Avocado, il frutto tropicale che ha trovato casa in Sicilia
di Michele RazzettiL’avocado continua a sedurre i palati di mezzo mondo. Un successo che è cresciuto insieme ad alcune perplessità sull’impatto ambientale della sua coltivazione, soprattutto nei paesi dell’America centrale e meridionale. Avocado toast, salsa guacamole, uramaki giapponesi e la poke: chi ha a cuore le sorti del pianeta dovrebbe quindi rinunciare a tutto ciò? La risposta non può che essere "dipende".
(Infografiche animate a cura di Gedi Visual)
Nel nostro piccolo ciò che possiamo fare è prestare attenzione alla provenienza: forse non tutti sanno, infatti, che anche in diverse regioni dell’Italia meridionale è coltivato, fra cui Calabria e Puglia. Ma tra tutte, è la Sicilia la regione in cui la vocazione all’avocado sta crescendo a ritmo più sostenuto. Proprio qui già negli anni Sessanta iniziarono i primi studi sulla sua coltivazione come ci spiega Vittorio Farina, docente di Arboricoltura Tropicale all’Università di Palermo. Un’attenzione che nel tempo ha permesso di accumulare una conoscenza robusta su questa coltura che negli ultimi anni si è espansa notevolmente, complice una richiesta da parte del mercato che – ci dicono diversi produttori – talvolta supera addirittura l’offerta.
Sia Passanisi sia Mirko Caracci, le cui Tenute Caracci da quattro anni hanno iniziato a coltivare il frutto esotico su mezzo ettaro nel trapanese, ci assicurano di non ricorrere a pesticidi di cui in Sicilia secondo lo stesso Farina non c’è bisogno. Questo anche perché, come spesso accade nei casi in cui una coltura viene portata in un luogo diverso da quello in cui si trovava in origine, in Italia non ci sono gli avversari naturali che la pianta deve fronteggiare in America. Gli unici due antagonisti che deve affrontare sono semmai il freddo – a pochi gradi sotto lo zero, le piante muoiono – e il vento. "Il problema principale è il clima: non si può coltivare ovunque. In Sicilia ho visto molti impianti morti" osserva Farina.
Nella zona del catanese, ai piedi dell’Etna, si trova un microclima che consente all’avocado di crescere con un ridotto impatto idrico, uno degli aspetti più criticati di questo frutto. "A Giarre ci sono condizioni pedoclimatiche e di umidità positive per l’avocado: abbiamo oltre 600 millilitri di precipitazioni annue, è una delle zone più piovose della Sicilia" racconta Passanisi; al clima favorevole questo entusiasta giovane imprenditore unisce una fortuna strutturale: anni fa suo nonno scavò un pozzo che attinge acqua direttamente da una falda acquifera che scende dall’Etna. Ma al di là di questo, resta convinto che "la vocazione del territorio per questo tipo di coltivazione è fondamentale: non si può forzare ed è inutile andare contro la natura. Noi, per esempio, non abbiamo bisogno neanche di concimare". Un lusso che deriva dal terreno vulcanico su cui crescono le piante, ricco di elementi preziosi per l’avocado; un fatto già noto in Messico, principale esportatore al mondo, dove le piante proliferano su terreni analoghi.
Un'altra zona in cui i problemi di siccità non sono noti è quella delle basse valli dei Nebrodi, nel messinese, dove "c’è molta acqua di qualità che arriva dall’alta montagna. Ci sono fasi della crescita in cui l’avocado ha bisogno di più acqua, come quelli in cui accumula grassi. In altre fasi fenologiche non critiche il fabbisogno idrico è invece contenuto. Nelle zone in cui l’interazione tra una varietà e l’ambiente non è positiva, per cui la pianta inizia ad avere problemi e non si adatta bene, c’è siccità o l’acqua è di scarsa qualità, allora la sua coltivazione non è sostenibile. Ma in Sicilia ci sono diverse aree dove l’impatto ambientale della coltivazione di avocado non supera quello delle coltivazioni tradizionali dell’isola" conclude Farina.