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I droni jet, la nuova arma di Putin

Costano molto meno dei missili cruise convenzionali, si costruiscono più in fretta, sono facili da usare e causano danni terribili. Presto dilagheranno in tutto il pianeta: è solo questione di tempo
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I droni sono come un’epidemia: si diffondono ovunque e mutano in fretta, prima che si riesca a trovare un antidoto. All’inizio ci sono stati i quadricotteri comprati online e modificati in lanciabombe; poi gli aeroplanini a elica telecomandati e adesso ogni sei mesi ne entra in campo una nuova generazione, più autonoma e più letale. L’ultima evoluzione sono i droni jet, spinti cioè da motori a reazione. Sono lo strumento che ha permesso al Cremlino di cambiare la tattica degli attacchi e scatenare una tempesta di fuoco sull’Ucraina. Da metà agosto i russi hanno sostituito le ondate di ordigni, quasi sempre concentrate nella notte, con una serie di incursioni prolungate durante l’intera giornata. Il 28 agosto a Kiev ce ne sono state tredici: due più di quante ne sono state registrate durante il record dell’offensiva diretta alla capitale del 2022. Pensate: i raid sono proseguiti per 872 minuti ossia quasi quindici ore. E sono andati avanti ininterrottamente per una settimana: qualcosa …

I droni sono come un’epidemia: si diffondono ovunque e mutano in fretta, prima che si riesca a trovare un antidoto. All’inizio ci sono stati i quadricotteri comprati online e modificati in lanciabombe; poi gli aeroplanini a elica telecomandati e adesso ogni sei mesi ne entra in campo una nuova generazione, più autonoma e più letale. L’ultima evoluzione sono i droni jet, spinti cioè da motori a reazione. Sono lo strumento che ha permesso al Cremlino di cambiare la tattica degli attacchi e scatenare una tempesta di fuoco sull’Ucraina. Da metà agosto i russi hanno sostituito le ondate di ordigni, quasi sempre concentrate nella notte, con una serie di incursioni prolungate durante l’intera giornata. Il 28 agosto a Kiev ce ne sono state tredici: due più di quante ne sono state registrate durante il record dell’offensiva diretta alla capitale del 2022. Pensate: i raid sono proseguiti per 872 minuti ossia quasi quindici ore. E sono andati avanti ininterrottamente per una settimana: qualcosa che nella storia europea non si era mai accaduto neppure durante il “Blitz” della Luftwaffe hitleriana contro Londra.

I modelli di Mosca entrati in azione sono principalmente due. L’S8000 Banderol – che vuol dire “pacco postale” - e il Geran 5, ennesimo sviluppo dello Shahed di concezione iraniana. Hanno prestazioni significativamente migliorate rispetto ai loro predecessori con propulsori a pistoni ed eliche, tanto da eguagliare i missili da crociera. Per capirci, sono molto più simili ai cruise Tomahawk americani che non ai monoplani visti finora ronzare nei cieli. Cosa cambia? Anzitutto la velocità: vanno a oltre cinquecento chilometri orari, con punte di settecento, contro i centocinquanta dei primi Shahed. Volano più in alto, anche oltre seimila metri. E possono trasportare un carico maggiore. Testate con centocinquanta-duecento chili di esplosivo mentre i vecchi arrivavano al massimo a ottanta chili. Inoltre i Banderol possono essere lanciati pure dai velivoli teleguidati Orion – paragonabili ai Reaper americani – allungando la portata fino alle regioni sul confine polacco, romeno e slovacco.

In Ucraina l’innovazione russa ha messo ulteriormente in crisi le difese contraeree, che non ricevono dall’Occidente missili terra-aria in quantità sufficiente: sono gli unici armamenti che non vengono ancora prodotti dalle industrie nazionali. Per comprendere la situazione bisogna fare un passo indietro. Dal 2023 lo Stato maggiore di Kiev ha costruito una rete ramificata e coordinata di piccole unità antiaeree sparse su tutto il territorio: sono dotate soprattutto di mitragliere, con pochi missili spalleggiabili “spara e dimentica” tipo Stinger a cui nell’ultimo anno si sono aggiunti moltissimi droni anti-drone. Questa barriera ha garantito l’abbattimento della stragrande maggioranza delle lente bombe volanti a elica ma non riesce a domare quelle a reazione: sono più veloci dei droni antidrone e restano più in alto del raggio d’azione delle armi automatiche. Per questo il Cremlino può moltiplicare l’effetto devastante dei suoi colpi. Oltre al carosello ininterrotto di questi ordigni che restano in aria per dieci-dodici ore percorrendo tra cinquecento e mille chilometri, la Russia può contare sulla pioggia dei missili balistici che non trovano ostacoli per la carenza dei Patriot Pac-3 americani: domenica scorsa su Kiev in dodici minuti ne sono scoppiati ben ventitré.

Non solo. Mosca sfrutta l’indebolimento degli scudi protettivi per far avvicinare i caccia Sukhoi e aggredire le città con micidiali bombe plananti da una tonnellata: lo hanno fatto pure a Odessa, cosa mai avvenuta prima. Per mettere freno alle incursioni, i comandi ucraini stanno utilizzando al massimo l’aviazione: F16, Mirage 2000 e i velivoli d’epoca sovietica sono stati mobilitati per andare a caccia dei super-droni, come già facevano con i missili cruise. Missioni in cui consumano armi terra-aria, anche queste fornite dagli alleati europei e in via di esaurimento. In più gli ucraini stanno rapidamente sviluppando droni intercettori propulsi da turboreattori. La necessità di missili terra-aria però è sempre più drammatica: sono apparati costosi e ne servono centinaia mentre le scorte degli eserciti europei sono al minimo e gli Stati Uniti negano ogni aiuto. È il grande punto debole su cui la Putin vuole fare leva per piegare la resistenza, incenerendo porti, navi, centrali elettriche, fabbriche militari, treni e depositi ferroviari, magazzini logistici, benzinai e persino i depositi di derrate alimentari.

L’operazione del Cremlino è stata pianificata con cura: i droni jet sono stati messi a punto nel corso dell’ultimo anno, facendo tesoro anche degli studi condotti sin dal 2015. Poi hanno costruito in massa i Banderol e i Geran 5 prima di farli entrare in azione: una scelta per dare meno tempo per escogitare le contromisure e ottenere il massimo risultato. Adesso decollano in quantità sorprendenti: il presidente Zelensky ha detto che ne sono stati contati ottocento in una settimana. Ed è un altro campanello d’allarme. In Europa non si producono droni di questo tipo: la società olandese Destinus – con radici ucraine – ha da poco firmato un accordo con il colosso Rheinmetall per fornirli alla Germania. Negli Stati Uniti invece Anduril propone il Barracuda e l’Us Army ne vuole comprare tremila. Costano parecchio meno dei missili cruise convenzionali, si costruiscono più in fretta e sono facili da usare ma causano danni terribili. Gli iraniani lo hanno compreso per primi, anche se non li realizzano in larga scala. E presto i droni jet dilagheranno in tutto il pianeta: è solo questione di tempo.

Il bastone del comando: un uomo solo al Pentagono

Daniel Driscoll, primo a destra, e al centro Donald Trump 

Dicono che si sia rivolto personalmente a Donald Trump. In un incontro riservato gli ha raccontato quello che accade al Pentagono, con il ministro Pete Hegseth che promuove generali incapaci e mortifica i migliori. Ma è stato inutile e così anche Daniel Driscoll si è dimesso. È il secondo dei vice che lascia in pochi mesi. Prima c’era stato il sottosegretario con delega alla Marina, John Phelan, un magnate amico e finanziatore del presidente. Ora è la volta di Driscoll, legato a J. D. Vance dai tempi dell’università a Yale, dove entrambi sono entrati grazie ai posti riservati agli ex ufficiali. Figlio di un reduce del Vietnam, nipote di un soldato della Seconda Guerra Mondiale, ha combattuto in Iraq con la Decima divisione da montagna e poi superato il corso per diventare ranger. Non sorprende quindi che abbia ottenuto la delega all’Us Army, stabilendo un ottimo rapporto con il comandante dell’esercito Randy George, nominato dall’amministrazione Biden.

Quando ad aprile, nel mezzo del conflitto con l’Iran, Hegseth ha cacciato il generale George, Driscoll lo ha difeso in tutti i modi. Invano. Il successore designato, Chris La Neve, non ha ancora ricevuto la ratifica del Congresso: di fatto l’Us Army resta senza un capo. Driscoll ha tentato di porre un freno alle purghe del ministro ma dopo il colloquio alla Casa Bianca ha capito che non c’è nulla da fare: Hegseth oggi ha il potere assoluto sul Pentagono. Una situazione che non può non preoccupare.

Macchine di guerra: il mostro nipponico dei mari

Un rendering del nuovo incrociatore giapponese 

È ancora in costruzione ma comincia ad assomigliare a un’astronave di Guerre Stellari: è sovrastato da un colossale radar Lockheed Martin AN/SPY-7 con quattro enormi antenne che formano una torre imponente. Il cantiere del nuovo incrociatore della Marina giapponese sta prendendo una forma singolare. È il primo concepito dagli ingegneri nipponici per fare scudo contro i missili balistici, anche se manterrà capacità d’attacco straordinarie. Le dimensioni sono notevoli: 188 metri di lunghezza, 24 metri di larghezza e un dislocamento di 12 mila tonnellate. Avrà ben 128 celle per missili d’ogni tipo: gli SM-3 statunitensi per intercettare gli ordigni balistici; gli SM-6 multifunzione sempre di produzione Usa; gli antinave nipponici Type 12 SSM e nel futuro prossimo molto probabilmente pure i cruise Tomahawk. Questo significa che potrà tenere sotto tiro un’area con un raggio di 1600 chilometri.

Entrerà in servizio nel 2028, seguito poco dopo da un’unità gemella, e sarà il simbolo del riarmo deciso da Tokyo che sente crescere la pressione militare dei vicini: non solo la Cina, ma anche la Corea del Nord e ultimamente persino la Russia. Anche in quei mari, la linea rossa tra pace e guerra sta diventando sempre più sottile.

L’onere delle armi: conto alla rovescia a Palazzo Chigi

Il lancio di un missile Aster 30 da una batteria Samp-T (credit Mbda) 

Esiste un testo pubblicato a metà luglio in cui Macron e Zelensky hanno messo nero su bianco quali sono gli impegni francesi e italiani per proteggere le città ucraine rimaste senza difese contraeree. Prevede che entro ottobre venga concessa a Kiev la licenza per produrre i missili terra-aria Aster 30 e soprattutto venga consegnato un certo numero di questi intercettori prelevati dalle riserve di Roma e Parigi. Una fornitura che viene vista come questione di vita o di morte per la popolazione sottoposta a bombardamenti senza precedenti. Inoltre, la Francia manderà subito due batterie Samp-T del suo esercito, che poi saranno sostituite con quattro batterie di nuova produzione dello stesso sistema nella versione NG che può abbattere pure gli ordigni balistici russi.

Tutti i materiali saranno pagati con i prestiti all’Ucraina dell’Unione europee. Queste cessioni, vendite e autorizzazioni vanno approvate dal governo italiano con lo strumento del cosiddetto Decreto Aiuti. Sembrava dovesse essere presentato al Parlamento nello scorso luglio, adesso il conto alla rovescia per mantenere le promesse si fa impellente. E ogni giorno che passa, l’assenza di scudi antiaerei aumenta le vittime e le distruzioni in tutta l’Ucraina.

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