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Così abbiamo spinto il tonno rosso sull’orlo dell’estinzione

Uno studio inedito ha analizzato DNA di tonno antico risalente a 5mila anni fa e tonno moderno, scoprendo che la pesca eccessiva ha avuto un impatto importante su una delle specie marine più sfruttate al mondo. Soprattutto negli ultimi cento anni

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Il tonno rosso è stato sfruttato per secoli. Negli ultimi 100 anni in modo sempre più intensivo, tanto da causare non solo un calo demografico, ma addirittura l'erosione genetica del prezioso pesce del Mar Mediterraneo. Cosa significa? La perdita di diversità genetica all'interno delle popolazioni di tonno rosso, che può avere importanti conseguenze. Una su tutte una ridotta capacità di adattamento ai cambiamenti climatici ed ambientali, come il riscaldamento degli oceani o nuove patologie. Insomma un impoverimento genetico espone la specie a maggiori fattori di rischio, fino all'estinzione. Queste due importanti scoperte, sono il frutto di una collaborazione internazionale, a cui ha preso parte l'Università di Bologna, pubblicando i risultati sulla rivista scientifica PNAS. Una collaborazione a cui hanno preso parte biologi marini, genetisti e archeozoologi, scienziati di differenti discipline e di differenti epoche storiche. Chi studia il presente e chi studia il passato.

Secondo lo studio in questione, l'intensiva azione di pesca nel Mare Nostrum ha avuto importanti effetti in una forbice temporale ristretta, rispetto alle condizioni rimaste immutate nei millenni precedenti. Considerando la linea evolutiva, è bastato relativamente poco, per causare l'erosione genetica, che ha portato la popolazione del Thunnus thynnus a diventare sempre più uniforme. Il tonno rosso, o come viene soprannominato l'oro rosso - visto che ha nutrito miliardi di esseri umani nei secoli ed è la base economica per molte comunità di pescatori del Mare Nostrum - è anche l'esempio evidente di come l'intervento umano abbia, dapprima portato la specie sull'orlo del baratro, per poi fare una brusca marcia indietro, fino a una sorprendente ripresa e stabilizzazione.

Negli ultimi decenni in particolare, la pesca del tonno rosso nel Mediterraneo e nell'Atlantico orientale è stata caratterizzata da un'intensità sempre più insostenibile. Spinta da una domanda globale crescente, le flotte di pesca si sono ingrandite e specializzate, utilizzando tecnologie sempre più efficienti. Tra gli anni '90 e i primi anni 2000, le stime delle catture superavano di gran lunga le quote raccomandate dagli organismi internazionali di monitoraggio della specie, portando lo stock a livelli drammaticamente bassi. Sganciato l'allarme di pericolo dall'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) - la più grande e antica organizzazione globale dedicata alla conservazione dell'ambiente - si è temuto anche per la sopravvivenza della specie.

Fortunatamente, nel primo decennio del nuovo millennio, sono stati introdotti piani di gestione pluriennali estremamente rigorosi, per evitare l'esaurimento del tonno rosso, e quindi la suddivisione di quote annuali stabilite per la pesca, con un'ampia lotta all'illegalità, divieto di pesca stagionale, protezione degli esemplari giovani per consentire la riproduzione. A partire dal 2015, l'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura ha declassato lo status del tonno rosso da "in pericolo" a "quasi minacciato". E le quote annuali sono risalite: per l'Italia, ad esempio, le quote sono significativamente aumentate dalle oltre 4.300 tonnellate del 2019 alle oltre 5.200 nel 2023. Insomma una storia positiva, di come l'impegno umano possa risolvere i problemi da lui stesso causati. Una vicenda analoga a quanto sta accadendo con le emissioni inquinanti e il cambiamento climatico.

Ma torniamo allo studio dell'Università di Bologna, in cui i ricercatori hanno condotto una serie di analisi genomiche, tracciando un quadro che cambia le conoscenze sull’impatto che lo sfruttamento ha avuto sul tonno rosso e sugli ecosistemi marini. L’indagine è stata condotta su campioni moderni ed antichi, per un totale di 90 campioni: 49 ottenuti tra il 2013 e il 2020 e 41 risalenti ad un periodo storico fino a 5.000 anni fa. Tutti provenienti da diverse aree del Mediterraneo e dell’Atlantico.

Considerando che la pesca è iniziata a partire dalla seconda metà del Novecento, divenendo veramente intensiva dagli anni Ottanta, secondo lo studio, il tonno rosso ha iniziato a subire il declino demografico e l’erosione genetica, all'incirca intorno al 1800, quando per millenni è rimasto sostanzialmente invariato. "La nostra ricerca dimostra come la pressione antropica legata ad un eccessivo sfruttamento storico del tonno rosso abbia inciso in modo profondo non solo sull’abbondanza del tonno rosso, ma anche sulla sua struttura genetica, che fino al XIX secolo era rimasta sorprendentemente stabile," ha dichiarato Adam Andrews, autore principale dello studio.

Per la prima volta sono stati integrati genomi completi da campioni archeologici e moderni di una specie marina. Il risultato sono dei dataset genomici unici, a disposizione della comunità scientifica, che può rivedere gli obiettivi di gestione e conservazione di questa risorsa. Tra l'altro, queste complesse analisi genetiche sono state eseguite nel Laboratorio del DNA antico dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, una delle poche eccellenze accademiche in Italia, in cui il laboratorio è conforme agli standard internazionali per la manipolazione di DNA altamente degradato, proprio come quello estratto da reperti storici di migliaia di anni fa. "La ricostruzione delle dinamiche genetiche antiche e storiche ci permette di quantificare l’impatto umano e stabilire con maggiore precisione i margini di recupero. Il DNA antico è una finestra sul passato che ci aiuta a guardare al futuro con maggiore consapevolezza", ha commentato Elisabetta Cilli, esperta di paleogenomica ed autore senior dell’articolo.

Ma c'è anche un'altra scoperta interessante. Gli scienziati hanno evidenziato una condivisione genetica tra i tonni pescati in Norvegia e nel Mediterraneo orientale, con quelli del Golfo del Messico. Questo mette in luce che le aree di riproduzione atlantiche sono fondamentali per il mantenimento della diversità genetica della popolazione mediterranea.