No agli invadenti occhi del Grande Fratello sulla piccola orsa recuperata nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Perché, spiega lo staff dell’ente, “la comunicazione è parte fondamentale della nostra società, ma mai potrà venire prima del benessere di un animale selvatico per il quale ci auguriamo la reintroduzione in natura”. Può diventare assolutamente paradigmatica del giusto equilibrio tra l’invadenza del grande pubblico e l’inderogabile rispetto della natura la storia della cucciola trovata, qualche giorno fa, nei pressi di Pizzone, provincia di Isernia, senza che si manifestasse nei dintorni la presenza della mamma e dunque catturata con l’obiettivo di reintrodurla quanto prima in natura. Una storia che rimanda, peraltro, all’invasione di obiettivi e flash degli ultimi anni, protagonisti gli orsi Amarena e Juan Carrito, a lungo star (inconsapevoli) sui social network. Ma un altro approccio, certamente auspicabile, è possibile?
Il racconto dei primi giorni dell’orsa
“Sono stati giorni delicati, in cui la priorità assoluta è stata quella di superare la fase emergenziale legata in primis all'alimentazione, passata dal latte materno ad un cibo totalmente sconosciuto al piccolo orso, e contemporaneamente al monitoraggio del suo stato di salute. – ha spiegato lo staff del Parco sui profili social - Ma il tutto limitando al massimo l’interazione degli operatori per ridurre, per quanto possibile, al minimo l’abituazione. Immaginate quanto possa essere stressante per un cucciolo selvatico, abbandonato dalla madre, essere trasportato e trovarsi improvvisamente in un ambiente chiuso e sconosciuto”. Poi, l’affondo: “Per questo ci ha colpito molto la pressione ricevuta da alcuni media che, in prima istanza, chiedevano video già fatti o da realizzare, anche da loro, in loco. Il breve filmato pubblicato è il primo video che ci siamo permessi di realizzare, dopo 72 ore dedicate in via prioritaria al benessere e alla tranquillità del cucciolo”.
Nel video, si vede l’orsetta che impara a mangiare direttamente dalla ciotola, abbandonando dunque il biberon. “Vi aggiorneremo in modo puntuale e trasparente come sempre abbiamo fatto – continua lo staff del Parco - ma ci auguriamo anche che equilibrio, attenzione e precauzione connotino sempre più non solo l'operato di chi è preposto alla tutela della natura ma anche di chi, per professione o per diletto, se ne appassiona, ne scrive, ne commenta sui social e ne parla ogni giorno”. Un passaggio netto, che richiama peraltro nelle intenzioni un documento, la Carta di Pescasseroli, che il Parco aveva siglato nel 2023 insieme agli Ordini dei giornalisti di Abruzzo, Lazio e Molise, chiedendo espressamente – tra l’altro – equilibrio e responsabilità.
“E invece troppo spesso c’è la spasmodica ricerca all’immagine o al video, magari in esclusiva, a discapito di un sincero interesse per la salute della fauna del Parco”, sottolinea Daniela D'Amico, Responsabile Comunicazione e Promozione del Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise.
“Non sono attori su un palcoscenico”
Una storia, questa, che non è passata inosservata nel mondo della comunicazione ambientale. A rilanciarla, tra gli altri, Leonardo Mazzeo nella sua fortunata newsletter Bestiale: “Sì, ho trovato il caso emblematico del nostro desiderio di centralità dell’uomo nel rapporto con la natura. – dice - Abbiamo un approccio da influencer, perdendo il focus su cosa sia davvero importante: i protagonisti non siamo noi, ma gli animali. Né sono al centro di un palcoscenico in cui noi siamo gli spettatori. Sappiamo che un video dell’orsetta con il biberon vuol dire click e visualizzazioni, ma c’è un’altra strada per comunicare la natura che è decisamente più virtuosa: comprendere quali siano gli approcci corretti con gli animali, per esempio se li incontriamo lungo una strada o in un bosco. E la storia della cucciola di orso mi ricorda quella di Moo Deng, l’ippopotamo pigmeo nato in uno zoo della Thailandia e diventato un “meme”, al punto che tutti volevano un selfie con la presunta star, noncuranti degli effetti di flussi consistenti di visitatori nell’area, sulla quale i gestori dello zoo hanno dovuto prevedere restrizioni di accesso. Ecco, va decisamente rivisto il nostro desiderio di protagonismo, spesso incompatibile con il benessere degli animali”.
“Questa è una storia che riflette il grande interesse che c’è, in Italia più che altrove, per i singoli individui delle specie più carismatiche, quelle che amiamo di più. – dice Piero Genovesi, che per Ispra è responsabile della conservazione della fauna e del monitoraggio della biodiversità - Un interesse che può generare difficoltà in chi opera ma che, soprattutto, può tradursi in una fonte di stress per gli animali selvatici. Nel caso dei cuccioli di orso il rischio è particolarmente elevato, perché se questi animali perdono la naturale diffidenza verso l’uomo non potranno più essere rilasciati in natura, condannandoli alla cattività permanente. I media potrebbero, certo, evitare di rafforzare la spinta del grande pubblico, che resta comprensibile ma che, se alimentata, può generare situazioni limite, con una crescente richiesta di avvicinarsi agli animali. Proprio come accaduto in Trentino, dove a seguito delle polemiche per il benessere degli orsi tenuti nell’area recintata di Casteller, diversi attivisti hanno tentato di avvicinarsi al recinto, in un caso anche tagliando la recinzione esterna dell’area faunistica, con il rischio concreto di creare un elevato stress per gli animali. Altre specie sono meno sensibili alle interazioni con l’uomo, l’orso è particolarmente vulnerabile in questo senso”.
“Da scienziata naturalista e da giornalista ambientale sono d’accordo al 100% con le osservazioni del Parco. - dice Valeria Barbi, esperta di biodiversità e cambiamenti climatici – Io ho sempre preferito rinunciare a una storia o a una foto quando questa entrava in conflitto con il benessere di un animale o necessitava di una distanza ravvicinata poco compatibile con la sua etologia. Del resto uno dei problemi della fauna selvatica è rappresentata dalle forme di abituazione all’essere umano. Ho una posizione dura nei confronti del giornalismo che non manifesta l’etica necessaria alla natura, magari per rincorrere le logiche del clickbait, come accaduto peraltro con Amarena e Juan Carrito, orsi trattati come rockstar, assediati da fotografi e videomaker”.