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Il turismo rigenerativo: cos’è e perché fa bene ad ambiente e comunità locali

Si tratta di un nuovo approccio che invita i viaggiatori a lasciare, attraverso piccoli gesti, le destinazioni migliori rispetto a quando sono arrivati

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Non più consumatori che sfruttano i territori, ma ospiti che se ne prendono cura: è questa l’essenza del turismo rigenerativo, un nuovo approccio che mira non solo a limitare i danni, ma a creare un impatto positivo, lasciando la destinazione migliore di prima. Un sistema circolare e partecipativo, che punta a benefici duraturi per i luoghi e le comunità. Pioniera di questo concetto è considerata Anna Pollock, esperta del settore, che nel 2019 ha portato il tema all’attenzione generale durante il summit Travel to Tomorrow. Negli anni successivi, l’idea si è consolidata: sono nate coalizioni internazionali, come la Future of Tourism Coalition nel 2020, e imprese dedicate, come la piattaforma Regenerative Travel, per promuovere buone pratiche nel comparto.

Cosa può fare il viaggiatore

Il cambiamento può anzitutto avvenire grazie alla volontà e alle azioni di ciascun viaggiatore. Per aderire alla trasformazione, il primo passo è contrastare l’overtourism, per esempio visitando in agosto mete meno note, come piccoli borghi storici o parchi nazionali, e riservando le più frequentate ai periodi di bassa stagione. Il secondo è scegliere servizi offerti dai residenti, come piccole strutture a gestione familiare, trattorie del posto, guide locali per le escursioni. Il terzo, e forse più significativo, è partecipare a iniziative che diano davvero una mano ai territori. Tra queste, ci sono le attività di ecorestauro, come contribuire a piantare alberi in zone deforestate, a bonificare aree umide, a ripulire mari e fiumi dai rifiuti. In Sudafrica, per esempio, i turisti possono collaborare con la riserva privata Grootbos per la riforestazione della rara vegetazione fynbos. Altri esempi includono il sostegno alle fattorie che tutelano le terre verdi o a lodge ecoturistici che proteggono le foreste pluviali. I viaggiatori possono, inoltre, aiutare le specie in pericolo aderendo a progetti di citizen science, come il monitoraggio delle tartarughe marine durante la nidificazione o il censimento di uccelli rari in una riserva.

Dall’impegno individuale all’approccio collettivo

Oltre a essere un impegno personale, il turismo rigenerativo deve coinvolgere anche la collettività. Servono politiche pubbliche adeguate, investimenti mirati, regolamentazioni capaci di orientare il mercato turistico verso modelli a impatto positivo. Alcune località, soprattutto nel Regno Unito, hanno, per esempio, introdotto sistemi di visitor payback: i turisti versano una piccola quota o dedicano parte del loro tempo per compensare l’inevitabile impronta ecologica del viaggio. In determinati casi, questo metodo si è evoluto in vere e proprie tasse di soggiorno ambientali, i cui proventi vengono poi destinati a impianti di energia rinnovabile, agricoltura sostenibile e progetti di conservazione. In altri contesti, il governo chiede ai visitatori di sottoscrivere un codice etico di comportamento, come il Tiaki Promise in Nuova Zelanda, oppure emana apposite disposizioni in materia, come è avvenuto nel 2024 alle Hawaii, dove è stata approvata una legge che integra la rigenerazione nella pianificazione turistica statale. Del resto, come afferma un rapporto di Etifor, società benefit di consulenza ambientale, “il processo rigenerativo trova la sua forza dal basso, ma va anche gestito e guidato dall’alto”.

I benefici

Questa concezione innovativa garantisce numerosi vantaggi per l’ambiente rispetto al turismo convenzionale. In particolare, contribuisce al ripristino degli habitat naturali e favorisce la conservazione della biodiversità. Aiuta, inoltre, a contenere l’impronta complessiva del settore, promuovendo una gestione più virtuosa delle risorse naturali, dell’energia e dei rifiuti. Migliora anche la resilienza dei territori alla crisi climatica: per esempio, riforestare un’area collinare soggetta a frane contribuisce a prevenire dissesti idrogeologici, ripiantare mangrovie sulle coste tropicali mitiga l’impatto di tempeste e innalzamento del mare, ripristinare le barriere coralline difende le isole dall’erosione e crea un contesto sano per la pesca. I benefici del turismo rigenerativo si estendono anche alle popolazioni. Il modello crea, infatti, valore economico, favorendo l’imprenditorialità locale e alimentando un circuito virtuoso che rimette in circolo le risorse, generando anche nuove opportunità di lavoro. Poi, lontano da logiche omologanti, punta a rafforzare l’identità culturale dei luoghi, coinvolgendo gli abitanti; favorendo l’interesse per le tradizioni, le lingue, le arti della zona; incoraggiando le comunità a riscoprire e a preservare il proprio patrimonio. Infine, è attento all’inclusione sociale, rendendo partecipi donne, giovani e minoranze nelle varie attività.