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Più gli animali vengono esposti a microplastiche, più vogliono mangiarle

Un esperimento sui nematodi preoccupa la comunità scientifica: sul lungo periodo, generazioni dopo generazioni, sembrano preferire il "gusto" di cibi contaminati da microplastiche rispetto a quelli "puliti". Gli scienziati: "Possibili ripercussioni sulla catena alimentare"

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Noi siamo disposti a tutto per evitarle, loro invece finiscono persino per preferirle. Di recente ha fatto scalpore la rivelazione dell'attore di Hollywood Orlando Bloom che si è sottoposto a un trattamento per "ripulire" il suo sangue nel tentativo di eliminare dal suo corpo microplastiche e altre tossine. Preoccupato dall'idea di aver "assorbito" troppa plastica, l'attore ha speso oltre 10mila dollari per una procedura nota come aferesi, usata solitamente per trattare condizioni come malattie autoimmuni. Sul fatto che sia realmente riuscito a ripulire il proprio corpo dalle microplastiche gli scienziati sono scettici, ma il caso estremo di Bloom evidenzia per l'ennesima volta quanto - in un contesto in cui ancora non sappiamo a lungo termine come influenzeranno la nostra salute - le microplastiche possano fare paura. Per paradosso, mentre noi stiamo cercando soluzioni per arginare un problema che la stessa umanità ha creato, nel mondo animale c'è chi invece non solo si sta abituando alle microplastiche, ma le sta addirittura preferendo come cibo.

In uno studio pubblicato su Environmental Science & Technology Letters gli scienziati dell'Università Politecnica di Hong Kong raccontano infatti di aver scoperto come i nematodi, gruppo eterogeneo di organismi vermiformi appartenenti al Phylum Nematoda, imparino nel tempo a preferire cibo contaminato da microplastiche. Se infatti avviene una esposizione prolungata di organismi contaminati di cui si cibano, i nematodi mostrano la preferenza di prede contaminate rispetto a quelle prive di polimeri.

Di norma gli animali devono valutare il cibo in base a gusto, odore e consistenza per evitare assunzioni dannose: le preferenze sono per lo più collegate all'esperienza e all'associazione di determinati sapori e ai risultati dopo l'ingestione. In particolare, per i nematodi, il senso più importante è l'olfatto. Partendo da questo concetto i ricercatori hanno valutato come alcuni nematodi, i Caenorhabditis elegans, si comportavano davanti a fonti alimentari diverse e per farlo hanno messo a punto dei test comportamentali.

All'inizio i vermi allevati con diete batteriche normali si sono nutriti in aree di cibo non contaminate mangiando batteri "puliti". Successivamente però, quando i batteri sono stati mescolati a microplastiche di polistirene, nelle generazioni successive di nematodi questi hanno sviluppato un'attrazione per il cibo contaminato da microplastiche, un comportamento che secondo gli esperti richiede un apprendimento olfattivo funzionale.

Secondo gli autori l'esposizione alle microplastiche per generazioni ha modificato il comportamento, e soprattutto l'olfatto, nella ricerca del cibo, preferendo dunque quello a base di polimeri. In sostanza i vermi si sono abituati a mangiare plastiche, scegliendole per il loro "gusto" rispetto al cibo non contaminato: un fatto che è motivo di preoccupazione nella comunità scientifica perché si teme che il condizionamento generazionale a prede contaminate possa alterare le cascate trofiche e il flusso di nutrienti negli ecosistemi inquinati.

Un comportamento, quello individuato nei nematodi, che potrebbe valere anche per altri organismi e avere implicazioni per le abitudini alimentari e la salute di interi ecosistemi, compresi gli esseri umani. Song Lin Chua dell'Università Politecnica di Hong Kong ha infatti concluso spiegando come questo atteggiamento potrebbe "trasmettersi lungo la catena alimentare" e che ha sottolineato che il comportamento potrebbe anche creare una sorta di "effetto a catena" che influenzerà perfino la dieta umana: "Alla fine, tornerà comunque a noi", conclude.