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Perché gli Houthi tengono in scacco i sauditi

Truppe saudite con veicoli blindati a prova di mina 
Determinazione e addestramento dei miliziani yemeniti surclassano l’arsenale hi-tech di Riad
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Questa è la nuova uscita della newsletter di Gianluca Di Feo “La sottile linea rossa”. Potete iscrivervi qui.


Come è possibile che una delle nazioni più ricche del mondo, che possiede tutti gli armamenti più moderni e assolda ovunque gli istruttori più rigorosi, venga tenuta in scacco da una formazione tribale di guerriglieri nata nel deserto? La monarchia saudita dispone di forze straordinarie e l’Atlas, ossia il Global Military Index, la considera la dodicesima potenza del pianeta. Questo non tanto per l’organico – che conta oltre 250 mila uomini tra militari e Guardia Nazionale – ma soprattutto per quantità e qualità dell’arsenale. Schiera infatti 280 caccia F15 Eagle ed Eurofighter; otto radar volante E3 Awacs e Saab 2000; batterie di Patriot e di intercettori antimissile Thaad; elicotteri Apache, Blackhawk e Chinook; centinaia di tank Abrams, lanciarazzi multipli Mlrs, cingolati e autoblindo; comandi e radar con sistemi hi-tech. Spende oltre 70 miliardi di dollari l’anno per la…

Questa è la nuova uscita della newsletter di Gianluca Di Feo “La sottile linea rossa”. Potete iscrivervi qui.


Come è possibile che una delle nazioni più ricche del mondo, che possiede tutti gli armamenti più moderni e assolda ovunque gli istruttori più rigorosi, venga tenuta in scacco da una formazione tribale di guerriglieri nata nel deserto? La monarchia saudita dispone di forze straordinarie e l’Atlas, ossia il Global Military Index, la considera la dodicesima potenza del pianeta. Questo non tanto per l’organico – che conta oltre 250 mila uomini tra militari e Guardia Nazionale – ma soprattutto per quantità e qualità dell’arsenale. Schiera infatti 280 caccia F15 Eagle ed Eurofighter; otto radar volante E3 Awacs e Saab 2000; batterie di Patriot e di intercettori antimissile Thaad; elicotteri Apache, Blackhawk e Chinook; centinaia di tank Abrams, lanciarazzi multipli Mlrs, cingolati e autoblindo; comandi e radar con sistemi hi-tech. Spende oltre 70 miliardi di dollari l’anno per la difesa ma non riesce a fermare gli Houthi. Il movimento sciita Ansar Allah - “Partigiani di Dio” - sta portando avanti un’offensiva inarrestabile contro i sauditi e contro il governo legittimo yemenita, che si regge solo grazie agli aiuti di Riad e Dubai.

Anzitutto, bisogna sottolineare che i miliziani hanno dimostrato di sapere combattere con grande capacità: la loro organizzazione è stata forgiata attraverso ben sei guerre civili, che hanno selezionato un gruppo dirigente scelto sulla base dei risultati ottenuti sul campo. L’attuale leader e comandante supremo Abdul Malik al Houthi, 43 anni, è il più giovane dei figli del fondatore e ha preso la guida del movimento a 23 anni: si è circondato di una squadra di coetanei, che come lui avevano studiato nelle scuole coraniche di Qom - la città santa iraniana - e poi affrontato la prova del fuoco prima dei diciotto anni. Selezionano con estrema attenzione le reclute, che ricevono un indottrinamento religioso e poi la preparazione mirata a sviluppare le loro capacità: i combattenti sul campo e i tecnici incaricati di gestire gli armamenti tecnologici. Sono motivati, determinati e pronti al sacrificio. I loro capi hanno visione strategica: si coordinano con i Guardiani della Rivoluzione di Teheran ma stanno attenti a evitare conflitti su più fronti. Hanno infranto la tregua del 2022 con i sauditi ma rispettano quella del 2025 con gli americani e in questo momento non prendono di mira gli europei, né gli emiratini.

In estrema sintesi, la loro superiorità bellica nasce dalla qualità del capitale umano: sono una sorta di “spartani” della comunità musulmana sciita, devoti alla guerra al punto da ignorare i sacrifici della popolazione. Invece la qualità del personale è il grande limite della monarchia saudita, in ritardo di una generazione rispetto agli altri Paesi del Golfo come gli Emirati. Per cercare di cambiare le cose Mohammed Bin Salman nel 2018 ha evitato di affidare la guida delle forze armate a un rampollo della casa reale. Ha insediato al vertice un ufficiale senza blasone, che si era messo in luce nel conflitto contro l’Iraq del 1991 e aveva fatto carriera sotto il padre, re Abdullah: il generale Fayyadh bin Hamed Al-Ruwaili. Il comandante sta investendo sull’addestramento dei giovani sauditi, che nascono benestanti se non ricchi e non brillano per disciplina. Per molti ufficiali indossare la divisa è solo la testimonianza del rango familiare e sono riluttanti nel seguire le lezioni nelle accademie internazionali, ma pure i soldati semplici hanno standard giudicati bassi. Di fronte ad avversari temibili, che agiscono tra deserti e montagne, non riescono ad avere risultati. E la natura del territorio impedisce di ingaggiare le società di contractor, perché neppure i mercenari sanno muoversi nelle condizioni estreme dello Yemen settentrionale. Questo rende indispensabile per MBS trovare un alleato che scenda in campo al suo fianco. Si è rivolto al Pakistan, con cui ha firmato il “Patto della Mecca”: Islamabad ha truppe scelte che operano da decenni nella terribile “Zona Tribale” al confine con l’Afghanistan ma finora non risulta averle messe a disposizione di Riad. Infruttuosi, a quel che si sa, pure i tentativi di convincere il presidente egiziano Al Sisi a fornire le unità addestrate alla lotta nel Sinai, un altro scenario simile. La lezione che arriva dall’estremità del Mar Rosso è simile a quella dei campi di battaglia dell’Ucraina: nonostante le tecnologie, è la qualità delle persone a decidere i conflitti. E al momento neppure l’intelligenza artificiale e i robot riescono a supplire alle deficienze umane.

Bastone del comando: la donna che sfida Hegseth

Il generale Jennie Carignan passa in rassegna le truppe 

Il suo conflitto con gli Stati Uniti è cominciato proprio all’apice della sfida tra il presidente Donald Trump e il premier canadese Mark Carney. Lo scorso agosto il testosteronico Peter Hegseth sui social ha deriso la foto di due soldatesse del suo Paese, una recluta e un’istruttrice che si tenevano per mano. Allora il generale Jennie Carignan ha rimesso l’elmetto, come ai tempi delle missioni in prima linea in Afghanistan, per difendere con orgoglio la parità di genere dei militari canadesi: è la comandante in capo delle forze armate di Ottawa, l’unica donna ad avere questo incarico in tutta la Nato.

Una figura sorprendente, agli antipodi del machismo Maga di Hegseth: è nata in una comunità francofona del Quebec e ha imparato l’inglese solo alle scuole superiori. E racconta serenamente: “L’unica altra carriera che ho preso in considerazione è quella di ballerina. Trovo la danza veramente elegante, piena di grazia: la mia preferenza è per il flamenco”. Carignan è un ufficiale del genio guastatori: si è occupata di bonificare le mine ed eliminare gli ostacoli. Ha partecipato alle spedizioni dei caschi blu in Bosnia e nel Golan, poi è stata alla guida di un battaglione nell’Helmand, la regione dove i talebani colpivano di più: lì è sfuggita all’attentato di un kamikaze ed è stata sfiorata dall’esplosione di uno Ied, una bomba nascosta nel terreno. Dopo è stata al vertice della seconda divisione canadese, con 10 mila fanti ai suoi ordini, e infine responsabile di tutte le attività Nato in Iraq.

Il servizio operativo non le ha fatto rinunciare alla famiglia. È madre di quattro figli: a un certo punto il marito, un altro ufficiale conosciuto ai tempi dell’accademia, si è congedato per occuparsi di loro: due dei figli - un ragazzo e una ragazza - adesso sono militari. A promuoverla al massimo grado è stato il governo di Justin Trudeau nel 2024: il generale Jeannie è diventata un simbolo, facendo aumentare gli arruolamenti femminili, che formano il 15 per cento degli organici. Dicono che unisca la femminilità alla determinazione. Nel dicembre 2025 ha dichiarato: “Siamo pronti alla guerra”. Si riferiva agli scenari minacciosi del confronto con la Russia – i canadesi hanno un contingente nelle Repubbliche Baltiche –: non poteva immaginare che la tensione sarebbe cresciuta sul confine con gli States.

Macchine di guerra: l’antidoto contro i droni

Un cannone a tiro rapido del sistema Skynex 

Nel dilagare di droni che sul confine orientale dell’Europa quasi ogni notte superano la sottile linea rossa tra pace e guerra, c’è un solo scudo che si è dimostrato in grado di fermare ogni evoluzione delle bombe volanti: il sistema Skynex. È l’unico sistema che funziona in qualunque situazione e sta diventando un caso: c’è la corsa per comprarlo. È stato ordinato in varie versioni, anche semoventi, dal nostro esercito, da quello romeno, tedesco, olandese, danese, belga e da alcuni Paesi arabi: pure l’Us Army lo sto valutando. Si tratta di una batteria di cannoni a tiro rapido, progettata e costruita dalla Rheinmetall Italia alle porte di Roma. I primi sono stati donati all’Ucraina con fondi tedeschi e hanno ottenuto risultati definiti “eccezionali”: durante un singolo attacco sono riusciti ad abbattere dodici incursori, per l’esattezza undici droni e un missile da crociera.

Prestazioni altrettanto valide sono state messe a segno dai qatarini, che li hanno utilizzati contro gli Shahed iraniani. Il segreto dello Skynex sono le munizioni Ahead acronimo per Advanced Hit Efficiency and Destruction: vengono programmate da un computer mentre escono dalla canna, in modo da esplodere in tempi differenziati di poche frazioni di secondo. L’effetto è quello di creare un muro di schegge nel cielo che disintegra gli obiettivi fino a quattro chilometri di distanza. Le batterie mobili – composte da radar, centrale di tiro, sistemi optronici e quattro cannoni da 35 millimetri – costano da 70 milioni di euro in su, ma funzionano contro ogni minaccia, inclusi aerei, elicotteri e missili. Allo stesso radar – che ha un raggio d’azione di oltre trenta chilometri – si possono collegare altri armamenti come missili terra-aria e disturbatori di frequenze, formando una cupola completa a lungo raggio. Il dato più rilevante? Per distruggere un drone bastano cinque proiettili e una spesa di ottomila euro: da questo punto di vista, è l’antidoto più economico in assoluto.

L’onere delle armi: la promessa all’Ucraina

Zelensky e Macron annunciano l’accordo sui Samp-T 

Martedì scorso nella sede dell’Onu i presidenti Emanuel Macron e Volodymyr Zelensky hanno parlato delle consegne all’Ucraina dei sistemi contraerei Samp-T, delle forniture di missili pronti all’uso e dei contratti per produrli su licenza a Kiev. A luglio un documento ufficiale francese aveva presentato questa operazione, indicando come sarebbe stata realizzata insieme all’Italia, cotitolare dei brevetti. Si prevedeva che, oltre alle autorizzazioni, il nostro Paese avrebbe spedito un quantitativo di intercettori Aster 30 prelevati dalle scorte dell’Esercito, venduto un radar Leonardo Kronos e partecipato alla fabbricazione di quattro batterie Samp-T. Nessun dono: sarebbe stato tutto pagato con i fondi messi a disposizione dalla Ue.

Nero su bianco, c’era scritto che gli intercettori, fondamentali per proteggere la popolazione ucraina dall’ondata di bombardamenti russi, sarebbero stati ceduti da Francia e Italia entro ottobre. Ma per farlo il governo Meloni deve approvare il cosiddetto “decreto aiuti”, sottoposto al vaglio del comitato parlamentare Copasir. Sembrava che questo provvedimento sarebbe stato varato a luglio, poi se ne sono perse le tracce. La scadenza di ottobre – citata nel documento di Parigi – è ormai alle porte. Nell’attesa di una decisione, missili e droni russi continuano ogni giorno a provocare vittime su Kiev, Odessa e sulle altre città ucraine.

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