Così la Difesa italiana si sta preparando alla guerra al tempo dei droni
di Gianluca Di FeoQuesta è la nuova uscita della newsletter La sottile linea rossa di Gianluca Di Feo. Iscriviti qui.
L’atmosfera littoria dei palazzoni della Cecchignola, la città militare alle porte della Capitale, restituisce un clima da marmittoni della leva. Proprio in questi locali però si discute e si sperimenta il futuro dell’Esercito, discusso la scorsa settimana in un convegno con generali, manager del settore e giornalisti: un confronto molto diretto tra ufficiali e civili. Perché – come ha evidenziato il generale Giuseppe Gagliano - “nessuno sguardo, da solo, è oggi sufficiente”.
Il tema centrale, ovviamente, sono i droni. La certezza è che si avanza in una terra ignota, dove la rapidità dell’innovazione rende impossibile definire la trasformazione della forza armata. Di fatto, siamo davanti a una rivoluzione permanente. Il capo di Stato maggiore, Carmine Masiello, ha sottolineato che non si può ipotizzare se l’organizzazione avrà la stessa struttura di oggi, basata su brigate e reggimenti…
Questa è la nuova uscita della newsletter La sottile linea rossa di Gianluca Di Feo. Iscriviti qui.
L’atmosfera littoria dei palazzoni della Cecchignola, la città militare alle porte della Capitale, restituisce un clima da marmittoni della leva. Proprio in questi locali però si discute e si sperimenta il futuro dell’Esercito, discusso la scorsa settimana in un convegno con generali, manager del settore e giornalisti: un confronto molto diretto tra ufficiali e civili. Perché – come ha evidenziato il generale Giuseppe Gagliano - “nessuno sguardo, da solo, è oggi sufficiente”.
Il tema centrale, ovviamente, sono i droni. La certezza è che si avanza in una terra ignota, dove la rapidità dell’innovazione rende impossibile definire la trasformazione della forza armata. Di fatto, siamo davanti a una rivoluzione permanente. Il capo di Stato maggiore, Carmine Masiello, ha sottolineato che non si può ipotizzare se l’organizzazione avrà la stessa struttura di oggi, basata su brigate e reggimenti, perché non è chiaro quanti droni volanti e terrestri sarà necessario schierare: un numero che sarà di gran lunga superiore a quello degli umani. Allo stesso tempo, non si possono riempire i magazzini di strumenti che diventano obsoleti entro un anno.
Ecco che la riforma si articola in due capisaldi. Il primo è abituare tutti i militari a convivere con i robot: “Si devono rendere conto – è la parola d’ordine di Masiello - che ormai il drone è come il fucile, fa parte del loro zaino”. Stanno venendo distribuite stampanti 3D per permettere di costruire in caserma i quadricotteri, approfondendo così la conoscenza delle macchine. Nei vertici c’è la consapevolezza che i soldati, una generazione di nativi digitali, abbia competenze e manualità superiori alle loro. Si stimolano così gli input dal basso, invertendo i ruoli della gerarchia. “I droni – ha detto il generale Lorenzo D’Addario - devono essere messi nelle mani delle unità sul terreno, perché sono i soldati che con la loro capacità di sentire, comprendere e concettualizzare devono essere messi in grado di guardare le opportunità e agire di iniziativa”.
Facendo un giro negli stand del Villaggio della Difesa, allestito al Circo Massimo per le celebrazioni del 4 Novembre, si percepivano i segni del cambiamento: di droni se ne vedevano tanti, quasi tutti made in Italy. E qui sta il secondo elemento chiave: potere fornire in tempi minimi grandi quantità di strumenti allo stato dell’arte. “Dobbiamo essere in grado di immaginare cosa succederà, ed essere più rapidi – è la sintesi di Masiello -. Formeremo piloti perché se succede qualcosa, avremo i piloti; e poi, in caso di necessità, le aziende ci supporteranno con i droni. È necessario fare sistema, mettersi in sinergia e far sì che il Paese sia pronto a strutturarsi per l’era dell’intelligenza artificiale”. Questo implica un cambiamento nei rapporti con le aziende, con una rivoluzione dei contratti – che oggi hanno procedure di lentezza incompatibile con le dinamiche belliche – e nelle filiere. Si tratta di unire la sovranità tecnologica a quella produttiva: essere indipendenti – in attesa che nasca una vera Europa della Difesa – nei brevetti e nelle catene di montaggio.
C’è un esempio che è stato citato: quando ci si è rivolti agli Stati Uniti per acquistare altri missili contraerei spalleggiabili Stinger, l’azienda ha prospettato una lista d’attesa di parecchi anni e un prezzo altissimo, dettato dalle richieste di mercato. Allora la componente italiana del consorzio europeo MBDA ha proposto la realizzazione di un nuovo missile, con prestazioni superiori e consegne in tre anni dall’ordine: il Fulgur pare destinato a rispettare le promesse ed essere disponibile per il 2028. Una vera sfida, lanciata da Lorenzo Mariani che ora è alla guida di Leonardo. Mariani ha parlato dell’impegno per far crescere la filiera di piccole e medie imprese indispensabile per raggiungere la “sovranità industriale”. Una questione determinante per tutti i settori e soprattutto in quello dei droni. Finora in Europa e negli Usa i Big non si interessavano dei velivoli unmanned e low cost: adesso c’è una svolta, che pure Leonardo sembra volere intraprendere. In Italia oggi a offrire droni volanti ci sono società dinamiche e meno strutturate – tra cui Sky Eye, Siralab, General Defence, Xplora, Alpi Aviation – che devono fare un salto di qualità. Parlare di mezzi senza pilota implica necessariamente discutere pure di intelligenza artificiale e di quanto influirà sulla gestione dei conflitti. Qui c’è un punto chiaro: le nostre forze armate non cederanno il controllo di un’arma letale all’algoritmo. Ci sarà sempre un essere umano a prendere la decisione più importante.
Il bastone del comando: il manga del riarmo nipponico
Il Giappone si prepara a un aumento della spesa militare senza precedenti: nei prossimi cinque anni gli stanziamenti potrebbero praticamente raddoppiare, con un investimento complessivo di 500 miliardi di dollari. La proposta è stata formulata dalla premier Sanae Takaichi ma vede protagonista il ministro della Difesa Shinjiro Koizumi, l’artefice della nuova strategia nipponica.
Koizumi ha 45 anni, ha già avuto altri incarichi di governo ed è parlamentare da 17 anni: ha ereditato i voti del padre, che è stato premier e leader del Partito Liberal Democratico di matrice conservatrice-nazionalistica. Ha una laurea alla Columbia e un apprendistato al Center for Strategic and International Studies che lo rende padrone della materia. Il suo impegno principale è diplomatico: stendere una rete di alleanze militari e industriali con potenze medie per compensare l’allontanamento degli Usa di Donald Trump, sensibile pure in Asia. Uno dei capisaldi di questa linea è il progetto Gcap per il caccia di sesta generazione con Gran Bretagna e Italia.
La corsa agli armamenti nasce da considerazioni semplici: l’arcipelago è circondato di nemici agguerriti e dotati di testate nucleari. Cina, Russia, Corea del Nord, sempre più affiatate tra loro mentre i rapporti di Tokyo con Seul sono condizionati dalle ferite dell’imperialismo nipponico. Va sottolineata la trasparenza delle scelte, che si è concretizzata nella pubblicazione del dossier sui piani della Difesa voluta da Koizumi: un testo monumentale scritto per il grande pubblico, con una chiarezza sorprendente. Chi siano i destinatari lo indica la copertina realizzata da una giovane illustratrice specializzata in manga: una città futuristica in cui un gruppo di giovani sorride e scherza. Lo slogan del documento è “Trasformare l’incertezza per il futuro in speranza”.
Macchine di guerra: la nuova stagione delle mimetiche
Il gadget più in voga però sono i “mantelli dell’invisibilità” che riducono la traccia infrarosso di esseri umani e mezzi. Sul fronte ucraino sono molto diffusi, ma pure gli hezbollah libanesi e i pasdaran iraniani li impiegano. Il catalogo dell’azienda italiana ProApto sembra un manuale di magia, con disegni per confondersi in ogni ambiente senza lasciar trapelare il calore. L’obiettivo principale di tutti questi cambiamenti è sfuggire alla ricognizione dei droni: non farsi scoprire dall’alto e occultare il soldato dalle telecamere ad infrarossi. La sfida da cui dipende la sopravvivenza.
L’onere delle armi: lo spazio cyber della Difesa
Nella Commissione del Senato prosegue l’esame della riforma della Difesa elaborata dal ministro Guido Crosetto. È un testo importante per la nostra democrazia, che introduce numerosi provvedimenti necessari e altri forse discutibili: meriterebbe maggiore attenzione da parte del Parlamento e dell’opinione pubblica. Uno dei capitoli più delicati e urgenti è il ruolo dei militari nella “Guerra ibrida” e soprattutto nella protezione degli attacchi cyber: articola il potenziamento delle capacità delle forze armate, con la fusione tra questa attività e quella del Reparto Informazioni e Sicurezza ossia l’intelligence dei militari. E vuole definire il perimetro dello “Spazio cyber per la difesa e la sicurezza militare dello Stato, sin dal tempo di pace”. Significativa la creazione di un “centro interforze di addestramento per il combattimento e per il contrasto alla minaccia ibrida”.
In tutta Europa la consapevolezza di essere diventati campo di battaglia di un conflitto nuovo, combattuto nella zona grigia, sta spingendo ad adottare misure innovative. Spesso, come in Germania, vengono concessi più poteri all’intelligence e ai militari, introducendo però contrappesi parlamentari e autorità di controllo. Da noi c’è il rischio che anche l’esame della riforma resti nell’ombra.