Buongiorno, e rieccoci con London Eye, dopo la pausa estiva. Appena tornato a Londra, sono andato immediatamente a Birmingham per la conferenza annuale di Reform UK, il partito di Nigel Farage. Perché qui, da tradizione, settembre è il mese delle conferenze nazionali di tutti i partiti e sono interessanti occasioni per entrare nel cuore della politica britannica e dei suoi protagonisti. Perché sono presenti i leader, gli iscritti, i sindacati, i finanziatori, gli sponsor e altri illustri ospiti. Insomma, si capisce davvero la “macchina” che fa girare la politica britannica, molto spesso ci si imbatte in notizie o scoop, e poi si fanno tanti contatti e fonti che torneranno utili per tutto l’anno…
Ma torniamo a Farage. Nonostante le eccentricità sparse - date un’occhiata alle foto sparse in questa newsletter - è stata una conferenza, quella di Reform, per certi versi deprimente - quasi quanto quella dei tories l’anno scorso - che ha certificato una cosa: Farage non è mai stato così in difficoltà. E non è mai stato così vicino a lasciare la guida del partito, e forse anche la politica. Tanto che in varie interviste ha rivelato che “la mia famiglia vuole che io mi dimetta e abbandoni per sempre il mio lavoro, perché sono preoccupati per me. Sinora ho resistito…”.
Ma mettiamo le cose in ordine. Innanzittutto, c’è stato lo scandalo scatenato da uno scoop di Verbatim Investigations e Channel 4 che ha gettato un’ombra pesantissima e indelebile sulla conferenza, in cui Farage e i suoi due stretti collaboratori sono stati pizzicati a discutere di potenziali finanziamenti illeciti al partito, nella fattispecie di 500mila euro dall’estero, come dimostrato diversi filmati registrati in incognito dai giornalisti. Qui trovate tutta l’incrediible storia, che ha provocato il siluramento del capo politico del partito, James Orr, ma soprattutto di Dan Jukes, l’onnipresente braccio destro di Farage. Sono stati come padre e figlio per vent’anni: con il consigliere supremo che lo assisteva su tutto, dalle geniali strategie comunicative fino a servirgli le pinte al pub. Ma il leader della destra populista britannica ha cacciato Jukes dal suo partito Reform UK, derubricandolo “a un contractor con mancanza di giudizio”. È l’ingloriosa fine di uno storico sodalizio politico, che mostra la disperazione di Farage per uscire da un vicolo sempre più cieco.
Con i due licenziamenti, Farage ha provato a uscire dall’angolo e spacciarsi come vittima all’establishment. Ma se nelle controversie precedenti, come quella della nebulosa donazione da 5 milioni di sterline in criptovalute da parte del miliardario di destra Christopher Harborne, il leader si è provato a difendersi con le unghie e con i denti, stavolta è stato molto più difficile: perché, appunto, c’erano i video, a tratti inequivocabili e indiscutibili, che hanno avuto un impatto mediatico devastante, anche sui sostenitori più fedeli di Farage, e che hanno messo effettivamente all’angolo il re della Brexit. Tanto che in una intervista alla Bbc, Farage ha provato a sostenere di “non esser stato neanche a sentire quei falsi finanziatori” (impersonati da giornalisti e attori). Poco credibile, per un politico esperto e acuto come lui.
In ogni caso, a sentire gli umori nella conferenza, almeno Farage sembra ancora avere con sé i suoi sostenitori. Ma il suo problema vero ora è che sembra molto meno appetibile agli elettori che non sono suoi fan, che erano tentati di votare per lui e che ora però sembrano molto più riluttanti a dargli il loro voto, alla luce di questi ultimi scandali. Non a caso, Reform oramai ha “plafonato” nei sondaggi a circa il 22%. Il Labour del nuovo premier Andy Burnham non è che faccia di molto meglio (23-24%) ma il partito di Farage, grazie alla sua retorica sui migranti, fino a qualche mese fa veleggiava intorno al 30% e ha stravinto le elezioni locali amministrative dello scorso maggio.
Da allora, però, Reform ha iniziato a crollare, per gli scandali donazioni, una dubbia elezione suppletiva innescata per lo stesso motivo e vinta contro “Count Binface” e poi ovviamente l’arrivo di Burnham a Downing Street, che sta riconquistando parte di quei voti operai e della working class negli ultimi tempi ammaliati da Farage. Per non parlare dell’arrivo, a destra, di Rupert Lowe, un suo ex deputato più estremista di Farage, al quale sta rubando molti voti.
Farage dunque è sulla via del declino? Mai dire mai, perché la politca britannica è piena di capovolgimenti, la questione migranti sarà ancora decisiva e poi potrebbero esserci elezioni anticipate l’anno prossimo (invece del 2029), perché Burnham potrebbe essere tentato dall’ottenere un mandato tutto suo, e non ereditato da Starmer. Ma di certo, Farage non è mai apparso così debole negli ultimi due anni.
Nigel Farage @ REUTERS/Hollie Adams
Nel frattempo sono spuntati trecento incappucciati anti-migranti a bloccare il porto e le arterie principali di Dover, e qualcosa di simile è successo due giorni fa a Portsmouth, e sapete chi c’è dietro? Non Tommy Robinson, ma un altro inquietante leader della protesta xenofoba (anzi, è qualcosa di più di una protesta). A proposito di destra, su Vannacci ho intervistato l’ex attache militare britannico a Mosca John Foreman, che mi ha raccontato di una indimenticabile cena nella capitale russa “in cui capii davvero chi era l’ex generale italiano”, ma ho sentito anche Yascha Mounk sul trionfo dell’Afd in Sassonia-Anhalt che spiega perché “dovremo abituarci a convivere con questo populismo di estrema destra per almeno i prossimi venti-trenta anni”. Questa è la “cappella sistina” britannica, secondo alcuni. E lo sapevate che la piscina più alta del mondo si trova proprio a Londra? Mentre queste sono le 10 città britanniche dove l’affitto è più costoso rispetto alla media salariale, secondo un nuovo studio di Tradefix Direct.
Il pub della settimana è un bar, il Connaught Bar, se volete un cocktail posh, soprattutto i loro proverbiali martini - avvertenza, non si può prenotare un tavolo.
Mentre il ristorante della settimana è il vicino St Mount Restaurant, uno squisito Modern British - consigliata la Wellington Beef.