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A un mese da Cop30, cosa fare per evitare un altro fallimento sul clima

Il segretario generale di COP30 Andre Correa do Lago (afp)

A 30 giorni dall’incontro annuale organizzato dall’Onu per fermare la crisi climatica non è ancora chiaro quanti Paesi parteciperanno. Meloni non ci sarà. E bisogna fare i conti con la defezione degli Usa di Trump

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Manca un mese alla trentesima edizione della Conferenza Onu sul clima. E con l’avvicinarsi della Cop30 si moltiplicano le preoccupazioni sull’evento fortemente voluto dal Brasile del presidente Lula. La logistica, in particolare la questione degli alloggi, in una piccola città ai margini della foresta amazzonica qual è Belem, sede dell’evento, è diventata col passare dei mesi una vera e propria emergenza, tanto da indurre governi, ong e media a prendere in considerazione l’ipotesi di non partecipare. E poi ci sono i contenuti, i possibili risultati di una conferenza nella quale erano riposte tante speranze (a 15 anni dall’Accordo di Parigi, ospitata da un governo che ha fatto della lotta alla deforestazione una bandiera) e che invece si trova a fare i conti con un forte disimpegno climatico, almeno da parte di protagonisti importanti, a cominciare dagli Stati Uniti di Donald Trump.

Cop30 si farà? E chi ci andrà?

Comunque vada sarà un successo, si diceva una volta. E in effetti, viste le premesse, il solo fatto di portare a termine Cop30 senza problemi potrà essere considerato un buon risultato dal governo brasiliano. La scelta simbolica (ma anche per gratitudine politica di Lula verso il governatore locale) di farla a Belem si è scontrata con la palese inadeguatezza di una città che in condizioni normali ha circa 18mila posti letto per “forestieri” e che dal’8 novembre prossimo potrebbe trovarsi invasa da 60-70mila persone tra delegazioni dei quasi 200 Paesi partecipanti, lobbysti, attivisti, giornalisti. Il risultato è stato una spasmodica caccia al posto letto, con prezzi lievitati a migliaia di dollari per notte. Qualsiasi struttura anche lontanamente riconducibile a un albergo (anche i “motel dell’amore”) sono stati riconvertiti ad alloggi per i partecipanti a Cop30. La rete e siti come Booking e Airbnb sono stati inondati di annunci di appartamenti in affitto, dei quali era spesso difficile verificare l’autenticità.

Molte delegazioni nazionali si sono trovate di fronte al bivio tra una soluzione classica troppo costosa per due settimane di Conferenza e opzioni più economiche che però non davano le necessarie garanzie di rendicontazione e di sicurezza per gli staff. E’ anche il caso dei negoziatori italiani che, mentre scriviamo, non sanno ancora dove dormiranno a Belem. I funzionari del ministero degli Esteri stanno negoziando con gli omologhi brasiliani, ma l’ipotesi al momento più plausibile resta l’affitto di un certo numero di cabine a bordo di una nave della Costa Crociere, appositamente ormeggiata nel porto di Belem. Altri hanno già rinunciato, o minacciano di farlo. Il ministro lettone per il Clima Kaspars Melnis ha chiesto che la sua delegazione possa partecipare a Cop30 in videoconferenza: “Andare a Belem in queste condizioni è troppo costoso per il nostro bilancio nazionale”. Sulla stessa linea sembra orientata la Lituania: “Ci sono stati chiesti 500 euro a notte per persone. Se è così rimaniamo a casa”. Il governo brasiliano è intervenuto per limitare i danni. All’inizio di agosto ha aperto una piattaforma di prenotazione: nei primi giorni i prezzi oscillavano comunque tra i 360 e i 4.400 dollari a notte. Nei giorni scorsi sono comparse anche soluzioni più economiche, a partire da 150 dollari a notte.

Tuttavia il Brasile ha respinto qualunque ipotesi di trasferimento in corsa della Cop30 da Belem a una città meglio attrezzata sul fronte dell’ospitalità. Per garantire la partecipazione del maggior numero possibile di delegazioni ha invece promesso di garantire per ogni delegazione di un Paese in via di sviluppo 15 camere a prezzi inferiori a 220 dollari al giorno. E inferiori a 600 dollari per ogni delegazione di un Paese ricco. Le Nazioni Unite hanno anche aumentato i loro sussidi per aiutare i Paesi a basso reddito a partecipare. Incentivi che non sembrano aver funzionato, stando ai numeri che la stessa presidenza brasiliana di Cop30 ha reso noti: 87 Paesi hanno prenotato l’alloggio, mentre 81sono ancora in trattative per le camere d’albergo. Ne mancano comunque all’appello una trentina. Tra questi i piccoli Stati insulari e i Paesi africani più poveri, la cui voce rischia di non essere presente a Cop30. Il ministro dell’Energia lituano ha esplicitato chiaramente la sua irritazione: "La legittimità e la qualità dei negoziati ne risentirebbero se i governi non potessero partecipare a causa dei costi”.

E veniamo dunque ai contenuti: quali saranno i temi affrontati dalle delegazioni che saranno riuscite a trovare un posto dove dormire a Belem? E quale mandato avranno dai rispettivi governi? “Lo capiremo ancor prima che Cop30 inizi formalmente”, risponde Luca Bergamaschi, cofondatore di Ecco, il think tank italiano sul clima. “Il 6 e 7 novembre si terrà nella città amazzonica il ‘Summit dei leader’, al quale dovrebbero partecipare i capi di Stato e di governo. Chi di loro andrà? E cosa porterà in dote in fatto di politiche climatiche? Quei due giorni saranno cruciali per capire che direzione potranno prendere i negoziati, affidati ai ministri e a i loro staff, dal 10 al 21 novembre”. E’ quasi certa l’assenza delle premier italiana Giorgia Meloni: quando a settembre ha definito con lo staff di Palazzo Chigi l’agenda per gli impegni istituzionali dell’autunno, ha cancellato il viaggio in Brasile di inizio novembre, che pure era stato previsto. Nel Regno Unito ci si divide sull’indecisione (“vado o non vado?”) del premier Keir Starmer, che due anni fa aveva aspramente criticalo l’allora inquilino di Downing Street Rishi Sunak per aver disertato la Cop28 di Dubai.

Gli obiettivi

Ma una volta spenti i riflettori sui pochi o tanti leader arrivati a Belem, di cosa discuteranno le delegazioni? Alcuni osservatori fanno notare che se la location amazzonica è altamente simbolica, la Conferenza in questi mesi preparatori non è riuscita a darsi un obiettivo altrettanto emblematico, al contrario delle due edizioni che l’hanno preceduta. Nel 2023 a Dubai c’era da definire il global stocktake, una valutazione periodica dei progressi compiuti a livello mondiale in materia di azione per il clima, istituita ai sensi dell'articolo 14 dell'Accordo di Parigi. E, grazie a una inedita triangolazione Usa-Cina-Arabia Saudita si inserì per la prima volta nella storia delle Cop un riferimento esplicito all’uscita dai combustibili fossili, con l’espressione transition away. L’anno successivo a Baku, la Cop29 è stata totalmente dedicata alla finanza climatica: i Paesi ricchi hanno promesso 300 miliardi di dollari alle nazioni in via di sviluppo e ai piccoli Stati insulari entro il 2035. Più altri mille miliardi di investimenti privati non meglio definiti.

E quest’anno a Belem? “Il rischio è che si continuino a fissare obiettivi e a prendere impegni senza che poi vengano centrati e mantenuti”, avverte Bergamaschi. “Le Cop sono diventate occasioni in cui si annunciano misure. Forse è il momento di non fare più annunci, perché di traguardi collettivi ne sono stati concordati molti, ma di usare le Conferenze delle parti sul clima per verificare chi tra le singole nazioni si è davvero mosso per raggiungerli”. E in effetti la presidenza brasiliana Il Brasile ha dichiarato di voler passare “dalla fase negoziale a quella attuativa degli obiettivi”. Impresa tutt'altro che semplice, in un momento in cui gli Stati Uniti si stanno ritirando dall'Accordo di Parigi e il mondo è meno concentrato sull'azione per il clima.

I tagli alle emissioni

Se si rimane alle “promesse”, a Belem si conteggeranno quelle relative ai tagli delle emissioni di gas serra che ogni nazione si è impegnata a fare (i Nationally determined contributions o Ndc). Oltre la metà delle parti che hanno firmato l'Accordo di Parigi, inclusa la Cina, ha presentato i propri nuovi Ndc. L’Unione europea, così come l’India, ha mancato la scadenza di settembre. Ma Bruxelles ha promesso che arriverà in Brasile con un nuovo target. Gli Stati Uniti avevano presentato il loro Ndc in anticipo, sotto l'Amministrazione Biden, ma poi è arrivato Trump… Prima dell’inizio di Cop30 l'Onu conteggerà tutte le promesse di riduzione delle emissioni e mostrerà quanto si sia lontani dall'obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C. E’ probabile che ci si fermi non molto al di sotto dei 2,5 °C e questo dato allarmante sarà certamente al centro dei negoziati di Belem. Si farà qualcosa per correggere la rotta che ci porta al naufragio? Dopo mesi di resistenza, il Brasile sta iniziando ad accettare l'idea di negoziare una cosiddetta cover decision, un preambolo vincolante per le parti, che affronti il divario di temperatura. Ma finora c'è poca chiarezza su cosa sarà incluso, anche perché alle Cop si decide per consenso, non a maggioranza, è già nota la strenua opposizione a un documento del genere dei petrol-Stati guidati dai sauditi.

La finanza climatica

Anche qui promesse: chi ha mantenuto quelle fatte a Baku? E come mobilitare il fantomatico miliardo di dollari di investimenti pubblici? Nella capitale Azera era stata varata una Roadmap from Baku to Belem, che avrebbe dovuto rispondere a tali quesiti. Dove abbia condotto tale roadmap lo scopriremo dal 10 al 21 novembre. “Sarebbe bene che gli investimenti pubblici si concentrassero sull’adattamento, anziché sulla mitigazione”, auspica Bergamaschi. “Creare campi fotovoltaici in Paesi in via di sviluppo è un business redditizio e ci saranno sempre imprese private pronti a investirci. Mentre creare infrastrutture che mettano persone e proprietà al riparo dagli eventi estremi innescati dal riscaldamento globale, è un intervento che non ha ritorni economici nel breve termine che solo la finanza pubblica si può permettere”.

Non sembra plausibile a Cop30 un accordo su un nuovo obiettivo di finanza climatica sull’adattamento, tuttavia i negoziatori potrebbero lavorare per ridurre gli indicatori di resilienza ai cambiamenti climatici dagli attuali 400 a circa 100, in modo da rendere più semplici gli investimenti e le rendicontazioni. Una proposta specifica della Cop brasiliana sarà invece un “Fondo per le foreste tropicali per sempre”, da 125 miliardi di dollari, per finanziare i Paesi che mantengono in vita i loro patrimoni forestali. Ma c’è chi annovera misure come questa tra quelle che in ogni Conferenza Onu sul clima permettono di fare annunci distraendo media e opinione pubblica dal vero obiettivo e dall’eventuale fallimento nel centrarlo.

Il multilateralismo

Da anni le Cop sono messe in discussione per la lentezza con cui affrontano la crisi climatica. Non c’è da stupirsi se anche a Belem accadrà altrettanto. Ma quest’anno le Nazioni Unite, che organizzano la conferenza, dovranno fare i conti anche con il terremoto Trump che ha scosso alle fondamenta l’edificio del multilateralismo, non solo in ambito climatico. Forse il vero successo di Cop30 sarebbe il riuscire a dimostrare che ha ancora senso ritrovarsi, in quasi 200 delegazioni intorno allo stesso tavolo, per discutere delle sorti dell’umanità e del Pianeta. Purtroppo le defezioni annunciate di molti leader, con il declassamento della Cop a evento minore, non sono un segnale incoraggiante.