✕

Contro il “patriarcato” le femmine di bonobo si coalizzano

Un gruppo di Bonobo nella riserva Riserva di bonobo di Kokolopori (Foto di Martin Surbeck, Kokolopori Bonobo Research Project) 

Uno studio dell’università di Harvard ha indagato le comunità di scimmie nel Congo: l’impatto dell’aggressività maschile viene mitigato dalla tendenza delle femmine a raggrupparsi

3 minuti di lettura

Le differenze di potere tra i generi sessuali non sono un’esclusiva della nostra specie. E per abbatterle ci sono animali che hanno, nel corso dell’evoluzione, individuato strategie comportamentali efficaci. L’ultima, sorprendente evidenza arriva dal bonobo, lo scimpanzé pigmeo o nano, primate della famiglia degli ominidi. Con il quale condividiamo parte consistente del patrimonio genetico. Le femmine della specie formano, a quanto pare, vere e proprie coalizioni contro i maschi per consolidare il proprio “status” sociale e ridurre quello che definiremmo “gender gap”, il divario di genere.

Lo ha stabilito un nuovo studio, appena pubblicato sulla rivista “Communications Biology” condotto dagli scienziati del Department of Human Evolutionary Biology presso l'Università di Harvard. Sotto la lente d’ingrandimento del team, guidato da Martin Surbeck, sei diverse comunità di bonobo nella Repubblica Democratica del Congo, studiate in quasi trent'anni di osservazioni. Per mitigare l'impatto dell'aggressività maschile le femmine della specie tendono a raggrupparsi, impedendo così alle controparti di “dominare” le opportunità di accoppiamento. Un comportamento, questo, piuttosto raro nei mammiferi sociali: tra le poche eccezioni citati in letteratura scientifica, quella delle iene maculate.

“La dominanza maschile non è evolutivamente inevitabile”

“I risultati dei nostri studi sui bonobo, tra gli esseri viventi più vicini all’uomo – sottolinea Martin Surbeck a Green&Blue - dimostrano che facciamo parte di una sottofamiglia tassonomica molto inventiva e flessibile dal punto di vista comportamentale e che la dominanza maschile negli esseri umani non è inevitabile dal punto di vista evolutivo”. La registrazione dei casi di conflitto tra individui sessualmente maturi ha restituito così un dato sorprendente: misurato dalla percentuale di conflitti in cui i maschi si sono sottoposti ad aggressioni femminili, il potere femminile è dunque nei numeri. Nell'intero set di dati, si sono verificati 1.786 conflitti, di cui 1.099 vinti dalle femmine. Di più: le femmine hanno superato circa il 70 per cento degli individui maschili nelle rispettive comunità. Una tendenza – spiegano i ricercatori – che potrebbe essere la prima dimostrazione dell'ipotesi della coalizione come meccanismo evolutivo associato a un aumento del potere femminile. “Proprio così. – annuisce Surbeck – Abbiamo per la prima volta dimostrato l'importanza del reciproco sostegno sociale tra femmine non imparentate nel plasmare dinamiche di dominanza intersessuale in uno dei nostri parenti viventi più prossimi”.

Non è invece nuova, come sottolinea lo studio, l’idea che anche all’interno di specie che abbiano un dimorfismo sessuale orientato verso i maschi – fisicamente più robusti, alti e potenti - le femmine occupino a volte posizioni elevate. “Ho lavorato per un anno con due delle comunità di bonobo osservate nella riserva Kokolopori e ho molto spesso assistito alle aggressioni femminili contro individui maschili. – spiega a Green&Blue Silvia La Gala, esperta di biodiversità e primati - Trovarsi li nel mezzo del conflitto, fra un fitto sottobosco e alberi alti anche trenta metri e capire le dinamiche dello scontro non è molto facile, ma molto spesso le femmine di bonobo si coalizzavamo per proteggere altre femmine del gruppo, o per avere una precedenza sulle fonti di cibo o anche per proteggere la prole”.

Il primato delle lemuri e le parole di Darwin

Il tema delle strutture patriarcali o matriarcali nel mondo animale non è certo nuovo. In più specie è la dispersione degli individui maschi a generare strutture sociali in cui le femmine rivestono ruoli importanti, nella gestione e nella cura del gruppo. “Ma nonostante un certo interesse per le specie con un apparente alto grado di potere femminile sui maschi – rileva Martin Surbeck - la comprensione dei fattori scatenanti e dell'effettiva rilevanza del potere intersessuale è ancora agli inizi”. Allison Jolly, pioniera degli studi sui lemuri, aveva per esempio osservato come nel 90 per cento delle 111 specie di lemuri del Madagascar le femmine siano dominanti. E all’argomento la studiosa Lucy Cooke ha dedicato un saggio dal titolo provocatorio: “Bitch: a Revolutionary Guide to Sex, Evolution and the Female”. Partendo da una citazione di Darwin, figlia senz’altro dell’influenza culturale della società vittoriana: ne “L'Origine dell'uomo”, il padre dell’evoluzionismo scriveva che “i maschi di quasi tutte le specie hanno passioni più forti delle femmine, che sono ritrose e passive”. Di qui l’excursus di Cooke attraverso alcuni dei casi più emblematici di potere al femminile nel mondo animale: tra le società matriarcali più note, con le iene (i maschi vivono ai margini della comunità) anche le talpe glabre. “L’auspicio - sottolinea l’etologo Rosario Balestrieri - è che lo studio delle dinamiche sociali in natura ispiri anche una riflessione più profonda per la nostra specie, aiutandoci a superare il paradigma desueto della competizione tra generi”.