L’Africa dilaniata dalle guerre nel disinteresse Ue
di Gianluca Di FeoL’epidemia di conflitti in Africa continua ad allargarsi nel disinteresse globale. Ogni settimana si aprono nuovi fronti, che portano la guerra tra popolazioni sempre più povere. Se non per un principio di civiltà, sarebbe necessario agire per fermare la corsa al massacro anche per solo opportunismo: sappiamo tutti che questo abisso di violenza e disperazione è destinato ad avere un impatto sull’Europa. Eppure l’Ue è completamente assente. Vladimir Putin sa curare i suoi interessi: ha appena riunito a Mosca capi di governo e rappresentanti delle organizzazioni del Continente. E il grande vuoto generato dalla ritirata statunitense e dall’espulsione dei francesi non viene riempito soltanto dai russi: entrano in gioco potenze regionali ansiose di estendere l’influenza e controllare le materie prime. Dopo la Turchia è la volta degli Emirati Arabi e dell’Algeria, che con un passo storico ha annunciato questa settimana l’invio di truppe nel Niger.
Un rapido esame della mappa geografica most…
L’epidemia di conflitti in Africa continua ad allargarsi nel disinteresse globale. Ogni settimana si aprono nuovi fronti, che portano la guerra tra popolazioni sempre più povere. Se non per un principio di civiltà, sarebbe necessario agire per fermare la corsa al massacro anche per solo opportunismo: sappiamo tutti che questo abisso di violenza e disperazione è destinato ad avere un impatto sull’Europa. Eppure l’Ue è completamente assente. Vladimir Putin sa curare i suoi interessi: ha appena riunito a Mosca capi di governo e rappresentanti delle organizzazioni del Continente. E il grande vuoto generato dalla ritirata statunitense e dall’espulsione dei francesi non viene riempito soltanto dai russi: entrano in gioco potenze regionali ansiose di estendere l’influenza e controllare le materie prime. Dopo la Turchia è la volta degli Emirati Arabi e dell’Algeria, che con un passo storico ha annunciato questa settimana l’invio di truppe nel Niger.
Un rapido esame della mappa geografica mostra la tracimazione degli scontri che ormai si estendono dal Mar Rosso fino alle soglie dell’Atlantico. Con una nota tecnica: milizie etniche e gruppi jihadisti hanno imparato a usare i droni, moltiplicando la letalità degli attacchi. Lunedì scorso un raid di velivoli telecomandati sul mercato della città sudanese di Nyala ha ucciso oltre cento persone e ne ha ferite 150. Non solo. Tutti i belligeranti stanno cominciando a utilizzare l’intelligenza artificiale per rinforzare e profilare la propaganda sui social: una capacità in cui primeggiano gli affiliati di Al Qaeda.
Ogni mese scoppia una guerra. L’ultima in Etiopia, che rispetto a quattro anni fa non è solo tribale perché coinvolge sempre più l’Eritrea. Nel 2019 il primo ministro di Addis Abeba, Abiy Ahmed, ha ottenuto il Nobel per la Pace proprio per la soluzione della contesa ventennale con Asmara; adesso si riparte da zero. A sud c’è la Somalia, dove la presenza turca è sempre più rilevante, che viene tormentata dall’insurrezione islamista degli Shabab e ora si misura con le ambizioni di indipendenza del Somaliland, riconosciuto finora solo da Israele.
Più a nord c’è il Sudan dove la lotta tra la giunta militare e i suoi ex alleati delle feroci Rapid Support Force sta creando una carneficina immane: si ipotizza che dal 2023 ci siano stati duecentomila morti e 24 milioni di abitanti sopravvivano in condizioni precarie. Qui come in Etiopia viene sottolineato il ruolo degli Emirati Arabi, che forniscono armamenti d’ogni tipo inclusi sofisticati droni a lungo raggio alle Rsf: aiuti che vengono fatti affluire in Sudan dal Ciad e che spesso i militari tentano di intercettare varcando i confini.
Nella Repubblica Centrafricana c’è una situazione paradossale: il governo è sostenuto da un contingente russo che convive con una missione dell’Onu forte di 15 mila caschi blu africani. I soldati delle Nazioni Unite sono accusati di inefficienza; quelli del Cremlino di brutalità sui civili. Le autorità di Bangui controllano una parte limitata del Paese, dove imperversano due coalizioni di guerriglieri, mentre Mosca si è impossessata delle concessioni minerarie più ricche.
Il focolaio più preoccupante è il Sahel: Niger, Mali, Burkina Faso. Nazioni tanto grandi quanto povere, dove si accanisce pure l’impatto del riscaldamento globale che desertifica i pascoli dei pastori e affama i contadini. Al potere ci sono tre giunte golpiste che hanno espulso gli occidentali – solo l’Italia mantiene una piccola base d’addestramento a Niamey – e fatto arrivare i russi. Le tre giunte si sono federate per contrastare l’insurrezione islamista con risultati deprimenti. Lì stanno dilagando gli eredi più dinamici di Al Qaeda: JNIM – acronimo per Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin –, un movimento pragmatico nelle alleanze e nell’evitare eccessi fondamentalisti, con ottomila combattenti addestrati che usano quadricotteri e comunicazioni satellitari.
Reclutano giovanissimi con spot sui social fabbricati con l’Ia, che traduce i proclami in tutte le lingue della moltitudine di etnie. Nel Mali i miliziani da oltre un anno bersagliano i trasporti verso Bamako, poi lo scorso 25 aprile hanno lanciato assieme ai tuareg del Fronte di Liberazione dell’Azawad (FLA) un’offensiva su più fronti: hanno attaccato la capitale, uccidendo il ministro della Difesa garante delle intese con i russi; occupato la città di Kidal e assediato diversi fortini dell’esercito nazionale. Oltre che sul Mali Jnim è concentrato sul Burkina Faso mentre in Niger si scontra con la filiale dell’Isis: cerca di allungare i tentacoli verso Nigeria e Benin, oltre a costruire appoggi logistici nei Paesi della fascia atlantica.
Nonostante l’appoggio di Mosca, le giunte golpiste appaiono debolissime e questo sta provocando l’intervento dell’Algeria: diplomatico nel Mali, puntando a dividere tuareg e qaedisti; diretto nel Niger con l’invio di truppe. La partita nel Sahel può condizionare quella in Libia, che dopo la fine del regime di Gheddafi rimane in perenne instabilità. I disegni dell’amministrazione Trump per riunificare il Paese superando l’ostilità tra il governo di Tripoli e l’autorità del generale Haftar sulla Cirenaica faticano a superare gli interessi russi e turchi. E i gruppi tribali dediti al traffico di uomini e di petrolio quest’estate hanno cominciato a usare droni per i loro regolamenti di conti.
Fermiamoci qui, perché il panorama è già abbastanza drammatico. Abbiamo davanti una terra desolata, dilaniata da problemi profondi e con una popolazione giovane che non ha speranze. Quale sarà l’effetto di guerre e miserie? Facile prevedere che l’onda lunga del caos prima o poi si rovescerà sull’Europa, a partire dall’Italia, sotto forma di spinte migratorie e infiltrazioni terroristiche. Allo stesso tempo, lo sviluppo dell’Africa può rappresentare un’opportunità strategica per l’Ue. È il concetto di fondo del Piano Mattei lanciato dal governo Meloni: una buona idea, che resta velleitaria perché un singolo Paese non può contenere questo vortice di violenza.
Il bastone del comando: il regista del riarmo tedesco
Il generale Carsten Breuer è il condottiero del riarmo tedesco. In patria si è fatto conoscere per la gestione dell’emergenza Covid, poi nell’ottobre 2022 è stato messo al vertice del neocostituito comando militare per la sicurezza interna, creato dopo l’invasione dell’Ucraina. Sei mesi dopo Eberhard Zorn, l’ispettore generale equivalente al nostro capo di Stato maggiore della Difesa, è stato cacciato: aveva dichiarato che l’esercito di Kiev non era in grado di lanciare un’offensiva su larga scala, facendo irritare il ministro e tutta la Nato. Aveva ragione: l’operazione partita nel giugno 2023 è stata un fallimento. Al suo posto si è insediato Breuer che ha iniziato a trasformare radicalmente la Bundeswehr con l’obiettivo di renderla in grado di affrontare un conflitto con la Russia entro il 2029. Il suo mantra, ripetuto in frequenti interviste, è che l’aggressività di Mosca continuerà a crescere e tutti i Paesi della Nato hanno bisogno di potenziare le forze armate: “Gli europei devono considerare la difesa come la base per garantire prosperità e sviluppo”.
Breuer si è arruolato a 19 anni nel 1984, ha guidato un reparto nel Kosovo – la prima grande operazione fuori dai confini della Germania – e la sua formazione è iniziata dalla contraerea per passare ai reparti meccanizzati. Non ha modi marziali: sembra un insegnante di liceo e parla con voce bassa, quasi melliflua. Eppure è un motore di attività, ispirate dal ritenere che “questo sia il momento più pericoloso e che richiede massima urgenza. Dobbiamo prepararci allo scenario peggiore”. Così Berlino sta pianificando un piano di crescita senza precedenti, con l’ambizione di diventare la più grande forza militare europea.
L’organico dell’esercito sta passando da 182 mila a 200 mila unità con l’obiettivo di arrivare a 240 mila entro il 2030 a cui si aggiungerà una riserva di altri 200 mila. C’è stato uno stanziamento straordinario di cento miliardi; il bilancio per la Difesa del 2025 è stato di 95 miliardi e passeranno a 162 miliardi nel 2029. Sotto la regia di Breuer cambia anche l’industria nazionale, che oltre a dilatarsi viene obbligata a produrre le innovazioni ucraine. Le sue priorità? “Ci servono strumenti di intelligence, droni, capacità di sorveglianza e comunicazione satellitare, strumenti di precisione per l’attacco a lungo raggio”. Tutto quello che finora veniva garantito dagli Stati Uniti.
Proprio per supplire al ritiro americano dal Vecchio Continente, per la prima volta un intero corpo d’armata tedesco sarà dislocato stabilmente all’estero: in Lituania, a ridosso di Kaliningrad, sul fronte più caldo del confronto con la Russia. Insomma, una rivoluzione che spaventa molti nel resto del Continente e che in Germania ha vasto consenso. Breuer dice di credere nel ruolo tedesco di motore dell’Ue e sottolinea ossessivamente la necessità di cooperazione con i partner: la deterrenza per dissuadere Mosca ha bisogno di una larga alleanza, con o senza gli Stati Uniti. E porterà avanti la sua visione nella Nato: dalla prossima primavera sostituirà l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone alla presidenza del Comitato militare atlantico.
Macchine di guerra: la tempesta venuta dal passato
Lo Storm Shadow è l’unica arma a lungo raggio interamente europea. Uno strumento concepito nel tramonto della Guerra Fredda, poi entrato in azione nelle missioni occidentali contro le dittature arabe di Bagdad, Tripoli e Damasco oltre che contro l’Isis. A mettere in luce le sue capacità operative è stato però il conflitto in Ucraina. Gli attacchi della scorsa settimana contro due fabbriche russe fondamentali per la produzione bellica – Energia e Proton – hanno dimostrato come i costosi missili ad alta tecnologia siano ancora insostituibili: ottengono risultati che i droni e gli altri ordigni low cost non possono raggiungere.
Pochi Storm Shadow hanno provocato danni gravissimi alle due industrie. Sono arrivati sui bersagli superando una barriera contraerea massiccia, li hanno colpiti con precisione e con testate che contengono 450 chili di esplosivo. Il missile è stato prodotto dal consorzio europeo MBDA con il coinvolgimento di Francia, Germania, Gran Bretagna e un contributo minore italiano. Le versioni nazionali hanno alcune differenze e nomi diversi: Storm Shadow per britannici e italiani, Scalp per i francesi, Taurus per i tedeschi. Viene lanciato in volo dai caccia Tornado, Eurofighter, Mirage 2000, Rafale e Gripen mentre gli ucraini lo hanno adattato ai Sukhoi SU24 di epoca sovietica.
Il sistema di guida trova la rotta riconoscendo il terreno: ha una programmazione complessa perché bisogna inserire nella memoria le immagini satellitari dei punti di riferimento, ma non può essere disturbato. Resta a bassa quota, viaggiando a circa 800 chilometri orari, poi si alza prima di piombare sull’obiettivo che riconosce con una telecamera a infrarossi. Il raggio d’azione degli ultimi esemplari dovrebbe arrivare a 4-500 chilometri. La sagoma con un diametro massimo di 48 centimetri ha un profilo stealth che lo aiuta a sfuggire ai radar.
L’Ucraina ne ha ricevuti parecchie decine da Londra, Parigi e una manciata pure da Roma: sono stati i protagonisti degli attacchi più rilevanti, soprattutto contro i comandi russi. Nel 2025 MBDA ha annunciato che la produzione sarebbe stata ripresa ben 15 anni dopo l’ultimo ordine nel Vecchio Continente: una scelta dettata dai risultati ma anche dall’assenza di alternative. Non ci sono dati chiari sul prezzo: stime parlano di due milioni e mezzo di euro, ma sembrano riduttive. I nuovi droni d’attacco Geran 5 russi vengono meno di 150 mila euro, ma non garantiscono l’efficacia del veterano europeo.
L’onere delle armi: il carro armato invisibile
C’è una nuova invenzione italiana, più politica che bellica: il carro armato invisibile. Quasi un mese fa è stato firmato il contratto per l’acquisizione dei nuovi tank che, stando alle fonti più accreditate come la rivista RID, prevede un investimento di 3,4 miliardi. Ma il governo non ne parla: silenzio assoluto. Non sembra volontà del ministro Guido Crosetto, quanto una scelta dettata dal clima di campagna elettorale e dalla vecchia regola che “parlare di Difesa fa perdere voti”.
Le spaccature dentro e fuori la maggioranza sulla spesa militare sono sotto gli occhi di tutti ma è altrettanto chiaro come lo scenario mondiale sia cambiato in maniera drammatica. Questo contratto nasce dagli impegni presi con la Nato per la creazione di due brigate pesanti, per le quali servono oltre 250 carri armati che non abbiamo. Il programma con un costo esplicito superiore a otto miliardi è stato approvato dalle Commissioni parlamentari due anni fa: non c’è nulla di segreto. Nel frattempo, è cambiata la scelta del modello, passando dal Leopard 2 a una variante italianizzata del Panther costruita dal consorzio tra Leonardo e Rheinmetall.
Anche ogni passaggio di questa operazione industriale è stato ampiamente pubblicizzato. L’ipocrisia nel campo della Difesa continua a essere la regola dei governi, che preferiscono agire tacendo. Una linea che nega i principi democratici di trasparenza e non aiuta a diffondere la consapevolezza dell’importanza della sicurezza nazionale in un mondo dominato purtroppo soltanto da rapporti di forza.