Moda usa e getta, report Greenpeace: “Sostanze tossiche su un terzo degli abiti di Shein”
di Fiammetta CupellaroAnalizzati 56 prodotti, tra cui vestiti per bambini. Negli indumenti testati scoperti ftalati e PFAS oltre i limiti consentiti. “Un rischio per la salute di lavoratori e consumatori, ma anche per l’ambiente”
Continua a far discutere il report di Greenpeace Germania che ha svelato, con dati scientifici, quali sono e a quale concentrazione le sostanze chimiche ritenute pericolose per la salute, contenute negli abiti prodotti dal marchio Shein. In realtà, si tratta di una conferma di quanto già scoperto tre anni fa in un precedente report sempre commissionato dall’organizzazione ambientalista. Dopo quell’indagine, l’azienda aveva ritirato gli articoli, impegnandosi a migliorare la gestione delle sostanze chimiche. Ma le nuove analisi dimostrano che il problema permane. Quest’ultimo report “Shame on you Shein!” ha preso in esame alcuni dei capi più venduti dal colosso cinese del fast fashion scoprendo che un terzo degli indumenti testati il 32% (18 su 56) non solo contenevano 11 sostanze considerate tossiche, ma la loro quantità superava i limiti stabiliti dal Regolamento europeo per le sostanze chimiche (REACH). Inclusi vestiti per bambini. Capi che sono considerati “illegali”, secondo la normativa Ue.
Arrivata la replica da parte di Shein che in una nota risponde di attribuire "la massima importanza alla sicurezza dei prodotti e si impegna a offrire articoli sicuri e affidabili per i propri clienti", sostenendo di non aver "ancora potuto verificarne i rilievi (sui risultati delle analisi condotte da Greenpeace, ndr). L'azienda ribadisce inoltre: "In via precauzionale abbiamo attivato i nostri protocolli standard di sicurezza e stiamo rimuovendo i prodotti segnalati dal Marketplace a livello globale, in attesa di ulteriori verifiche."
L’impatto dei vestiti a prezzi stracciati
Con 363 milioni di visite mensili, Shein.com è il sito di moda più visitato al mondo, con un traffico superiore a quello di Nike, Myntra e H&M messi insieme. In qualsiasi momento, la piattaforma offre oltre mezzo milione di modelli, venti volte la gamma di H&M. Il colosso cinese continua a crescere, con un fatturato passato da 23 miliardi di dollari nel 2022 a 38 miliardi nel 2024. Si legge nel report di Greenpeace: “Parallelamente, le sue emissioni sono quadruplicate negli ultimi tre anni, e il poliestere – una plastica derivante dai combustibili fossili – rappresenta l’82% delle fibre utilizzate da Shein. Nonostante ripetute multe da milioni di euro, l’azienda continua a sfruttare scappatoie doganali e a violare le norme per la tutela dei consumatori e dell’ambiente, eludendo i controlli sulle sostanze chimiche e contribuendo a generare enormi quantità di rifiuti tessili”.
Le analisi in un laboratorio indipendente
I capi sono stati acquistati dagli attivisti di Greenpeace tra maggio e giugno 2025, tra cui scarpe, abiti, giubbotti e pigiami sia per adulti che bambini. Il materiale è stato poi inviato ad un laboratorio di analisi indipendente che ha rilevato le 11 sostanze tossiche presenti negli abiti. Tra loro “plastificanti ftalati e PFAS, i cosiddetti inquinanti eterni dalle proprietà idrorepellenti e antimacchia, noti per la loro correlazione con cancro, disturbi riproduttivi e della crescita, indebolimento del sistema immunitario”. Concentrazioni eccessive di ftalati sono stati trovati in 14 prodotti, mentre PFAS (messi al bando dalla UE) hanno superato i limiti in sette prodotti, tutte giacche idrorepellenti. Presenti anche piombo e cadmio. Sostanze, che secondo la normativa Ue, presentano non solo rischi per la salute umana, ma anche per l’ambiente in quanto tossiche e difficilmente degradabili. E se disperse in mare e nell'aria possono distruggere ecosistemi e mettere in pericolo la biodiversità.
La moda low cost e il rischio per lavoratori e consumatori
“Le persone più esposte alle sostanze tossiche sono i lavoratori coinvolti nella produzione di scarpe e capi di abbigliamento, ma anche i consumatori sono a rischio – si legge nel report – La via più comune per assorbirle è quella cutanea, attraverso la sudorazione che ne favorisce il rilascio. Lo stesso avviene anche attraverso l’inalazione delle fibre degli indumenti. Una volta lavati o gettati via, possono inoltre contaminare il suolo e i fiumi ed entrare nella catena alimentare. Nei neonati e nei bambini piccoli anche la suzione dei tessuti può causarne l’esposizione a rischio”.
“Sono scioccato dalla pericolosità di alcuni prodotti Shein e Temu: servono regole più severe”. Con queste parole, qualche mese fa, il commissario europeo per la Giustizia Michael McGrath esprimeva stupore per la quantità di prodotti non a norma o contenenti sostanze tossiche presenti sulle piattaforme cinesi di vendita online. Il commento arrivava in seguito alla pubblicazione dei risultati di un'ampia operazione di ”acquisti in incognito” condotta a livello europeo, per verificare come i rivenditori cinesi stiano aggirando le leggi di Bruxelles. I primi risultati, appunto, erano stati considerati “preoccupanti” e oggi il rapporto pubblicato da Greenpeace torna ad accendere i riflettori sul colosso cinese che vende capi di abbigliamento a prezzi stracciati.
Nessun miglioramento
“Shein rappresenta un sistema guasto di sovrapproduzione, avidità e inquinamento. Il gigante del fast fashion inonda il pianeta di abiti di bassa qualità che, nonostante le promesse, continuano a risultare contaminati da sostanze chimiche pericolose”, dichiara Moritz Jäger-Roschko, esperto di Greenpeace sull'economia circolare. “L’azienda sembra disposta ad accettare danni alle persone e all'ambiente: i prodotti segnalati nei test precedenti riappaiono in forma quasi identica, con le stesse sostanze pericolose. Questi risultati dimostrano chiaramente che l'autoregolamentazione volontaria è inutile: per responsabilizzare davvero i produttori, abbiamo bisogno di leggi anti-fast fashion vincolanti”.
“Una legge ispirata a quella della Francia potrebbe frenare la sovrapproduzione”
Secondo Greenpeace, una legge ispirata alla normativa entrata in vigore in Francia – che ha recentemente introdotto una tassa sul fast fashion, promosso l’economia tessile circolare e vietato la pubblicità della moda ultraveloce (compresa quella sui social) – potrebbe frenare questa sovrapproduzione e mitigare gli impatti dannosi dell’industria. Greenpeace chiede inoltre di applicare la legislazione europea sulle sostanze chimiche a tutti i prodotti venduti nell’UE, compresi quelli online, di rendere le piattaforme legalmente responsabili di eventuali violazioni e di consentire alle autorità la loro sospensione in caso di ripetute inosservanze: soltanto una regolamentazione vincolante può proteggere la salute dei consumatori e gli ecosistemi di tutto il mondo.