A Kaliningrad il fronte della paura

Militari italiani in un’esercitazione Nato
Militari italiani in un’esercitazione Nato 

Tanta forza e niente diplomazia: perché la tensione con la Russia intorno all’exclave sul Baltico diventa sempre più pericolosa

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Nulla di nuovo sul fronte orientale? Non proprio. Perché la tensione tra Russia e Nato continua a crescere e ha già superato i livelli più drammatici della Guerra Fredda. Il documento ufficiale trasmesso da Mosca, prospettando anche l’impiego delle armi nucleari per proteggere Kaliningrad – la penisola russa sul Mar Baltico incastonata nel territorio polacco – non ha precedenti. È un passo formale che suona come un ultimo avvertimento prima di arrivare a uno scontro aperto. Parla infatti di “un alto rischio di esplosione di un conflitto armato con la possibilità di attacchi russi contro i centri decisionali dei Paesi membri dell’Alleanza”.

La replica dell’Alleanza atlantica si è limitata a evidenziare il carattere difensivo dell’organizzazione, a denunciare le intimidazioni, “inclusa ogni irresponsabile retorica nucleare” e a chiedere “di interrompere la guerra ingiustificata in Ucraina”. Al centro dello scambio di missive ci sono le esercitazioni che chiudono Kaliningrad in un assedio virtuale: manovre in cui la Nato ha esibito i suoi strumenti di disturbo elettronico, capaci di accecare radar e sensori, sottolineando la superiorità tecnologica occidentale. Il Cremlino ha reagito ribadendo l’essenza del suo status di superpotenza: l’arsenale atomico.

A poco giova notare che i russi compiono assalti informatici contro le Repubbliche baltiche dal 2004 e che da ventidue anni Mig e Sukhoi si infilano nelle rotte del traffico aereo di queste nazioni senza autorizzazione, né preavviso: si comportano come se l’Urss esistesse ancora e si estendesse fino alla Polonia. La situazione è preoccupante, perché non si vede una via diplomatica che possa invertire la corsa verso l’escalation.

Cerchiamo però di mettere alcuni punti fermi. Anzitutto, nessuno nel vertice della Nato crede che in questo momento il Cremlino possa scagliare un attacco su larga scala contro uno dei membri dell’Alleanza. Lo ha dichiarato mercoledì il segretario generale Mark Rutte: “Non vi è alcuna minaccia imminente per il territorio della Nato: se dovesse verificarsi un rafforzamento militare, lo noteremmo e lo affronteremmo. Se dovesse accadere qualcos’altro, lo affronteremo comunque, perché ci siamo preparati e addestrati proprio per questo”. Rutte non ritiene fondato il pericolo nucleare: “Vladimir Putin sa che non potrà mai vincere contro la Nato. Perciò non prendo la cosa troppo sul serio”. La sua analisi è semplice, forse troppo semplice: “La Russia non sta andando bene in Ucraina ed è proprio di questo che si tratta. E ogni minuto che dedichiamo a questo è esattamente ciò che Putin vorrebbe che facessimo: essere scossi e parlare di ‘oh, cosa sta succedendo qui… cosa sta succedendo là…’. Calma, siamo più forti, andiamo avanti, continuiamo a investire e, soprattutto, assicuriamoci che l’Ucraina abbia ciò di cui ha bisogno per continuare a combattere”.

Insomma, il segretario generale della Nato ritiene che l’unica strada per contenere la Russia sia il confronto militare diretto in Ucraina e una strategia di deterrenza in Europa che replichi alle provocazioni di Mosca mostrando la determinazione a fronteggiare qualsiasi sfida, anche nucleare. “Il miglior modo di comportarsi con Putin è mantenere la calma e continuare a fare quello che la Nato sa fare meglio”, ha concluso Rutte.

Mantenere la calma però sta diventando sempre più difficile. Ogni giorno droni e missili puntano sulle frontiere europee; alcune volte le oltrepassano. I caccia della Nato decollano per intercettarli o vanno ad affiancare i jet che si avvicinano ai confini europei. Le provocazioni russe sono sempre più esplicite, come l’elicottero partito da Kaliningrad che per pochi secondi è penetrato nel territorio di Varsavia. Il pericolo che una reazione eccessiva inneschi lo scontro è sempre più presente nei discorsi dei vertici della Nato. A questo si unisce un altro fattore, che va oltre la dimensione psicologica: Polonia, Lettonia, Estonia, Lituania credono che un attacco russo non sia imminente ma che nel futuro prossimo un conflitto sia sostanzialmente inevitabile. Pure nelle capitali scandinave si sta diffondendo questa atmosfera cupa, che alimenta la tentazione di affrontare il prima possibile la resa dei conti con Mosca, sfruttando il momento di debolezza causato dalla guerra in Ucraina.

Ora, la Nato è un’organizzazione militare: non può e non deve sostituirsi alle prerogative dei governi. Porta avanti la linea della fermezza e testimonia con le esercitazioni la volontà di affrontare qualsiasi aggressione, convinta che servirà a dissuadere il Cremlino dall’intraprendere passi avventati. Da sola però non basta, senza un’azione diplomatica altrettanto determinata per costruire una “pace giusta” in Ucraina il vortice del Baltico gonfiato dai venti di guerra sarà sempre più inarrestabile.

Nella sua "Storia della Seconda Guerra Mondiale" Winston Churchill riporta un colloquio con Franklin Roosevelt all'esordio del conflitto. Il presidente Usa chiese come si sarebbe dovuta chiamare la guerra. "La guerra non necessaria", rispose Churchill, perché avrebbe potuto essere la più facile da impedire. La ricetta del premier britannico era chiara: per lui sarebbe bastato evitare i cedimenti alla Germania dei suoi predecessori, che dopo la Conferenza di Monaco avevano spinto Hitler ad aumentare le pretese. Ma nel 1939 il mondo era diverso e non c'erano le testate nucleari.

Il bastone del comando: i viceministri ucraini gemelli

I viceministri ucraini gemelli Oleksii e Ihor Reva
I viceministri ucraini gemelli Oleksii e Ihor Reva 

Un viceministro della Difesa con soltanto i gradi di maggiore è qualcosa di inconcepibile nei Paesi della Nato. Ma in Ucraina contano le capacità concrete dimostrate sul campo di battaglia. E così il maggiore Oleksii Reva ha ottenuto una delle cariche più importanti per potenziare la lotta contro i russi. Reva si è laureato nel Politecnico di Poltava e poi ha frequentato la scuola dell’aviazione ma ha scelto l’attività civile. Con il fratello gemello Ihor si è dedicato alle tecnologie digitali e alle produzioni televisive: insieme sono stati tra gli autori dello show “Mamahokhatala”, una commedia molto popolare condotta da Roman Hryshchuk, che adesso è parlamentare del partito di maggioranza.

Al momento dell’invasione, i due fratelli si sono arruolati nelle forze territoriali combattendo nella zona di Poltava e poi sono entrati nella 47ma brigata Magura. Dopo un periodo di addestramento in Germania, hanno partecipato alla sfortunata grande offensiva dell’estate 2023. Dal 2024 hanno messo le loro competenze al servizio delle forze armate, contribuendo alla formazione degli ufficiali dell’Aeronautica, collaborando con l’intelligence militare e lo Stato maggiore.

Si sono occupati soprattutto della digitalizzazione: hanno messo a punto sia il sistema online che gestisce le pratiche dei soldati, sostituendo i vecchi fascicoli dei militari, sia la rete che permette lo scambio di informazioni e dati operativi sui tablet, fondamentale per i reparti al fronte. I risultati li hanno fatti promuovere entrambi. Ihor Reva è viceministro dei Trasporti e delle Infrastrutture; Oleksii Reva dal 23 settembre ha lo stesso incarico alla Difesa. Hanno la delega alla digitalizzazione, uno degli elementi fondamentali con cui gli ucraini cercano di sconfiggere i russi.

Macchine di guerra: dilaga lo sciame dei droni jet

Un drone jet russo Geran 5
Un drone jet russo Geran 5 

Ancora una volta, l’esordio di una nuova generazione di droni mette in discussione l’organizzazione delle difese e rende obsoleti armamenti introdotti da pochi mesi. Nel caso dei velivoli con propulsione a reazione progettati dai russi gli effetti sono ancora più radicali: hanno prestazioni simili ai missili cruise ma costano meno di un decimo e si fabbricano in tempi ridottissimi.

Attualmente l’economia bellica del Cremlino consegna quasi tremila Geran 4 e Geran 5 al mese, con numeri in costante aumento. L’efficacia è drammaticamente dimostrata dai danni inflitti agli ucraini nel corso dell’estate: solo i missili terra-aria o aria-aria riescono ad abbatterli, ossia gli strumenti che l’esercito di Kiev non sta ricevendo, e questo sta permettendo ai russi di distruggere obiettivi finora irraggiungibili.

L’analisi degli esemplari precipitati al suolo rivela come i progettisti di Mosca abbiano adottato soluzioni semplici e sorprendenti, quasi sempre attraverso apparati made in China. L’introduzione dei mesh router trasforma ogni drone in uno snodo per lo scambio di dati e per prolungare la trasmissione delle informazioni raccolte dalla telecamera: oltre a carpire immagini durante l’intero volo, offre la possibilità di fare agire i robot alati come uno sciame e dirigerli sui bersagli con un’altissima precisione a distanze di oltre cinquecento chilometri. Il tutto con una spesa complessiva per un Geran 5 stimata in 115 mila euro.

L’attività di sviluppo procede a ciclo continuo: è già pronto il successore del Banderol S8000 – che ha la caratteristica di venire lanciato da droni madre, elicotteri e caccia – che si chiama DAN-T e promette prestazioni superiori con un prezzo inferiore. Anche la risposta ucraina sta entrando rapidamente in produzione: è la versione a reazione dello Sting, il drone-intercettore concepito dalla Wild Hornet, una delle prime aziende di Kiev passate dalle dimensioni della startup a quelle di una fabbrica internazionale.

L’onere delle armi: DDX, lo scudo antimissile della Marina

Il rendering dei nuovi cacciatorpediniere DDX
Il rendering dei nuovi cacciatorpediniere DDX 

Saranno i bastioni antimissile della nostra Marina, più moderni delle altre navi. Il contratto per i due nuovi cacciatorpediniere DDX è stato firmato la scorsa settimana: prevede una spesa di 3,7 miliardi di euro; 1,8 miliardi andranno a Fincantieri e 1,7 a Leonardo. L’accordo è stato formalmente siglato tra Orizzonte Sistemi Navali (OSN), joint venture tra Fincantieri (51%) e Leonardo (49%), e l’OCCAR (Organisation Conjointe de Coopération en matière d’Armement), l’organizzazione europea per i programmi militari. Riguarda lo sviluppo, la produzione, gli studi logistici e l’Initial In Service Support.

Della cifra complessiva, 1,3 miliardi sono indicati come opzione ossia dotazioni che verranno finanziate con i futuri bilanci. La consegna del primo DDX è prevista nel 2033, il secondo due anni dopo. Sarà soprattutto – ma non solo - la declinazione navale del Michelangelo Dome: una cupola in grado di intercettare i missili balistici e ipersonici, facendo scudo a una parte rilevante del territorio nazionale. La lunghezza dovrebbe essere di 180 metri, con un dislocamento di 13,500 tonnellate, un equipaggio di 251 persone e un’autonomia di 7400 chilometri. La caratteristica più impressionante sono le ottanta celle verticali per il lancio di missili.

Oltre ai Teseo antinave, non è chiaro quale sarà lo strumento d’attacco a lungo raggio: l’ipotesi di adottare i cruise Tomahawk statunitensi è stata esclusa da tempo e ora si guarda ai nuovi progetti europei di Mbda. La protezione ravvicinata sarà garantita da tre cannoni da 76/62 con munizionamento guidato e da mitragliere Lionfish da 30 millimetri. Il ponte di volo permetterà l’atterraggio di elicotteri Chinook o convertiplani Osprey mentre le capacità antisottomarino conteranno su un sonar integrato nella chiglia, uno trainabile e siluri MU90. Sarà anche un hub per la gestione di droni volanti, marittimi e subacquei. Si tratta di un salto tecnologico rispetto ai due cacciatorpediniere Durand de la Penne e Mimbelli che devono sostituire: dopo oltre trent’anni di servizio, entrambi sono già nella riserva dimezzando le capacità nel settore previste dalla Nato per l’Italia.

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