credevamo teorici mentre sono drammaticamente reali: come viene regolata l’autonomia delle macchine killer? Ucraini e russi da mesi impiegano droni pilotati dall’intelligenza artificiale che decidono da soli quando e come uccidere. Nella memoria hanno una lista di bersagli che – ad esempio – include gli autobus, usati spesso per trasportare i soldati: nel Donbass occupato da Mosca il drone diretto dall’AI ha distrutto anche il pullman di una squadra di bambini calciatori. C’è poi la metamorfosi degli eserciti perché nelle forze armate tutto è destinato a cambiare. La prospettiva che sui campi di battaglia il numero di dronisti possa superare quello dei fanti non appare più assurda. I programmi del Cremlino puntano a formare entro il 2030 un milione di piloti e tecnici dedicati alla gestione dei robot, inserendone 600 mila nei ranghi militari: un’armata di ragazzini reclutata nei licei e nelle università. C’è infine il profondo mutamento dell’industria. Il numero di automi sta crescendo in modo esponenziale: oggi il comando sud ucraino – responsabile per il fronte dal Donbass alla foce del Dnipro – consuma 3500 droni al giorno: sono oltre 100 mila al mese, in gran parte quadricotteri kamikaze low cost ma spesso modelli più sofisticati. Zelensky ha dichiarato che il suo Paese attualmente produce 10 milioni di droni l’anno e vuole raddoppiare questo primato. Sono annunci troppo ottimistici ma di sicuro gli ucraini sono oltre i quattro milioni di esemplari l’anno e pure i russi vanno avanti con ritmi simili. Questo impone di concepire in maniera diversa la filiera industriale: nessuna azienda europea o americana opera a livelli del genere. Allo stesso tempo, non ha senso costruire milioni di apparati che tra sei mesi saranno tecnologicamente superati: bisogna inventare una struttura che mantenga aggiornati i modelli e sia in grado di consegnarli in grandi volumi non appena ci sia la necessità. Questo ovviamente implica stabilire regole contrattuali differenti e un rapporto diverso con le industrie. Una vera sfida per gli stati maggiori e per le aziende di tutto l’Occidente. Ucraini e russi invece impiegano subito in battaglia le armi che escono dalle fabbriche: noi speriamo di non doverlo mai fare, ma non per questo possiamo restare disarmati in un mondo dominato dai rapporti di forza.
Il bastone del comando
Guardia Nazionale dell'Esercito degli Stati Uniti @ Master Sgt. Zach Sheely
Dietro gli ultimi attacchi sauditi contro gli Houthi yemeniti si riconosce la regia del generale Fayyadh bin Hamed Al-Ruwaili, il comandante delle forze armate di Riad. Si tratta di una figura unica nel panorama dei capi militari delle monarchie arabe. Anzitutto è un’eccezione rispetto all’abitudine di affidare gli incarichi apicali a membri delle dinastie reali: Al Ruwaili non è uno sceicco ma è nato 68 anni fa in una famiglia di piccoli commercianti della costa del Mar Rosso e ha fatto carriera solo grazie ai meriti. Si è formato nelle scuole di volo statunitensi, dove è diventato pilota di caccia F-15 Eagle specializzato nelle missioni di intercettazione: un ruolo con cui nel 1991 ha partecipato al conflitto per liberare il Kuwait dagli iracheni. Poi si è imposto per le capacità di organizzatore, arrivando a dirigere la principale base aerea del Paese. Il vecchio re Abdallah lo ha nominato numero due del quartiere generale nel 2014; quattro anni dopo la promozione al vertice è stata invece decisa dal principe Mohammed Bin Salman. Da allora Al Ruwaili sta cercando di rivoluzionare selezione e formazione del personale per rendere realmente professionali le forze saudite, ricche di armi sofisticate ma povere di efficienza. Un limite emerso durante il lungo conflitto contro i ribelli sciiti dello Yemen, in cui Riad è intervenuta nel 2015 per sostenere il governo legittimo. Dopo il suo insediamento, il generale conscio dei limiti operativi dei suoi uomini ha cambiato approccio. Ha puntato sui raid aerei con armi a lungo raggio per sconfiggere gli Houthi: una mossa che non ha fermato l’avanzata dei fondamentalisti e ha provocato terribili bombardamenti sui civili. Fondamentale il ruolo diplomatico svolto da Al Ruwaili per consolidare i rapporti con gli altri leader militari del Golfo e dell’Occidente, ovviamente in particolare statunitensi: nel 2024 è stato persino in visita ufficiale a Teheran. Oggi è ritenuto uno dei consiglieri più ascoltati dalla casa regnante: nonostante i suoi rapporti con gli Usa, il generale è lo sponsor dell’alleanza strategica con il Pakistan e della nuova apertura alla Turchia. Due mosse che possono cambiare gli equilibri del Medio Oriente.
Macchine di guerra
SAMP/T (Sol-Air Moyenne Portée – Terrestre) — sistema di difesa aerea terrestre a medio raggio basato sulla famiglia di missili ASTER
La grandeur del presidente Macron e le iniziative molto più discrete della premier Meloni rilanciano il sistema difensivo terra-aria Samp-T: l’unica alternativa occidentale ai Patriot statunitensi. Si tratta di un progetto italo-francese gestito da MBDA, l’unica realtà europea della difesa, che costruisce pure i missili Aster 30. La versione di Roma usa un radar di scoperta di Leonardo; quella di Parigi uno di Thales. Il progetto è nato negli anni Novanta ed è stato frenato a lungo dalla scarsa attenzione che in quell’epoca di pace hanno ricevuto gli armamenti hitech: soltanto nel 2010 è diventato operativo ed è stato esportato esclusivamente a Singapore. L’invasione dell’Ucraina ha cambiato tutto e ha messo a nudo la drammatica debolezza degli scudi contraerei della Ue. Proprio in quel momento stava venendo completato lo sviluppo della nuova versione del Samp-T, chiamata NG, che usa un modello potenziato di intercettore, l’Aster 30 N1BT. Può seguire 100 bersagli a 350 chilometri e dirigere il tiro contro dieci incursori contemporaneamente. Il raggio d’azione delle sue “frecce” è stato esteso a 150 chilometri di distanza e 25 mila metri d’altezza. Ma soprattutto radar e armi sono stati concepiti per abbattere i missili balistici, protagonisti degli attacchi russi e iraniani e una minaccia che vede l’Europa indifesa. Due batterie sono state donate – la prima a metà tra Italia e Francia; la seconda tutta da noi – all’Ucraina. Sui media statunitensi sono comparse valutazioni critiche sull’efficacia del sistema contro i missili cruise e balistici, ma la versione regalata a Kiev non aveva capacità contro i secondi. In realtà i militari ucraini sono entusiasti dei risultati, confermati dalle sagome dei bersagli abbattuti dipinte sulla fiancata delle centrali di tiro: il problema è che da un anno le consegne di missili sono praticamente cessate. Ogni Aster 30 costa circa 2,5 milioni di euro mentre gli N1BT arrivano a circa quattro milioni. Ora sono all’orizzonte nuovi contratti: la Danimarca lo ha già ordinato; ci sono negoziati vicini alla chiusura con la Turchia; trattative aperte con Arabia Saudita, Belgio e Svizzera mentre Macron ha annunciato altre forniture all’Ucraina, probabilmente finanziate da fondi Ue. La sfida ora è industriale: garantire le consegne in tempi rapidi. Le ricadute potenziali per l’Italia sono enormi, perché MBDA e Leonardo hanno un ruolo leader nella progettazione e nella produzione. In particolare il seeker – ossia la componente più sofisticata, che scopre e insegue gli obiettivi – dell’Aster 30 nasce nello stabilimento del Fusaro, alle porte di Napoli.
L’onere delle armi
Il governo vuole aumentare i fondi per la struttura militare di Civitavecchia che si occupa dello smantellamento delle armi chimiche residuato bellico degli scorsi conflitti. Il nuovo decreto è stato trasmesso il 19 giugno alle Camere e non era previsto nei documenti di pianificazione: una sorta di sorpresa, di cui non è chiara la giustificazione. Il testo fa riferimento alla costruzione di un impianto di tipo “termossidatore pirolitico”: un inceneritore necessario a distruggere 11 mila proiettili d’artiglieria americani della seconda guerra mondiale con l’ogiva piena di gas letale, ordigni che non possono essere neutralizzati con le strutture esistenti. Per questa attività però sono già stati stanziati 29 milioni di euro nel 2023 che dovevano servire per completare l’inceneritore entro quest’anno. Adesso invece il costo complessivo sale a oltre 64 milioni: in pratica viene triplicato e la conclusione dei lavori spostata al 2032. Ma nella scheda presentata al Parlamento non sono citati nuovi interventi: è praticamente identica a quella del 2023. Possibile che ci sia stata un’impennata dei prezzi? La spiegazione forse è un’altra. Non si può escludere che i nuovi fondi servano per una serie di attività più estese: un anno fa la base militare è stata sequestrata dalla procura di Civitavecchia, che ha contestato il mancato rispetto delle norme ambientali e iscritto nel registro degli indagati numerosi alti ufficiali. Secondo i magistrati, i residui della bonifica di migliaia di armi chimiche non sarebbero stati custoditi in condizioni di sicurezza. Il processo di neutralizzazione prevede di mescolare le sostanze letali e il cemento: con questo composto sono stati formati migliaia di cilindri, pesanti ciascuno una tonnellata. Sono accumulati in un piazzale costruito all’interno della base: da almeno vent’anni è stato ipotizzato il trasferimento in un altro deposito, ma la rimozione non si è mai concretizzata. Il Centro Tecnico Logistico Interforze (Ce.T.L.I.) NBC di Civitavecchia è un reparto all’avanguardia in queste operazioni: è stato creato dopo l’adesione dell’Italia al Trattato per lo smaltimento delle armi chimiche del 1993. Dalla fine degli anni Novanta si è occupato di distruggere l’eredità di veleni militari rimasta nascosta nel segreto più totale.